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Art. 1362 Codice Civile — Anno 2022

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670 provvedimenti

Altri anni per Art. 1362 Codice Civile

Assorbimento del superminimo: stop ai tagli a rate
Un'azienda ha applicato l'assorbimento del superminimo solo a partire dalle rate successive di un aumento retributivo previsto dal rinnovo contrattuale, omettendo di assorbire la prima tranche. Cinque dipendenti hanno impugnato la decurtazione della busta paga, chiedendo le differenze stipendiali. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che il pagamento integrale del primo scatto senza alcuna riduzione del superminimo manifesta la volontà concludente dell'azienda di rinunciare all'assorbimento dell'intero aumento. L'azienda perde la causa e deve pagare tutte le differenze retributive e le spese legali.
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Bloccano la servitù di passaggio: la Cassazione li condanna
Una società ottiene in giudizio l'accertamento di una servitù di passaggio costituita con regolare atto trascritto nel 1994 a carico di un terreno confinante. Il proprietario del terreno servente e la società acquirente successiva ostacolano il transito, sostenendo che la clausola contrattuale sia generica, temporanea e priva di utilità attuale. I giudici di merito ordinano la rimozione di ogni ostacolo all'esercizio del passaggio. I proprietari del terreno servente impugnano la decisione davanti alla Corte di Cassazione. I Supremi Giudici dichiarano il ricorso inammissibile a causa della formulazione confusa e cumulativa dei motivi, confermando la piena validità della servitù di passaggio e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese legali.
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Servitù di passaggio: stop al muro che dimezza la strada
Una società immobiliare ha citato in giudizio la proprietaria del fondo confinante per veder riconosciuta una servitù di passaggio carrabile e pedonale ampia 7,5 metri, stabilita nei contratti di acquisto. La società confinante aveva infatti costruito un manufatto in muratura sul percorso, restringendo il passaggio a soli 3,73 metri e sostenendo la preesistenza dell'opera. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accolto la domanda, ordinando l'arretramento della costruzione per garantire l'intera ampiezza pattuita. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della confinante. I giudici hanno confermato che i contratti descrivevano chiaramente l'ampiezza della servitù senza limitazioni. La società costruttrice ha perso la causa ed è stata condannata a rimuovere l'opera e a pagare le spese legali.
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Reinquadramento Professionale: La Cassazione limita l’applicazione del CCRL
Una Lavoratrice, assunta come vigile urbano, ha contestato il suo reinquadramento professionale secondo un nuovo Contratto Collettivo Regionale. Chiedeva una classificazione superiore (PLA3 e PLA4). La Corte territoriale ha interpretato la norma in modo restrittivo, escludendo il personale assunto dopo una certa data. La Cassazione ha confermato questa interpretazione, ribadendo che l'interpretazione dei contratti collettivi territoriali spetta ai giudici di merito, a meno di violazioni dei criteri legali di ermeneutica. Il ricorso della Lavoratrice è stato rigettato, con condanna alle spese.
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Condizione risolutiva meramente potestativa: validità e recesso
Un'azienda fornitrice e una società committente stipulavano un accordo per la realizzazione di un impianto frigorifero industriale. Le parti inserivano a penna una clausola speciale: il contratto sarebbe decaduto automaticamente se la committente avesse deciso di non realizzare l'opera per qualsiasi motivo. Trascorsi tre anni senza avvio dei lavori, la fornitrice chiedeva oltre 720.000 euro di indennizzo per recesso ingiustificato. La committente eccepiva l'efficacia dello scioglimento contrattuale concordato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della fornitrice. I giudici hanno confermato che la clausola costituisce una valida condizione risolutiva meramente potestativa. La legge vieta solo le condizioni sospensive legate al mero arbitrio, mentre rende lecite quelle risolutive. La committente non deve versare alcun indennizzo e vince definitivamente la causa.
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Clausola di stabilizzazione: limiti e mancato traguardo
Una lavoratrice assunta a tempo determinato come Responsabile Assicurazione Qualità chiedeva la trasformazione del rapporto a tempo indeterminato e il risarcimento del danno. Il contratto prevedeva una clausola di stabilizzazione subordinata all'ottenimento di una certificazione di qualità aziendale. L'obiettivo non veniva raggiunto entro la scadenza contrattuale a causa di irregolarità formative imputabili alla dipendente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice. I giudici hanno confermato che la clausola di stabilizzazione costituisce una condizione sospensiva: il mancato avveramento del risultato entro il termine di efficacia del contratto impedisce la trasformazione del rapporto ed esclude ogni obbligo di risarcimento a carico del datore di lavoro.
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Offerta fuori sede: uffici del promotore e nullità dell’acquisto
Numerosi risparmiatori hanno acquistato strumenti finanziari complessi per il tramite dei promotori di una società di intermediazione, firmando le schede di adesione presso il proprio domicilio o negli studi privati dei consulenti. Gli investitori hanno successivamente agito in giudizio per far dichiarare la nullità dei contratti a causa della mancata indicazione del diritto di recesso di sette giorni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei risparmiatori definendo la corretta portata dell'offerta fuori sede. La Suprema Corte ha chiarito che l'ufficio personale del promotore non equivale a una filiale della banca. Pertanto, l'omessa indicazione della facoltà di ripensamento nei moduli di acquisto firmati fuori dalla sede legale o dalle stabili dipendenze comporta la nullità integrale dei contratti e obbliga alla restituzione degli importi investiti.
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Compenso negato e valida eccezione di inadempimento
Una società fiduciaria ha richiesto il pagamento di oltre 71.000 euro a due clienti per la gestione di alcune società estere. I clienti hanno fatto opposizione al decreto ingiuntivo sollevando l'eccezione di inadempimento, poiché la società non aveva svolto correttamente i compiti pattuiti. Il Tribunale ha accolto l'opposizione dei clienti, bloccando la richiesta economica. La società ha fatto ricorso per Cassazione contestando la valutazione delle prove e chiedendo l'applicazione del diritto svizzero. La Suprema Corte ha respinto il ricorso della società dichiarandolo inammissibile. La Cassazione ha confermato che i giudici di legittimità non possono riesaminare i fatti già accertati nei gradi precedenti.
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Azione revocatoria ordinaria e ipoteca a società estera
Un istituto bancario ha agito in giudizio contro un garante per recuperare un credito milionario. La banca ha promosso l'azione revocatoria ordinaria per rendere inefficaci una cambiale ipotecaria e un'ipoteca volontaria concesse dal debitore a favore di una società estera. Il debitore sosteneva che tali garanzie fossero onerose e collegate a un finanziamento ricevuto il giorno successivo. I giudici hanno invece accertato la natura gratuita degli atti: mancava la prova del collegamento economico reale tra la concessione della garanzia e il prestito, anche per via di incongruenze sui soggetti contraenti. Il debitore ha inoltre eccepito la nullità totale della fideiussione per violazione della normativa antitrust sui modelli bancari uniformi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso: la fideiussione resta valida salvo le singole clausole vietate e le garanzie patrimoniali restano revocate.
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Concordato fallimentare con assuntore: niente beni se non paghi
Una società conduttrice, debitrice per canoni di locazione verso una procedura fallimentare, propone un concordato fallimentare con assuntore per rilevare la medesima procedura. Il piano viene omologato, ma la società non adempie agli impegni economici assunti. Il curatore richiede quindi il fallimento della società per il mancato pagamento dei canoni. La debitrice sostiene che l'omologazione le abbia trasferito subito tutti i crediti, azzerando il debito per confusione o compensazione. La Corte di Cassazione respinge la tesi: l'effetto traslativo dei beni all'assuntore può essere legittimamente posticipato al totale adempimento dei pagamenti concordatari. Non avendo pagato, la società non ha acquisito alcun credito e resta debitrice, confermando la piena legittimazione del fallimento ad agire.
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Servitù di passaggio: accordi scritti e limiti alle modifiche
Alcuni proprietari hanno citato in giudizio una società vicina lamentando la riduzione di una strada soggetta a servitù di passaggio, causata dalla costruzione di un muretto e dall'installazione di un cancello non automatizzato. I ricorrenti chiedevano l'abbattimento del muro e l'installazione di telecomando e videocitofono. I giudici di merito hanno respinto le domande: il muretto è stato mantenuto per usucapione, decorrendo il termine dal completamento delle opere essenziali, mentre le modifiche al cancello richiedevano l'accordo unanime dei comproprietari stabilito in una convenzione del 1987. La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, confermando la piena validità degli accordi contrattuali e la legittimità della compensazione delle spese processuali.
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Finanziamento soci o capitale: la Cassazione decide
Una societa di capitali, titolare di una quota di maggioranza, ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare della societa partecipata per oltre un milione di euro, qualificando i versamenti come finanziamento soci. Il Tribunale ha respinto la richiesta qualificando le somme erogate come versamenti a fondo perduto in conto capitale. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso del socio e condannandolo al pagamento delle spese.
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Disoccupazione agricola: stop a maggiorazioni sul terzo elemento
Una lavoratrice agricola a tempo determinato ha chiesto il ricalcolo della disoccupazione agricola per l'anno 2013 e l'adeguamento della contribuzione figurativa. La ricorrente sosteneva che la retribuzione base del contratto provinciale dovesse essere maggiorata del 30,44% a titolo di terzo elemento. Ha inoltre impugnato la condanna alle spese del primo grado, chiedendo l'esonero per motivi di reddito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che le tabelle provinciali includevano già il terzo elemento nel salario fissato. Inoltre, la dichiarazione sui limiti di reddito presentata soltanto in appello non può operare retroattivamente per cancellare le spese del primo grado. L'INPS ha ottenuto la conferma della corretta liquidazione del beneficio.
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Licenziamento del dirigente: no alla penale senza delibera
Un'azienda ha intimato il recesso a un proprio manager per violazione della riservatezza aziendale. I giudici di merito hanno accertato l'ingiustificatezza del recesso, riconoscendo l'indennità prevista dal contratto collettivo dei dirigenti industriali, ma hanno negato una penale risarcitoria di trentasei mensilità promessa dal presidente uscente senza delibera collegiale. Il manager ha proposto ricorso sostenendo la propria qualità di soggetto terzo rispetto alla società e pretendendo l'applicazione di accordi individuali più favorevoli. La Corte di Cassazione ha respinto integralmente il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che nel licenziamento del dirigente non opera la tutela dei terzi verso gli atti degli amministratori privi di potere: il manager costituisce un alter ego dell'imprenditore, inserito nelle dinamiche interne e pienamente consapevole dei limiti statutari.
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Diritto all’assunzione e accordi sindacali: le prove
Un dipendente escluso dalle assunzioni della nuova società subentrante nell'attività aziendale ha citato l'impresa chiedendo il risarcimento e l'inquadramento. Il lavoratore lamentava la violazione di un accordo sindacale che prevedeva la ricollocazione del personale secondo precisi criteri. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto delle domande del dipendente. L'accordo sindacale costituisce un contratto a favore di terzi che conferisce un potenziale diritto all'assunzione, ma impone al singolo lavoratore il pieno assolvimento dell'onere della prova. Il ricorrente non ha dimostrato il possesso di tutte le abilitazioni operative necessarie né ha provato la selezione ingiustificata di candidati con minori titoli.
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Portabilità della posizione previdenziale tra vecchi e nuovi fondi
Un gruppo di dipendenti di un istituto di credito trasferiti a una nuova banca ha richiesto il trasferimento dei propri fondi pensione integrativi. L'istituto bancario si è opposto al trasferimento, sostenendo l'intrasferibilità delle risorse a causa della natura specifica del fondo aziendale originario e degli accordi sindacali interni. La Corte di Cassazione ha confermato pienamente il diritto dei lavoratori. La portabilità della posizione previdenziale costituisce un principio generale e inderogabile che tutela il risparmio previdenziale individuale. I giudici hanno stabilito che ogni lavoratore può sempre trasferire i contributi versati e i relativi rendimenti verso un nuovo fondo, rendendo inefficace qualsiasi clausola limitativa presente nei contratti collettivi o nei regolamenti aziendali.
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Esenzione IVA servizi finanziari: Fisco sconfitto
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un avviso di accertamento a un istituto di credito, contestando l'applicazione indebita del regime di esenzione IVA servizi finanziari per contratti stipulati con una società di gestione del risparmio. Il Fisco riteneva tassabili tali prestazioni inquadrandole come attività tipiche di banca depositaria. I giudici territoriali hanno accolto le ragioni della banca, rilevando l'assenza di autorizzazioni specifiche e qualificando i servizi come mera gestione individuale di portafogli. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ufficio tributario per inammissibilità. L'Erario non ha indicato i criteri di interpretazione contrattuale asseritamente violati né ha fornito la documentazione necessaria per confutare la valutazione del giudice di merito. La banca ha così confermato la piena legittimità del beneficio fiscale applicato, ottenendo la condanna del Fisco alle spese legali.
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Esenzione IVA servizi finanziari: Fisco sconfitto in Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un istituto bancario l'applicazione del regime di esenzione IVA servizi finanziari per l'anno 2010. Secondo il Fisco, le prestazioni rese a una società di gestione del risparmio integravano l'attività di banca depositaria di fondi comuni, soggetta a imposta. I giudici di merito hanno respinto la tesi erariale poiché il contratto escludeva espressamente tali funzioni tipiche. La Corte di Cassazione ha confermato l'esito favorevole all'istituto bancario, rigettando il ricorso dell'Agenzia delle Entrate e condannandola alle spese.
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Danni in cantiere: confermata la responsabilità dello studio associato
Una società committente ha incaricato uno studio tecnico associato di coordinare fornitori e imprese durante la costruzione di un fabbricato. A causa di gravi errori nella verifica della contabilità dei lavori e dei relativi stati di avanzamento, la committente ha versato importi non dovuti all'impresa appaltatrice. La committente ha quindi chiesto il risarcimento dei danni. Lo studio tecnico ha sostenuto che l'incarico spettasse al singolo professionista e che i geometri non potessero svolgere tali compiti. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità dello studio associato. L'ente associativo risponde dei contratti conclusi per suo tramite e dei danni causati dal mancato controllo contabile del cantiere.
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Retribuzione di posizione: mansioni complesse senza aumenti
Un dirigente veterinario di un'Azienda Sanitaria Locale ha richiesto il pagamento delle maggiorazioni sulla retribuzione di posizione variabile per gli anni dal 1998 al 2008. Il professionista riteneva di averne diritto per aver coordinato diversi servizi complessi della struttura pubblica. L'azienda sanitaria aveva tuttavia erogato soltanto il compenso minimo contrattuale, non avendo ancora formalizzato la procedura di valutazione e classificazione dei ruoli. I giudici di merito hanno respinto la richiesta economica del dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato il verdetto negativo e ha rigettato il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che l'atto aziendale di graduazione delle funzioni costituisce un requisito indispensabile per attribuire le quote variabili. Lo svolgimento di compiti complessi non basta per ottenere automaticamente l'incremento stipendiale senza un formale atto organizzativo dell'ente.
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