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Art. 1362 Codice Civile — Anno 2022

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670 provvedimenti

Altri anni per Art. 1362 Codice Civile

Contratto definitivo: quando cancella le tutele del preliminare
I Compratori acquistano le quote di una società alberghiera dai Venditori, concordando un pagamento rateale. Successivamente, i Compratori sospendono il pagamento dell'ultima rata a causa di gravi difetti riscontrati nella piscina della struttura. Essi sostengono che il contratto preliminare prevedesse una garanzia per tali imprevisti. I Venditori ottengono un decreto ingiuntivo per riscuotere la somma. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dei Compratori, confermando che la firma del contratto definitivo supera e assorbe interamente il contratto preliminare. Le clausole di garanzia non inserite nel rogito finale decadono, a meno che non esista un accordo scritto contemporaneo che ne preveda la sopravvivenza. I Compratori perdono la causa e devono pagare l'ultima rata oltre alle spese legali.
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Dirottamento della clientela: la penale si applica sempre
Lo Studio Associato e la Società hanno citato in giudizio il Collaboratore per il dirottamento della clientela verso altre realtà professionali, chiedendo il pagamento della penale contrattuale di oltre 131.000 euro. Il Tribunale ha accolto la domanda, rilevando che circa quaranta clienti erano stati trasferiti con modalità seriali e coordinate. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile il gravame. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando la validità della penale. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione del contratto secondo buona fede impone di tutelare il patrimonio del committente, a prescindere dalle modalità di cessazione del rapporto. Il Collaboratore perde la causa e deve pagare la penale e le spese legali.
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Querela di falso: quando la firma è vera ma il contenuto è contestato
I Venditori di un motopeschereccio hanno richiesto un decreto ingiuntivo per ottenere il saldo del prezzo dagli Acquirenti. Questi ultimi si sono opposti esibendo una dichiarazione liberatoria di avvenuto pagamento. I Venditori hanno proposto querela di falso contro tale documento, sostenendo che il debito non fosse estinto. La Corte d'Appello ha revocato l'ingiunzione ritenendo provato il pagamento. La Cassazione ha rigettato il ricorso dei Venditori, confermando che la querela di falso serve solo a contestare la firma materiale del documento e non la verità del suo contenuto. Di conseguenza, gli Acquirenti hanno vinto la causa e i Venditori sono stati condannati a pagare le spese di giudizio.
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Credito d’imposta per ricerca e sviluppo: fisco sconfitto
L'Agenzia delle Entrate ha negato a una società italiana il rimborso del credito d'imposta per ricerca e sviluppo per gli anni dal 2007 al 2009. L'amministrazione sosteneva che le attività fossero state commissionate tramite una stabile organizzazione svizzera, quindi fuori dall'Unione Europea. La Corte di Cassazione ha invece confermato le decisioni dei giudici di merito, dichiarando inammissibile il ricorso del fisco. I giudici hanno accertato che il contratto era stato stipulato direttamente con la casa madre olandese, soggetto residente in uno Stato membro dell'Unione Europea che garantisce lo scambio di informazioni. Di conseguenza, il credito d'imposta per ricerca e sviluppo spetta di diritto alla società italiana, mentre l'Agenzia delle Entrate è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Accordo transattivo: cancella anche i debiti non menzionati
Un datore di lavoro concede in comodato un appartamento a un dipendente, con l'accordo che quest'ultimo paghi le spese condominiali. Successivamente sorgono controversie di lavoro e sul rilascio dell'immobile. Le parti firmano un accordo transattivo per chiudere ogni pendenza. In seguito, il proprietario richiede il pagamento delle spese condominiali arretrate. La Corte d'Appello respinge la richiesta, ritenendo che l'accordo transattivo coprisse ogni lite, anche se non menzionava esplicitamente le spese. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del proprietario: l'interpretazione dei contratti spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità se non per violazione delle regole di interpretazione, qui non dimostrate. Vince il lavoratore.
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Promessa del fatto del terzo: niente compenso senza accordo scritto
Il caso riguarda un accordo in cui Il Promittente si impegnava a far acquistare all'Azienda venti terreni di terzi. Il contratto è stato qualificato come promessa del fatto del terzo. Successivamente, Il Promittente ha preteso dall'Azienda un compenso di oltre 800.000 euro, sostenendo che fosse dovuto come differenza di prezzo, nonostante l'accordo scritto non prevedesse alcun pagamento. Un lodo arbitrale aveva inizialmente accolto la richiesta, ma la Corte d'Appello ha annullato la decisione. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento, stabilendo che la promessa del fatto del terzo non prevede per sua natura un compenso automatico al promittente, e che le prove testimoniali per dimostrare un accordo verbale di pagamento erano inammissibili perché contrarie al testo scritto. Il Promittente perde definitivamente la causa.
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Divieto di patti successori: quando pagare dopo la morte è valido
Il Debitore si opponeva a un decreto ingiuntivo di oltre 232.000 euro richiesto dalla Creditrice, sostenendo che le promesse di pagamento poste alla base del credito fossero nulle per violazione del divieto di patti successori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità degli accordi. I giudici hanno chiarito che un accordo non viola il divieto di patti successori se la morte di una delle parti non costituisce la causa dell'attribuzione patrimoniale, ma rappresenta solo un termine temporale per differire l'adempimento a favore degli eredi. Trattandosi di un valido atto tra vivi volto a regolare rapporti patrimoniali attuali, la promessa di pagamento rimane pienamente efficace.
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Comodato precario: il parcheggio va restituito ai proprietari
I Proprietari concedono a I Comodatari l'uso di un'area di parcheggio tramite un contratto di comodato precario. L'accordo non prevede un termine finale, ma subordina il godimento dell'area alla titolarità della proprietà immobiliare dei comodatari in loco. Successivamente, I Proprietari decidono di recedere dal contratto, chiedendo la restituzione dell'area. I Comodatari si oppongono, sostenendo che la clausola rappresenti un termine certo (legato alla morte o alla vendita) e non una condizione risolutiva. La Corte d'Appello dà ragione ai proprietari. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dei comodatari: l'interpretazione del contratto spetta esclusivamente al giudice di merito. Di conseguenza, i proprietari vincono la causa e ottengono la restituzione del parcheggio, oltre al rimborso delle spese legali.
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Contratto a progetto: da lavoro autonomo a debito da 500mila euro
L'Azienda ha impugnato l'addebito dell'Ente Previdenziale per contributi previdenziali omessi relativi a diversi lavoratori. I giudici hanno accertato l'irregolarità dei rapporti di lavoro, originariamente qualificati come contratto a progetto. A causa della genericità del progetto indicato, i contratti sono stati riqualificati come rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Di conseguenza, l'Azienda è stata condannata a pagare oltre 500.000 euro di contributi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che la genericità del progetto comporta l'automatica conversione del rapporto e che non è possibile compensare direttamente i contributi già versati per la gestione autonoma con quelli dovuti per il lavoro subordinato, trattandosi di gestioni previdenziali diverse. L'Azienda perde il ricorso e deve pagare il contributo unificato raddoppiato.
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Responsabilità dell’appaltatore: il progetto altrui non salva dai vizi
La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza d'appello che condannava L'Appaltatore al risarcimento dei danni in favore del Committente per vizi nell'esecuzione di un'opera. L'Appaltatore sosteneva che i difetti derivassero da carenze progettuali del Committente. Tuttavia, la Suprema Corte ha ribadito il principio sulla responsabilità dell'appaltatore: quest'ultimo non può considerarsi un semplice esecutore passivo (nudus minister) per il solo fatto di aver ricevuto il progetto dal committente. Egli ha il dovere professionale di controllare la bontà del progetto e segnalarne gli errori. In mancanza di una formale contestazione e di un espresso dissenso scritto, L'Appaltatore risponde interamente dei difetti dell'opera. Il ricorso dell'Appaltatore è stato quindi rigettato, confermando la sua condanna al pagamento di oltre 1,3 milioni di euro oltre agli interessi convenzionali dell'8%.
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Risoluzione del contratto per mancanza di fondi: il caso
Una lavoratrice ha contestato l'interruzione del suo contratto a progetto da parte di un ente pubblico, giustificato dal taglio dei finanziamenti regionali. I giudici di merito hanno ritenuto illegittimo il recesso e la sua retroattività. L'ente ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che una clausola contrattuale legasse la vita stessa del contratto all'effettiva erogazione dei fondi. La sesta sezione della Corte di Cassazione, ritenendo la questione di massima importanza per l'interpretazione dei contratti di lavoro, ha emesso un'ordinanza interlocutoria. Con questo provvedimento ha trasferito il caso alla sezione ordinaria per ottenere una decisione uniforme. Al centro del dibattito vi è la legittimità della risoluzione del contratto per mancanza di fondi.
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Determinazione del prezzo da parte del terzo: Comune vince
Un'azienda acquista un immobile pubblico sdemanializzato dal Comune. Il contratto prevede che il prezzo finale sia aggiornato dall'Agenzia del Territorio. Successivamente, l'ente pubblico richiede il pagamento della differenza tramite ingiunzione. L'acquirente si oppone, sostenendo che il debito non sia certo e liquido e che la clausola prevedesse solo la rivalutazione monetaria. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'acquirente. I giudici stabiliscono che la determinazione del prezzo da parte del terzo, secondo lo schema dell'arbitraggio, rende il credito certo, liquido ed esigibile. Inoltre, l'interpretazione della clausola contrattuale operata dai giudici di merito, che fa riferimento all'effettivo valore del bene e non alla semplice inflazione, è corretta e non può essere modificata in sede di legittimità.
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Rinuncia al testamento: l’accordo tra fratelli batte il segreto
Due fratelli firmano un accordo nel 2002 per dividere l'eredità materna al 50% ciascuno, impegnandosi a non far valere alcun testamento. Anni dopo, uno dei fratelli pubblica un testamento olografo favorevole a sé, pretendendo di superare l'intesa originaria. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del fratello, confermando la validità dell'accordo del 2002. I giudici stabiliscono che la rinuncia al testamento è pienamente valida ed efficace se concordata per iscritto da tutti i coeredi. L'accordo originario non era un semplice compromesso preliminare, ma un contratto definitivo che ha stabilito in modo permanente le quote ereditarie. Di conseguenza, il fratello che ha tentato di far valere il testamento tardivo perde la causa e viene condannato a pagare le spese di giudizio.
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Rinuncia tacita alla prescrizione: difendersi non è rinunciare
Un erede ha promosso un'azione di riduzione per lesione di legittima, contestando la simulazione di una compravendita che nascondeva una donazione. La controparte ha eccepito la prescrizione decennale dell'azione, essendo decorsi più di dieci anni dalla morte della donante. L'erede ha sostenuto che la controparte avesse compiuto una rinuncia tacita alla prescrizione proponendo una domanda di compensazione dei crediti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la difesa nel merito o la richiesta di compensazione non costituiscono una rinuncia tacita alla prescrizione. Questa figura richiede infatti un comportamento assolutamente incompatibile con la volontà di far valere l'estinzione del diritto altrui. Di conseguenza, l'azione di riduzione è stata dichiarata definitivamente prescritta.
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Rettifica valore aree edificabili: fisco vince se l’affare salta
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di rettifica e liquidazione per ricalcolare l'imposta di registro sulla compravendita di un terreno con fabbricato rurale acquistato da un'Azienda. Il fisco ha stimato il valore in oltre tre milioni di euro, basandosi sulla potenziale edificabilità del terreno, desunta anche da un successivo contratto di permuta poi risolto per mancato rilascio dei permessi edilizi. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato l'atto impositivo, ritenendo che il fallimento del progetto edilizio escludesse la natura edificabile dell'area. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che la rettifica valore aree edificabili non può essere esclusa solo perché un singolo progetto è sfumato. Il giudice di merito deve valutare tutti gli indizi di mercato forniti dall'ufficio. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Trattenuta IRAP medici intramoenia: serve l’accordo dei medici
Un gruppo di medici ha chiesto il rimborso delle somme trattenute dall'Azienda Ospedaliera a titolo di IRAP sui compensi per l'attività libero-professionale intramuraria. La Corte d'Appello aveva ritenuto legittima la trattenuta dopo il 2007, ipotizzando un accordo tacito tra le parti. La Cassazione ha accolto il ricorso dei medici, stabilendo che la trattenuta IRAP medici intramoenia non può essere imposta unilateralmente dall'ospedale. La legge impone infatti che il tariffario per la copertura dei costi sia definito necessariamente in accordo con i professionisti. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello di Milano per un nuovo esame.
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Simulazione assoluta del contratto: il piazzale resta al compratore
La Società Immobiliare vende un piazzale alla Società Intermediaria, la quale lo rivende subito a una Catena di Supermercati. Successivamente, la Società Immobiliare chiede al giudice di dichiarare la simulazione assoluta del contratto per annullare le vendite. La Corte d'Appello respinge la richiesta interpretando una scrittura privata coeva. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che l'interpretazione dei contratti spetta esclusivamente al giudice di merito. Di conseguenza, la Catena di Supermercati vince la causa e mantiene la proprietà del piazzale, mentre la Società Immobiliare perde definitivamente e deve pagare le spese legali.
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Validità della querela: furto di metallo o legno?
Due soggetti sono stati condannati per il furto di materiali ferrosi e per il porto ingiustificato di due coltelli ai danni di uno stabilimento balneare. Gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione contestando la validità della querela, sostenendo che la custode dello stabilimento avesse denunciato inizialmente solo la sparizione di materiale in legno e non di quello ferroso indicato nel capo d'imputazione. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la validità della querela dipende dall'effettiva volontà della vittima di chiedere la punizione per il fatto-reato subito, interpretando l'atto secondo le regole dei contratti. Poiché la custode aveva riconosciuto come propri anche i materiali ferrosi restituiti al momento della denuncia, la sua volontà punitiva si estendeva all'intero furto.
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Recesso dal contratto preliminare: pignoramento batte buona fede
I Promissari Acquirenti di un appartamento hanno esercitato il recesso dal contratto preliminare dopo aver scoperto che sul terreno dell'edificio gravava un pignoramento. La Corte d'Appello ha accertato il grave inadempimento dei Promittenti Venditori, condannandoli a restituire il doppio della caparra confirmatoria. I venditori si sono difesi sostenendo di non essere a conoscenza del pignoramento al momento della firma, ma i giudici hanno interpretato letteralmente il contratto: l'uso del verbo al futuro "sarà" riferito alla libertà da pesi dimostrava la loro consapevolezza del problema. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei venditori, confermando la decisione d'appello. L'interpretazione del contratto spetta infatti al giudice di merito se logica e coerente.
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Clausola sociale: il bando comunale non cancella l’assunzione
Un operatore ecologico, dipendente dell'impresa uscente in un appalto comunale, ha chiesto di essere assunto dall'impresa subentrante. Quest'ultima si è opposta, sostenendo che il bando di gara imponesse l'assunzione di altri soggetti, prevalendo sulla clausola sociale del contratto collettivo nazionale di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'impresa subentrante. I giudici hanno stabilito che le regole del bando di gara non possono annullare gli obblighi derivanti dal contratto collettivo liberamente applicato dall'azienda. Di conseguenza, l'impresa subentrante è obbligata ad assumere il lavoratore e a risarcirgli le retribuzioni perse.
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