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Art. 1362 Codice Civile — Anno 2022

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670 provvedimenti

Altri anni per Art. 1362 Codice Civile

Accordo non pagato: c’è responsabilità solidale cessionaria
Un lavoratore ha sottoscritto un accordo conciliativo con la propria cooperativa datrice di lavoro cedente per saldare retribuzioni arretrate e trattamento di fine rapporto. Nello stesso patto, il dipendente accettava di rinunciare a far valere la responsabilità solidale cessionaria a condizione che la cedente pagasse le rate pattuite. A seguito del mancato pagamento del debito da parte della società cedente, il lavoratore ha ottenuto la risoluzione del patto conciliativo. La Corte di Cassazione ha confermato che l'inadempimento del cedente annulla l'intero accordo, ripristinando in pieno la responsabilità solidale cessionaria. La nuova società cessionaria deve quindi pagare integralmente gli stipendi e il trattamento di fine rapporto non corrisposti.
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Equo premio invenzione dipendente: vittoria contro la società
Un lavoratore ha sviluppato una soluzione tecnica innovativa durante il proprio rapporto lavorativo. L'azienda datrice ha ceduto i diritti su tale scoperta a società collegate del gruppo estero, le quali hanno poi ottenuto brevetti internazionali. L'inventore ha quindi richiesto il pagamento dell'equo premio invenzione dipendente. La società datrice si è opposta sostenendo che l'attività inventiva rientrasse nelle mansioni ordinarie, che il brevetto fosse intestato a soggetti terzi e che il diritto fosse prescritto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando che il compenso spetta anche se il brevetto è stato rilasciato a terzi cessionari, che la prescrizione decennale decorre dal rilascio del brevetto e che i generici bonus aziendali non escludono la natura straordinaria dell'invenzione.
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Eccezione di inadempimento: stop forniture e pagamento integrale
Una società fornitrice ha richiesto un decreto ingiuntivo contro una società acquirente e il suo garante per mancato pagamento di materiali. I debitori hanno contestato la pretesa sostenendo la mancata consegna totale delle merci e l'avvenuta risoluzione per scadenza dei termini. I giudici hanno invece accertato che la dilazione pattuita non costituiva un termine essenziale. Di conseguenza, la mancata consegna parziale derivava dal legittimo rifiuto della fornitrice di proseguire le prestazioni a fronte dei mancati versamenti, configurando una valida eccezione di inadempimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del garante, confermando l'obbligo di saldare integralmente quanto dovuto.
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Operazioni su conto di un defunto: nullo il licenziamento
Un'azienda ha intimato il licenziamento disciplinare a un direttore di filiale per aver autorizzato operazioni finanziarie su un libretto postale intestate a un cliente deceduto. La contestazione iniziale addebitava una negligenza grave con conseguenti danni. I giudici hanno accertato l'assenza di un danno economico effettivo e hanno respinto il tentativo societario di ricondurre la condotta a un'incapacità lavorativa. L'infrazione integrava una violazione procedurale punibile soltanto con una sanzione conservativa della sospensione. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento del recesso e ordinato la reintegrazione del lavoratore, condannando l'azienda alle spese processuali.
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Foro convenzionale e nullità contrattuale tra parti e garanzie
Un acquirente stipula un contratto preliminare di vendita immobiliare e poi cita in giudizio la società venditrice per ottenerne la nullità e la restituzione degli acconti. La società costruttrice eccepisce l'incompetenza del tribunale adito, invocando la clausola contrattuale che stabiliva un diverso foro convenzionale esclusivo per qualsiasi controversia contrattuale. La società chiama inoltre in causa il Comune in via di garanzia. I giudici di merito respingono l'eccezione ritenendo la clausola limitata alla sola esecuzione del contratto e radicando la causa nel luogo dell'ente pubblico. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della venditrice: il foro convenzionale prevale e attrae anche le domande di nullità e restituzione, mentre la chiamata di un terzo in garanzia impropria non può derogare alla competenza concordata.
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Azione di riduzione e testamento a favore di un solo figlio
Un padre disponeva per testamento di tutti i suoi beni immobili in favore del solo figlio maschio, escludendo integralmente la figlia. La donna promuoveva quindi l'azione di riduzione per ottenere la quota di legittima a lei spettante per legge, chiedendo la restituzione degli immobili trasferiti a terzi e a una società di famiglia. Il fratello sosteneva che la sorella non fosse totalmente esclusa, asserendo l'esistenza di altri beni mobili non indicati nella scheda testamentaria. I giudici di merito accertavano la lesione della quota di riserva e ordinavano la restituzione di un capannone. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione. In assenza di prova concreta circa altri beni relitti, l'asse ereditario risultava integralmente esaurito e la figlia aveva pieno diritto di reintegrare la propria quota tramite l'azione di riduzione.
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Uso ventennale e usucapione di un immobile: vince il proprietario
Gli eredi di un promissario acquirente hanno chiesto al tribunale l'accertamento dell'avvenuta usucapione di un immobile. L'originario acquirente aveva ricevuto le chiavi dell'appartamento nel 1980 a seguito di un contratto preliminare, occupandolo con la famiglia per oltre vent'anni fino alla morte. La proprietaria e un creditore pignorante si sono opposti alla domanda. I giudici di merito hanno respinto la richiesta degli eredi, escludendo la presenza di un possesso utile. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. La consegna anticipata del bene prima del rogito notarile costituisce una mera detenzione qualificata fondata su un comodato funzionale. Vivere nell'immobile, curare il giardino, pagare le spese condominiali e omettere la restituzione delle chiavi non equivalgono a un atto di opposizione. Senza una formale interversione del possesso non può maturare alcun acquisto della proprietà a titolo originario.
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Inadempimento del contratto preliminare e difformità catastale
Una promissaria acquirente stipula un accordo per comprare due unità abitative catastalmente distinte. Il promittente venditore offre invece il trasferimento di un unico immobile accorpato. La donna agisce in giudizio per far dichiarare l'inadempimento del contratto preliminare e ottenere il doppio della caparra. La Corte d'Appello respinge la richiesta sostenendo che la compratrice non ha provato i costi per ripristinare il frazionamento. La Corte di Cassazione ribalta la decisione e accoglie il ricorso dell'acquirente. I giudici supremi chiariscono che l'onere di dimostrare la corretta esecuzione della prestazione o l'impossibilità oggettiva spetta al debitore venditore. Inoltre, comprare due unità indipendenti assicura un interesse economico e funzionale maggiore rispetto a un immobile unico, configurando un inadempimento grave.
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Costituzione di pegno e validità delle garanzie bancarie
Una società controllata ha concesso una garanzia mediante costituzione di pegno su somme depositate in banca a favore di una società capogruppo finanziata. L'operazione prevedeva anche una garanzia fideiussoria assicurativa. A seguito del dissesto societario, il fallimento della garante ha contestato la validità degli atti per difetto di poteri della procuratrice speciale e per conflitto di interessi. Anche la compagnia assicurativa ha eccepito l'inefficacia della propria garanzia per vizio del consenso e simulazione. La Corte di Cassazione ha confermato la validità della procura della garante, ma ha accolto i ricorsi della compagnia assicurativa. I giudici di merito hanno errato nel dichiarare assorbite le difese dell'assicuratore senza esaminarne il merito, disponendo il rinvio per una nuova decisione.
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Indennità per addizioni: negata se c’è obbligo di demolizione
L'erede del conduttore di un terreno pubblico ha chiesto la condanna dell'ente proprietario al pagamento della indennità per addizioni. Il dante causa aveva infatti costruito sul suolo fabbricati commerciali destinati a bar-ristorante. Al termine della locazione, l'ente proprietario ha trattenuto gli edifici senza versare alcun compenso. Nei precedenti contratti le parti prevedevano la stima e il rimborso dei manufatti. Nell'ultimo rinnovo contrattuale, invece, l'inquilino si era impegnato a rimuovere ogni opera a proprie spese al momento del rilascio. I giudici di merito hanno escluso qualsiasi indennizzo per rinuncia implicita del conduttore. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda. Quando il contratto impone l'obbligo di demolizione, l'inquilino rinuncia ai compensi di legge e il proprietario che trattiene le opere non deve pagare alcuna somma.
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Polizza fideiussoria: l’errore sulla data non blocca la garanzia
Una società acquirente commissiona macchinari industriali risultati poi difettosi. La ditta fornitrice stipula una polizza fideiussoria con una compagnia assicurativa per garantire la riconsegna dei beni riparati. Tuttavia, la polizza riporta un mese errato rispetto alla data dell'offerta contrattuale originaria. A seguito del fallimento della fornitrice e della mancata restituzione dei macchinari, la compagnia rifiuta di pagare invocando la discrepanza formale. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'acquirente, chiarendo che un mero errore materiale non può vanificare la garanzia assicurativa quando la comune intenzione delle parti e la funzione concreta dell'accordo risultano del tutto evidenti.
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Indennità di vacanza contrattuale: chi paga nel cambio appalto
Un lavoratore impiegato nei servizi di pulizia dei treni è transitato a una nuova azienda a seguito di un cambio di appalto. Il dipendente ha preteso dal nuovo datore e dall'azienda committente l'intera indennità di vacanza contrattuale maturata in quarantaquattro mesi di blocco contrattuale, includendo anche il tempo in cui lavorava per le imprese precedenti. La Corte di Cassazione ha accolto le ragioni della società datrice. I giudici hanno stabilito che l'indennità di vacanza contrattuale spetta al dipendente solo in proporzione ai mesi di effettivo servizio prestati presso l'attuale azienda. Il nuovo datore non risponde delle somme maturate durante le gestioni precedenti. La Suprema Corte ha pertanto cancellato la condanna e respinto definitivamente la pretesa economica del lavoratore.
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Indennità di vacanza contrattuale: l’azienda paga solo i suoi mesi
Un lavoratore impiegato nei servizi di pulizia ferroviaria è passato alle dipendenze di una nuova azienda a seguito di un cambio di appalto. Il nuovo contratto collettivo ha previsto il pagamento di una somma forfettaria per coprire quarantaquattro mesi di blocco retributivo pregresso. Il dipendente ha richiesto all'attuale azienda l'intero importo dell'indennità di vacanza contrattuale, comprensivo del periodo lavorato con il precedente datore. L'azienda ha versato la quota proporzionata ai soli mesi di effettivo servizio alle proprie dipendenze. La Corte di Cassazione ha accolto le ragioni del datore di lavoro, stabilendo che la somma spetta soltanto in proporzione ai mesi di servizio prestati presso l'azienda al momento della vigenza del contratto, senza obbligo di pagare per i periodi maturati con datori precedenti.
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Polizza fideiussoria per rimborso IVA: proroga Fisco e scadenza
Una società assicuratrice rilasciava una polizza fideiussoria per rimborso IVA a favore del Fisco per garantire un rimborso anticipato. Il contratto fissava la scadenza al 31 dicembre 2005. Successivamente, una legge speciale prorogava di due anni i termini di accertamento fiscale. Nel dicembre 2007 il Fisco notificava un avviso di accertamento ed escuteva la garanzia. L'assicurazione contestava la richiesta per intervenuta scadenza del vincolo contrattuale. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'assicuratore: la proroga legislativa dei controlli tributari riguarda solo il rapporto con il contribuente e non prolunga la durata della polizza senza una specifica clausola contrattuale.
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Indennità di vacanza contrattuale: pagano i singoli datori
Un lavoratore addetto ai servizi di pulizia ferroviaria è passato a una nuova azienda tramite subentro nell'appalto. Il dipendente ha richiesto al nuovo datore di lavoro il pagamento integrale di una somma una tantum prevista dal rinnovo del contratto collettivo a titolo di indennità di vacanza contrattuale per un periodo di 44 mesi. L'azienda ha contestato l'obbligo, sostenendo di dover pagare solo i mesi effettivi di servizio svolti alle proprie dipendenze. La Corte di Cassazione ha accolto le ragioni dell'azienda, stabilendo che il nuovo datore non risponde per i periodi pregressi maturati presso i precedenti appaltatori.
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Graduatorie di assunzione: due rifiuti cancellano il diritto
Una lavoratrice stagionale ha contestato l'esclusione dalle graduatorie di assunzione gestite da un'azienda. L'accordo sindacale prevedeva la cancellazione automatica dall'elenco dopo due rifiuti consecutivi alle proposte lavorative. La dipendente aveva rifiutato parzialmente l'incarico nel 1999 e non aveva sottoscritto il contratto nel 2000, rimanendo poi inattiva per nove anni prima di richiedere il risarcimento per perdita di chance. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice, confermando la piena legittimità della sua cancellazione dalle graduatorie di assunzione e ravvisando un implicito scioglimento del vincolo per mutuo consenso.
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Indennità di vacanza contrattuale: il limite per il nuovo datore
Un dipendente di un appalto ferroviario ha richiesto alla nuova impresa subentrante l'intera indennità di vacanza contrattuale stabilita dal rinnovo del contratto collettivo per un periodo di quarantaquattro mesi. La società aveva versato l'importo calcolato unicamente sui tredici mesi di effettivo servizio svolti alle proprie dipendenze, rifiutandosi di pagare per i mesi trascorsi presso i precedenti appaltatori. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che la somma una tantum serve a recuperare il potere d'acquisto e si calcola in proporzione all'attività prestata con ciascun datore. Di conseguenza, l'azienda subentrante non deve farsi carico dei periodi pregressi e la domanda del lavoratore è stata respinta.
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Indennità di vacanza contrattuale: paga solo l’ultimo datore?
Un lavoratore impiegato nella pulizia di convogli ferroviari ha richiesto all'attuale datore di lavoro il pagamento integrale dell'indennità di vacanza contrattuale per un periodo di 44 mesi. Il datore di lavoro ha corrisposto solo la quota relativa ai mesi di effettivo servizio svolti alle sue dipendenze, rifiutando di coprire il tempo lavorato presso precedenti aziende appaltatrici. I giudici di merito hanno condannato la società a saldare l'intero importo. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato l'esito: l'indennità una tantum compensa la prestazione effettiva ed è legata al servizio realmente prestato per ciascun datore. L'azienda subentrante non risponde dei periodi pregressi senza una specifica clausola contrattuale. La Suprema Corte ha respinto definitivamente la domanda del lavoratore.
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Amministratore ma subordinato: riqualificazione del rapporto di lavoro
Una lavoratrice ha prestato attività come dirigente per alcune società del medesimo gruppo societario. In seguito le aziende le hanno formalmente attribuito la carica di componente del consiglio di amministrazione, riducendo unilateralmente i compensi. La dirigente ha promosso un'azione legale chiedendo la riqualificazione del rapporto di lavoro in termini di subordinazione e il pagamento delle differenze retributive. Le società sostenevano l'avvenuta trasformazione del rapporto in incarico societario autonomo. I giudici di merito hanno accolto la domanda della lavoratrice, rilevando che le mansioni concrete erano rimaste identiche a quelle subordinate senza alcuna autonomia gestionale. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione, rigettando il ricorso datoriale.
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Assorbimento del superminimo: stop ai tagli in busta paga
I lavoratori hanno contestato alla propria azienda l'illegittimo assorbimento del superminimo in occasione dei rinnovi contrattuali. L'azienda aveva erogato i primi aumenti retributivi senza decurtare il compenso accessorio, ma in seguito ha preteso di recuperare le somme sulle tranche successive. I giudici di merito hanno accolto la domanda dei dipendenti, accertando che la scelta iniziale del datore costituiva una rinuncia tacita alla compensazione. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione e ha respinto il ricorso dell'azienda. Il datore di lavoro perde la causa e deve pagare tutte le differenze retributive maturate oltre alle spese legali, poiché la condotta costante dimostra la volontà di mantenere fermo l'emolumento aggiuntivo.
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