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Art. 1362 Codice Civile — Anno 2022

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670 provvedimenti

Altri anni per Art. 1362 Codice Civile

Servitù per vantaggio futuro: l’accordo che supera i confini
Un venditore cede un terreno a un'impresa edile, la quale si obbliga contrattualmente a realizzare un accesso carrabile a favore della proprietà residua del venditore. Di fronte all'inadempimento, sorge una controversia sulla natura dell'accordo: semplice obbligo personale o reale diritto di passaggio. La Corte d'Appello nega l'esistenza di un diritto reale perché l'impresa non possedeva l'intera area del tracciato. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del venditore, stabilendo che i giudici di merito avrebbero dovuto indagare se la reale volontà delle parti fosse quella di costituire una servitù per vantaggio futuro, interpretando il contratto e analizzando lo stato dei luoghi. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Servitù di passaggio carrabile: il Condominio batte la Società
Una società proprietaria di alcuni locali all'interno di un complesso immobiliare ha citato in giudizio il Condominio per far accertare una servitù di passaggio carrabile verso la sua proprietà, chiedendo la rimozione di fioriere e ostacoli. La richiesta si basava su una clausola del regolamento condominiale del 1979. La Corte d'Appello aveva dato ragione alla società. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condominio, stabilendo che i giudici di secondo grado hanno interpretato erroneamente la clausola contrattuale. La facoltà di rimuovere fioriere e aprire varchi all'interno della propria proprietà non equivale alla costituzione di una servitù di passaggio carrabile su aree comuni o altrui. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio.
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Esenzione contributiva associazioni sportive: quando c’è lucro
L'Associazione Sportiva ha impugnato un avviso di addebito dell'INPS per oltre 148.000 euro relativo a contributi non versati per istruttori e personale amministrativo. L'ente rivendicava l'esenzione contributiva associazioni sportive prevista per le attività dilettantistiche. Tuttavia, i giudici di merito hanno accertato la reale natura commerciale dell'attività. Nei contratti degli istruttori erano infatti presenti clausole commerciali, come l'obbligo di partecipare a riprese pubblicitarie e un patto di non concorrenza biennale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'affiliazione formale al CONI non basta a garantire l'agevolazione se l'attività concreta è commerciale. L'Associazione perde la causa e deve pagare i contributi e le spese legali.
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Fideiussione bancaria: i garanti perdono la sfida in Cassazione
I garanti di una società hanno impugnato il decreto ingiuntivo ottenuto da una banca per il pagamento di uno scoperto di conto corrente, garantito tramite una fideiussione bancaria. I garanti sostenevano l'inesistenza della garanzia e contestavano l'interpretazione del contratto fornita dai giudici di merito. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che l'interpretazione del contratto spetta esclusivamente al giudice di merito. Per contestare tale interpretazione in sede di legittimità, non basta proporre una lettura alternativa, ma occorre indicare specificamente quali regole di ermeneutica contrattuale siano state violate e in che modo il giudice se ne sia discostato. Di conseguenza, i garanti hanno perso la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Deduzione cuneo fiscale IRAP: il Fisco perde contro i trasporti
Un'azienda di trasporto pubblico locale ha richiesto il rimborso della maggiore imposta versata nel 2013, rivendicando il diritto alla deduzione cuneo fiscale IRAP. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, sostenendo che l'azienda operasse in regime di concessione e a tariffa, condizioni che escludono il beneficio fiscale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che l'attività dell'azienda era regolata da un contratto di appalto di servizi e non da una concessione, come già stabilito da precedenti sentenze definitive. Inoltre, la tariffa applicata non era remunerativa. Di conseguenza, l'esclusione dall'agevolazione non si applica e l'azienda ha pieno diritto al rimborso delle somme versate in eccedenza.
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Assicurazione per conto altrui: negato indennizzo a manager
Un amministratore societario ha chiesto il rimborso delle spese legali sostenute per difendersi in procedimenti penali e amministrativi avviati dopo un'intervista in cui aveva diffuso informazioni riservate. Le compagnie assicuratrici hanno rifiutato il pagamento, sostenendo che la polizza coprisse solo atti compiuti nell'interesse della società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministratore, confermando che la clausola che limita la copertura ad attività svolte nell'interesse dell'ente definisce l'oggetto del contratto e non costituisce una limitazione di responsabilità. Trattandosi di una polizza di assicurazione per conto altrui, l'indennizzo spetta solo se l'illecito è strettamente collegato alle funzioni aziendali e non se l'amministratore agisce per scopi personali o in contrasto con la società.
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Responsabilità per gravi difetti: eredi condannati senza polizza
Un condominio ha promosso un'azione per accertare la responsabilità per gravi difetti strutturali di un edificio nei confronti dei progettisti, del direttore dei lavori, del collaudatore e dell'impresa costruttrice. Gli eredi del progettista strutturale, condannati al risarcimento, hanno chiesto di essere manlevati dalla propria compagnia assicurativa. La Corte d'appello ha escluso la copertura assicurativa a causa del mancato rispetto dei limiti temporali di una clausola "claims made", e ha scagionato il collaudatore per assenza di nesso causale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso degli eredi, confermando che la responsabilità per gravi difetti grava solo su chi ha partecipato alla progettazione e costruzione, escludendo il collaudatore intervenuto successivamente, e che la polizza non opera per condotte colpose antecedenti al biennio di retroattività pattuito.
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Prescrizione del diritto all’indennizzo: merce persa, no rimborso
Un'azienda alimentare ha subito gravi danni a un carico di pomodori importato dall'Argentina. Per ottenere il risarcimento, ha citato in giudizio lo spedizioniere-vettore e le compagnie assicurative. I giudici di merito hanno ritenuto il diritto prescritto. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la nomina di un perito da parte degli assicuratori avesse sospeso il termine di prescrizione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la semplice nomina di un perito non interrompe automaticamente la prescrizione del diritto all'indennizzo. Per sospendere il termine, la polizza deve prevedere un divieto esplicito di agire in giudizio prima della fine della perizia. L'azienda è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Riduzione del cuneo fiscale: stop al rimborso per i trasporti
Un'Azienda di trasporti ha richiesto il rimborso della maggiore IRAP versata nel 2009, invocando la riduzione del cuneo fiscale. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso, sostenendo che l'Azienda operasse in regime di concessione a tariffa, condizione che esclude l'agevolazione per le imprese di servizi pubblici. I giudici di merito avevano dato ragione all'Azienda, ritenendo che il rapporto con la Regione fosse regolato da un semplice contratto di servizio con corrispettivo. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che il giudice di merito deve analizzare attentamente le clausole contrattuali per verificare se si tratti di un appalto o di una concessione.
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Licenziamento disciplinare nullo: il Ministero perde in Cassazione
Un dipendente pubblico ha impugnato il proprio licenziamento disciplinare, sostenendo che il provvedimento fosse stato deciso da un singolo dirigente anziché dall'organo collegiale competente, l'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD). La Corte d'Appello ha accolto il ricorso del lavoratore, dichiarando nullo il licenziamento poiché la volontà sanzionatoria non era riconducibile all'intero ufficio collegiale. Il Ministero ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Ministero, confermando la decisione precedente. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla reale provenienza dell'atto è un accertamento di fatto che non può essere ridiscusso in sede di legittimità, a meno che non si dimostri la violazione delle regole di interpretazione dei contratti. Di conseguenza, il lavoratore vince definitivamente la causa e il Ministero deve pagare le spese legali.
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Efficacia del giudicato esterno: negato il super stipendio
Un lavoratore, trasferito da un Ente Pubblico a un consorzio privato poi fallito, chiedeva il mantenimento del trattamento economico superiore goduto presso il consorzio, invocando una clausola della convenzione che richiamava l'articolo 2112 del codice civile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente Pubblico, evidenziando l'efficacia del giudicato esterno. Una precedente sentenza definitiva aveva infatti già stabilito che il richiamo all'articolo 2112 c.c. in quella convenzione era "atecnico" (improprio) e volto solo a garantire la riassunzione, non la conservazione dei diritti economici. Poiché tale interpretazione costituiva un antecedente logico necessario, essa vincola anche i giudizi successivi sullo stesso rapporto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato la domanda del lavoratore.
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Efficacia del giudicato esterno: Ente vince, dipendenti respinti
Un gruppo di dipendenti, trasferiti da un Ente Pubblico a un consorzio esterno poi fallito, ha chiesto il mantenimento dello stipendio precedente al momento del riassorbimento. I lavoratori invocavano la tutela del trasferimento d'azienda. Tuttavia, una precedente sentenza definitiva aveva già stabilito che l'accordo collettivo garantiva solo la riassunzione e non l'applicazione della disciplina sul trasferimento d'azienda. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente Pubblico. I giudici hanno stabilito che l'efficacia del giudicato esterno impedisce di rimettere in discussione l'interpretazione di un contratto già decisa in un precedente processo tra le stesse parti. Di conseguenza, la richiesta dei lavoratori di ottenere le differenze retributive è stata definitivamente respinta.
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Compenso del professionista: niente pagamento se il progetto fallisce
Un professionista ha firmato un contratto con un'azienda per realizzare impianti fotovoltaici. L'accordo prevedeva che il pagamento delle sue prestazioni fosse subordinato all'ottenimento di un finanziamento bancario (condizione sospensiva). Il professionista ha individuato un'impresa costruttrice e ha avviato le trattative con una banca, ma l'operazione è fallita perché l'impresa non ha fornito i documenti necessari alla banca. La Corte di Cassazione ha stabilito che il mancato avveramento della condizione è imputabile alla negligenza del professionista, che non ha verificato prima l'affidabilità dell'impresa. Di conseguenza, il compenso del professionista non è dovuto. La Suprema Corte ha confermato la validità della clausola che subordina il compenso del professionista al successo del finanziamento, respingendo il ricorso del lavoratore autonomo e condannandolo a pagare le spese processuali.
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Termine essenziale nel preliminare: addio alla casa di famiglia
Un'acquirente stipula un contratto preliminare per riacquistare l'immobile di famiglia dai nuovi proprietari, fissando il saldo del prezzo entro una data precisa. Non ricevendo il pagamento, i venditori considerano risolto il contratto. L'acquirente si rivolge al giudice per ottenere il trasferimento forzato del bene, sostenendo che la scadenza non fosse vincolante. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'acquirente, confermando che il termine per il pagamento del saldo era un termine essenziale. I giudici chiariscono che l'essenzialità del termine emerge dall'interpretazione complessiva del contratto e dalla necessità dei venditori di incassare la somma per estinguere i debiti della procedura esecutiva. L'acquirente perde la causa e l'immobile, venendo condannata al pagamento delle spese legali.
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Indennizzo assicurativo negato: le chiavi nella gru costano caro
Una società finanziaria ha richiesto il pagamento dell'indennizzo assicurativo per il furto di una gru telescopica, avvenuto di notte all'interno di un capannone industriale. La compagnia assicurativa ha rifiutato il pagamento poiché le chiavi di accensione erano state lasciate in uno sportello esterno del mezzo, facilitandone il furto dopo la forzatura del cancello. I giudici di merito hanno negato il risarcimento ravvisando un aggravamento del rischio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in Cassazione e che la ricorrente non ha riportato correttamente le clausole contrattuali nel ricorso, violando i requisiti formali. La società finanziaria perde definitivamente la causa ed è condannata a pagare le spese legali.
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Responsabilità del mediatore: garante insolvente e broker salvo
Una società venditrice incarica un broker di trovare un garante per una vendita di merci da 500.000 euro. Il garante indicato si rivela insolvente. La società subentrante fa causa al broker chiedendo il risarcimento. Il Tribunale accoglie la domanda qualificando il rapporto come consulenza. La Corte d'Appello ribalta la decisione, qualificando il rapporto come mediazione e negando la responsabilità del mediatore, poiché non tenuto a indagini patrimoniali approfondite sulla solvibilità del garante. La Cassazione conferma questa decisione, rigettando il ricorso. La Corte stabilisce che il giudice d'appello può riqualificare il contratto e che la responsabilità del mediatore ex art. 1759 c.c. non comprende l'obbligo di verificare la solvibilità delle parti con indagini complesse, a meno di specifico patto contrario.
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Riporto dell’anzianità di servizio: no al doppio aumento
Un gruppo di dipendenti pubblici ha chiesto il riconoscimento dell'anzianità maturata prima della loro promozione, pretendendo il conseguente aumento di stipendio. I lavoratori invocavano il regolamento interno per ottenere il riporto dell'anzianità di servizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione d'appello. I giudici hanno chiarito che la norma del regolamento ha una funzione di salvaguardia: serve solo a evitare perdite economiche nel passaggio di qualifica, non a garantire un automatico incremento retributivo a chi ha già ottenuto un aumento significativo, pari ad almeno il quindici per cento, grazie alla promozione. I lavoratori hanno perso la causa e sono stati condannati a pagare le spese processuali.
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Assegno ad personam: no alle voci variabili nello stipendio
Un lavoratore, trasferito da un ente pubblico a un altro, chiedeva che nel calcolo del suo assegno ad personam, volto a preservare il trattamento economico in godimento, venisse inserita anche la voce variabile relativa alle economie di esercizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando che l'assegno ad personam deve comprendere esclusivamente le voci retributive fisse, continuative e non occasionali. Le somme collegate a eventi incerti e variabili, come i risparmi di gestione distribuiti annualmente, non possono essere incluse in questa garanzia di conservazione dello stipendio. Di conseguenza, il lavoratore ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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Diritto di prelazione: l’inquilino vince contro il terzo acquirente
Una società venditrice stipula un contratto preliminare per la vendita di un hotel con un promissario acquirente. L'accordo è sottoposto alla condizione sospensiva del mancato esercizio del diritto di prelazione da parte dell'inquilino. L'inquilino dichiara tempestivamente di voler acquistare l'immobile, ma l'acquisto effettivo avviene tramite una società di leasing. Il promissario acquirente chiede la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni, sostenendo che la prelazione non si sia perfezionata correttamente. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società venditrice. I giudici chiariscono che il diritto di prelazione si perfeziona con la sola dichiarazione dell'inquilino di voler acquistare il bene alle condizioni offerte. Il successivo pagamento e il rogito appartengono a una fase esecutiva successiva, rendendo il contratto preliminare con il terzo definitivamente inefficace sin dal momento della dichiarazione.
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Lodo arbitrale: la lingua russa non blocca il pagamento italiano
L'Azienda Italiana ha impugnato il riconoscimento del lodo arbitrale straniero emesso a Mosca, che la condannava a pagare oltre 1,3 milioni di euro alla Società Estera. L'Azienda Italiana lamentava la violazione del diritto di difesa poiché le notifiche del procedimento erano in lingua russa e caratteri cirillici. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, avendo le parti scelto un arbitrato amministrato, hanno implicitamente accettato il regolamento della camera arbitrale che prevede l'uso del russo. Inoltre, ignorare comunicazioni commerciali con intestazioni chiare in inglese costituisce grave negligenza e non una violazione del contraddittorio.
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