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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Sezione Quinta Penale

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Prescrizione del reato: salvi i danni alla vittima
Due imputati, condannati in primo grado per lesioni gravi ai danni di una loro debitrice, si sono visti dichiarare la prescrizione del reato in appello, con conferma della condanna al risarcimento dei danni. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione chiedendo l'assoluzione nel merito o l'annullamento per prescrizione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Ha chiarito che, in presenza di una già dichiarata prescrizione del reato, l'impugnazione per tale motivo è priva di interesse. Inoltre, per ottenere l'assoluzione nel merito in presenza di prescrizione, occorre dimostrare l'evidenza immediata dell'innocenza, non essendo sufficiente richiedere una rivalutazione delle prove di fatto, preclusa in sede di legittimità. I ricorrenti sono stati condannati alle spese.
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Bancarotta: sanzione illegale e prescrizione del reato
L'Amministratore di una società veniva condannato per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, con l'applicazione della pena accessoria fissa di dieci anni. L'imputato proponeva ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità hanno rilevato d'ufficio l'illegalità delle pene accessorie, calcolate su una norma dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale nel 2018 (che ha sostituito la misura fissa con quella flessibile fino a dieci anni). Poiché la sentenza non era ancora passata in giudicato a causa di questo vizio sulle sanzioni accessorie, la Suprema Corte ha potuto accertare la sopravvenuta prescrizione del reato principale, maturata dopo dodici anni e sei mesi dai fatti. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna.
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Prescrizione del reato o assoluzione: la Cassazione decide
L'Imputato, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa sulle assicurazioni, impugna la sentenza d'appello che ha dichiarato estinti i reati per intervenuta prescrizione del reato. Il ricorrente chiede l'assoluzione nel merito, lamentando la mancanza di prove della sua colpevolezza. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, in presenza della prescrizione del reato, il proscioglimento nel merito prevale solo se l'innocenza dell'imputato emerge dagli atti in modo evidente e immediato. Se le prove sono semplicemente insufficienti o contraddittorie, il giudice deve limitarsi a dichiarare la prescrizione del reato, senza compiere ulteriori valutazioni di merito. L'Imputato viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro il patteggiamento: lo scippo finisce in condanna
Due soggetti compiono uno scippo ai danni di un passante causandone la caduta e conseguenti lesioni. Successivamente concordano una pena di tre anni di reclusione tramite patteggiamento. Nonostante l'accordo, propongono ricorso per cassazione contestando la mancata valutazione dei presupposti per il proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi. I giudici chiariscono che il ricorso contro il patteggiamento è limitato per legge a motivi tassativi, tra cui non rientra la contestazione sulla mancata pronuncia di proscioglimento. I ricorrenti vengono condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Patteggiamento: l’assenza dell’imputato non annulla la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la sentenza di patteggiamento. L'imputato, agli arresti domiciliari, lamentava la mancata notifica del rinvio dell'udienza e la sua assenza in aula. I giudici hanno chiarito che la presenza fisica dell'imputato non è necessaria se il difensore è munito di procura speciale per il patteggiamento. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che la qualificazione giuridica dei fatti concordata tra le parti può essere contestata in sede di legittimità solo in caso di errore macroscopico ed evidente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Bancarotta fraudolenta: condanna annullata per prescrizione
L'Amministratore di una società, condannato per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti. Durante il giudizio di legittimità, la Suprema Corte ha rilevato il decorso del termine massimo di prescrizione dei reati, pari a dodici anni e sei mesi dalla dichiarazione di fallimento. Poiché il ricorso non era manifestamente infondato, i giudici hanno applicato il principio dell'immediata declaratoria delle cause di estinzione del reato. Non emergendo dagli atti un'evidente prova di innocenza che imponesse il proscioglimento nel merito, la Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando i reati estinti per prescrizione. L'Amministratore ottiene così l'annullamento della condanna e delle relative pene.
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Concorso di persone nel reato: passeggero libero, autore punito
Tre soggetti vengono condannati per un tentato scippo. L'esecutore materiale ha tentato di strappare la borsa alla vittima, fuggendo poi su un'auto guidata da un complice, dove si trovava anche un passeggero. La Cassazione chiarisce i confini del concorso di persone nel reato: mentre il conducente ha attivamente agevolato la fuga, il passeggero è un mero connivente non punibile, non avendo fornito alcun contributo materiale o morale. Poiché i ricorsi del conducente e del passeggero sono fondati, la Corte rileva l'avvenuta prescrizione del reato e annulla la loro condanna senza rinvio. Al contrario, il ricorso dell'esecutore materiale viene dichiarato inammissibile poiché manifestamente infondato sulle attenuanti generiche, confermando la sua condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lesioni personali gravissime: condanna per una spinta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di lesioni personali gravissime a carico di un uomo che, durante un litigio, ha spinto violentemente un'altra persona, causandone la caduta e una grave lesione midollare. L'imputato sosteneva che le lesioni fossero derivate dalla sua successiva caduta accidentale sopra la vittima e che il reato fosse ormai prescritto. I giudici hanno invece stabilito che la spinta iniziale è la causa diretta del danno e che l'imputato, spingendo una persona in stato di ebbrezza, ha accettato il rischio di provocare gravi conseguenze fisiche (dolo eventuale). Inoltre, l'inammissibilità del ricorso ha impedito la dichiarazione di prescrizione del reato.
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Prescrizione del reato: condanna per furto annullata dopo anni
L'Imputato era stato condannato per il reato di furto aggravato commesso nell'agosto del 2007. La Corte d'Appello, pur riducendo la pena ed eliminando alcune aggravanti, non aveva rilevato l'avvenuta prescrizione del reato. L'Imputato ha quindi proposto ricorso per Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, evidenziando che il termine massimo di prescrizione, pari a nove anni (comprensivo dell'aumento per la recidiva specifica), era interamente decorso nell'agosto del 2016, ben prima della sentenza d'appello del 2020. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, sancendo l'estinzione del reato per prescrizione del reato.
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Stalking ed estinzione: la remissione di querela salva l’imputato
Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza di non luogo a procedere emessa dal Giudice per l'udienza preliminare nei confronti dell'Imputato, accusato di atti persecutori e violazione di domicilio. Il Giudice aveva dichiarato l'estinzione dei reati per remissione tacita della querela. Il Procuratore ha contestato la decisione, evidenziando che per il reato di stalking la legge impone una formale remissione processuale. Tuttavia, durante il giudizio di Cassazione, la difesa ha depositato un atto di formale remissione di querela, regolarmente accettato dall'Imputato davanti ai Carabinieri. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore per sopravvenuta carenza di interesse, confermando l'estinzione dei reati grazie alla valida remissione formale sopravvenuta.
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Sentenza di patteggiamento: l’accordo che blocca il ricorso
Due imputati, accusati di furto aggravato, concordano con il giudice una pena ridotta. Successivamente, il loro difensore propone ricorso in Cassazione lamentando la mancata verifica di possibili cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che la legge limita rigorosamente i motivi per impugnare una sentenza di patteggiamento. Non è possibile contestare la mancata assoluzione o il difetto di motivazione se non si rientra nei casi tassativi previsti dalla riforma del 2017. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e vengono condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Impugnazione del patteggiamento: accordo valido, ricorso negato
L'Imputato ha concordato con il Tribunale una pena di tre anni di reclusione e duemila euro di multa per associazione a delinquere tramite patteggiamento. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata verifica di eventuali cause di proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è strettamente limitata dalla legge a motivi specifici, come l'espressione della volontà o l'illegalità della pena. Di conseguenza, non è possibile contestare genericamente la mancata applicazione del proscioglimento immediato o il difetto di motivazione. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Liti tra vicini: la depenalizzazione del reato di ingiuria
Due vicini di casa venivano condannati nei gradi di merito per i reati di ingiuria aggravata e minaccia a seguito di accese liti condominiali. Gli imputati proponevano ricorso in Cassazione contestando l'attendibilità dei testimoni. La Suprema Corte ha disposto l'annullamento senza rinvio della sentenza. Per quanto riguarda l'ingiuria, la Corte ha applicato la depenalizzazione del reato di ingiuria introdotta nel 2016, eliminando anche le statuizioni civili e rimandando la persona offesa al giudice civile. Per il reato di minaccia, i giudici hanno dichiarato l'estinzione per intervenuta prescrizione, confermando però la condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile, ritenendo infondati i motivi di merito del ricorso.
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Limiti ricorso patteggiamento: la Cassazione frena i condannati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da quattro imputati contro la sentenza del Tribunale di Torino, che aveva applicato la pena concordata per i reati di furto aggravato e ricettazione. I ricorrenti lamentavano vizi di motivazione sulla pena e sulla ricostruzione dei fatti. La Suprema Corte ha chiarito che i limiti ricorso patteggiamento imposti dall'articolo 448, comma 2-bis, del codice di procedura penale consentono l'impugnazione solo per motivi tassativi, come l'espressione della volontà, il difetto di correlazione, l'erronea qualificazione giuridica o l'illegalità della pena. Poiché le contestazioni dei ricorrenti riguardavano la valutazione delle prove e la motivazione della sentenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Bancarotta fraudolenta: condanna confermata ma pene da ricalcolare
Un amministratore societario viene condannato per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale per aver distratto fondi tramite prelievi ingiustificati ed emissione di assegni senza provvista, oltre ad aver alterato le scritture contabili. Un secondo soggetto, accusato di reati tributari e associativi, vede i suoi reati prescritti. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del secondo imputato. Per quanto riguarda l'amministratore, la Suprema Corte conferma la responsabilità penale per il reato di bancarotta fraudolenta, ma annulla la sentenza limitatamente alla durata delle pene accessorie. Questa decisione recepisce la dichiarazione di incostituzionalità della norma che imponeva la durata fissa di dieci anni, rinviando alla Corte d'appello per la rideterminazione della sanzione accessoria.
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Divieto di reformatio in peius: assoluzione salva in Cassazione
L'Imputato, assolto in primo grado dal reato di lesioni personali perché il fatto non sussiste, ha visto la decisione riformata in appello su ricorso della sola Parte Civile. Il Tribunale ha infatti dichiarato il reato estinto per prescrizione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, stabilendo che il giudice d'appello non poteva dichiarare la prescrizione del reato in assenza di impugnazione del Pubblico Ministero. Tale decisione viola il divieto di reformatio in peius, poiché la prescrizione comporta un implicito giudizio di colpevolezza peggiorativo rispetto all'assoluzione nel merito. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la sentenza d'appello, confermando l'assoluzione.
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Ricorso contro il patteggiamento: l’accordo blinda la condanna
Tre imputati concordano una pena per tentato furto in abitazione. Successivamente, propongono ricorso per Cassazione: uno lamenta la mancata assoluzione d'ufficio, gli altri due contestano la motivazione sulle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione dichiara i ricorsi inammissibili. La legge stabilisce infatti limiti rigidissimi per il ricorso contro il patteggiamento, consentendolo solo per vizi della volontà, difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, errore sulla qualificazione giuridica del fatto o illegalità della pena. Le contestazioni sollevate non rientrano in queste ipotesi tassative. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e vengono condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Furto di energia elettrica: condanna annullata senza querela
L'Imputata era stata condannata per il reato di furto di energia elettrica, realizzato tramite un allaccio abusivo alla rete pubblica che alimentava la sua abitazione e la cantina. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso della difesa, ha rilevato una violazione di legge: i giudici di appello avevano applicato retroattivamente una pena minima più severa introdotta da una riforma successiva ai fatti. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno dovuto verificare la procedibilità del reato. A seguito della Riforma Cartabia, questo tipo di furto è diventato procedibile solo dietro querela della persona offesa. Poiché la società erogatrice non ha mai presentato una formale querela, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna. L'Imputata viene così definitivamente prosciolta da ogni accusa.
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Ricorso contro il patteggiamento: accordo fatto, addio ripensamenti
L'Imputato ha concordato una pena di un anno di reclusione e 400 euro di multa per furto aggravato. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancanza di una motivazione dettagliata sulla qualificazione giuridica del reato da parte del Tribunale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro il patteggiamento. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, questo tipo di impugnazione è ammesso solo per casi tassativi, tra cui l'erronea qualificazione giuridica e non la semplice mancanza di motivazione sul punto. Inoltre, l'accordo tra le parti riduce l'obbligo di motivazione del giudice a una sintetica descrizione del fatto. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsità ideologica in atto pubblico: targa distrutta ma attiva
Il caso riguarda un cittadino condannato per il reato di falsità ideologica in atto pubblico per aver dichiarato falsamente alla Motorizzazione Civile la distruzione di una targa di prova, in realtà ancora utilizzata. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la targa controllata potesse essere una copia e invocando la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare i fatti di causa e che l'ipotesi della targa-copia era puramente congetturale. Inoltre, la prescrizione non era maturata prima della sentenza d'appello e l'inammissibilità del ricorso impedisce di rilevare la prescrizione successiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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