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Art. 1218 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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525 provvedimenti

Altri anni per Art. 1218 Codice Civile

Lite temeraria: ricorso inammissibile dopo accordo
Una società propone ricorso in Cassazione contro una sentenza di risarcimento danni a favore di un ex dipendente, nonostante avesse già firmato una conciliazione giudiziale rinunciando all'azione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile per carenza di interesse ad agire e condanna la società per lite temeraria, sanzionando l'abuso dello strumento processuale e la violazione dei doveri di lealtà e probità.
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Rivalutazione contributi: l’anno di riferimento corretto
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha stabilito che per il calcolo delle pensioni dei professionisti forensi, la rivalutazione contributi sui redditi deve iniziare dal 1980. Tuttavia, la Corte ha precisato che il diritto alla prestazione pensionistica è strettamente legato ai contributi 'effettivamente versati'. Pertanto, se un professionista ha versato meno del dovuto a causa di un calcolo errato basato su un indice di rivalutazione inferiore, la sua pensione dovrà essere calcolata sulla base di quanto versato. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per valutare se l'errore del professionista nel versamento fosse 'scusabile'.
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Qualifica dirigenziale: onere della prova e risarcimento
Un dipendente di un istituto bancario ha agito in giudizio per ottenere il riconoscimento della qualifica dirigenziale, oltre al risarcimento per demansionamento e mobbing. La Corte di Cassazione, confermando le decisioni dei gradi precedenti, ha respinto il ricorso. La sentenza sottolinea che l'onere della prova per la qualifica dirigenziale grava interamente sul lavoratore, il quale deve fornire una dimostrazione rigorosa e comparativa delle mansioni svolte. Di conseguenza, sono state rigettate anche le domande accessorie di risarcimento.
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Tempo di Lavoro: Viaggio Casa-Cliente è Orario Pagato?
Un tecnico ha citato in giudizio la sua azienda di telecomunicazioni per ottenere la retribuzione del tempo di viaggio da casa al primo cliente. I tribunali di merito avevano respinto la richiesta, qualificandola erroneamente come straordinario. La Cassazione ha annullato la decisione, chiarendo che si tratta di tempo di lavoro ordinario, con un diverso regime probatorio. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Ricorso inammissibile: quando la Cassazione non decide
Una lavoratrice ha citato in giudizio la sua ex azienda per mobbing e demansionamento, perdendo sia in primo che in secondo grado. La Corte di Cassazione ha dichiarato il suo ricorso inammissibile, evidenziando l'importanza di formulare correttamente i motivi di ricorso e il limite della 'doppia conforme', ovvero due sentenze di merito identiche. La decisione sottolinea che la Cassazione non può riesaminare i fatti, ma solo la corretta applicazione della legge.
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Condotta antisindacale: responsabilità del datore
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'azienda è responsabile per condotta antisindacale se impedisce a un sindacato di assistere i propri iscritti durante le procedure di conciliazione. Tale responsabilità sussiste anche se l'esclusione del sindacato è stata decisa dall'associazione di categoria a cui l'azienda aderisce. Secondo la Corte, ciò che rileva è l'oggettiva lesione della libertà e dell'attività sindacale, a prescindere dall'intenzione del datore di lavoro.
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Rivalutazione pensione: principio del versato
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 29679/2025, interviene sul tema della rivalutazione pensione per un professionista. Pur confermando che la rivalutazione dei redditi debba partire dal 1980, la Corte ha stabilito un principio cruciale: la pensione deve essere calcolata solo sui redditi per i quali i contributi sono stati "effettivamente versati". Se sono stati pagati contributi inferiori, anche a causa di una richiesta errata da parte dell'ente previdenziale, il professionista non ha automaticamente diritto alla pensione calcolata sull'importo maggiore. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per verificare se l'errore nel versamento fosse scusabile da parte del professionista.
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Perdita di chance: onere della prova del dipendente
Un gruppo di dipendenti pubblici ha citato in giudizio il Ministero di appartenenza per ottenere un risarcimento danni da perdita di chance, a causa della mancata conclusione delle procedure per la progressione di carriera. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione della Corte d'Appello. È stato ribadito che spetta al lavoratore l'onere di provare l'esistenza di una probabilità concreta ed elevata di successo, prova che nel caso di specie non è stata fornita. La norma contrattuale che prevedeva le procedure è stata inoltre considerata di natura meramente programmatica, non tale da creare un diritto soggettivo alla progressione.
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Perdita di chance: onere della prova nel pubblico impiego
Un gruppo di dipendenti pubblici ha citato in giudizio il proprio Ministero per la mancata attivazione di procedure di progressione di carriera, chiedendo un risarcimento per perdita di chance. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 15308/2024, ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che spetta al lavoratore dimostrare, anche tramite presunzioni, la sussistenza di una probabilità concreta e non meramente ipotetica di successo. L'esistenza di un danno risarcibile deve essere provata prima di poterne chiedere una valutazione equitativa.
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Perdita di chance: onere della prova del dipendente
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 15301/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di alcuni dipendenti del Ministero della Giustizia. I lavoratori chiedevano un risarcimento per la perdita di chance di progressione di carriera, a causa della mancata attivazione delle procedure selettive previste dal contratto collettivo. La Corte ha ribadito che, per ottenere il risarcimento, non basta dimostrare l'inadempimento dell'amministrazione, ma è necessario che il dipendente provi, anche tramite presunzioni, di avere avuto una concreta e probabile possibilità di successo se la selezione si fosse svolta. In assenza di tale prova, la domanda di risarcimento non può essere accolta.
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Risarcimento danno pubblico impiego: no prova, no indennizzo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14419/2024, ha negato il risarcimento del danno a una dipendente pubblica a tempo indeterminato che aveva ricevuto una serie di incarichi dirigenziali temporanei illegittimi. La Corte ha stabilito che, non essendoci una situazione di precarietà lavorativa (la dipendente non ha mai rischiato il posto), non si applica l'indennità forfettaria prevista per l'abuso di contratti a termine. In assenza di una prova specifica del danno subito, la richiesta di risarcimento danno nel pubblico impiego è stata respinta, distinguendo tra l'illecito per violazione delle norme sul precariato e quello per violazione delle regole di accesso ai pubblici uffici.
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Risarcimento medici specializzandi: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento per i medici specializzandi anche se iscritti a corsi iniziati prima della scadenza del termine per l'attuazione delle direttive europee (31 dicembre 1982). Il risarcimento, tuttavia, decorre solo dal 1° gennaio 1983. La Corte ha rigettato il ricorso della Presidenza del Consiglio dei Ministri, allineandosi a un consolidato orientamento giurisprudenziale europeo e nazionale che riconosce la responsabilità dello Stato per il tardivo recepimento della normativa comunitaria sulla remunerazione dei medici in formazione.
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Autorizzazione preventiva assunzione: contratto nullo
Un medico si è visto sospendere un incarico presso un'Azienda Sanitaria Provinciale prima ancora di iniziare. La Corte di Cassazione ha confermato la nullità del contratto a causa della mancata autorizzazione preventiva assunzione da parte della Regione, un requisito imposto da una legge per il controllo della spesa pubblica. Di conseguenza, è stata negata qualsiasi richiesta di adempimento o risarcimento danni, poiché un contratto nullo non produce alcun effetto giuridico.
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Onere della prova: la Cassazione su mansioni identiche
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14135/2024, ha dichiarato inammissibili i ricorsi di alcuni dirigenti medici che chiedevano un adeguamento retributivo basato sulla presunta identità di mansioni con colleghi meglio pagati. La decisione sottolinea che l'onere della prova spetta al lavoratore, il quale deve fornire allegazioni specifiche e dettagliate, non potendo fare affidamento sul principio di non contestazione a fronte di affermazioni generiche.
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Promessa del fatto del terzo: no a danni se c’è indennizzo
Un gruppo di lavoratori, licenziati dopo il fallimento del loro datore di lavoro, ha citato in giudizio una società aeroportuale e un ente regionale. La società aveva promesso, tramite un accordo, di favorire la loro ricollocazione professionale (promessa del fatto del terzo). Una precedente sentenza aveva già concesso ai lavoratori un indennizzo ai sensi dell'art. 1381 c.c., stabilendo che la società aveva agito diligentemente ma la ricollocazione era fallita per cause esterne. In questa nuova causa, i lavoratori chiedevano un risarcimento del danno per inadempimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo che l'indennizzo e il risarcimento del danno sono rimedi alternativi e non cumulabili. Essendo già stata accertata l'assenza di colpa della società (giudicato), non era possibile avanzare una nuova pretesa basata sulla colpa. Anche le richieste verso l'ente regionale sono state respinte per carenza di prova.
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Scorrimento graduatoria: Diritto o aspettativa?
La Corte di Cassazione ha stabilito che un candidato idoneo ma non vincitore in un concorso pubblico non vanta un diritto soggettivo all'assunzione tramite scorrimento graduatoria, ma solo una mera aspettativa. Nel caso di specie, una dipendente classificatasi ottava in una selezione per quattro posti non poteva pretendere l'assunzione, anche se si erano resi disponibili sette posti in totale, poiché la sua posizione non era raggiungibile dall'effettivo scorrimento.
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Risoluzione anticipata: obbligo di motivazione per la PA
Un dirigente pubblico ha subito la risoluzione anticipata del suo contratto biennale a causa del raggiungimento dell'anzianità contributiva massima. La Corte di Cassazione ha stabilito l'illegittimità del provvedimento per mancanza di motivazione. La sentenza sottolinea che, specialmente per i casi antecedenti alla riforma del 2011, la Pubblica Amministrazione ha l'obbligo di spiegare le ragioni organizzative alla base della risoluzione anticipata rapporto di lavoro, a tutela dei principi di buona fede e correttezza.
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Reiterazione contratti a termine: Cassazione e scuola
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 11341/2024, ha stabilito un principio cruciale in materia di reiterazione di contratti a termine nel settore scolastico. La Suprema Corte ha chiarito che l'abuso nel rinnovo dei contratti precari sussiste quando questi sono utilizzati per coprire esigenze stabili e durature, come le cattedre vacanti, per un periodo superiore a 36 mesi. Ciò vale anche se il docente ha prestato servizio in istituti scolastici diversi. La sentenza ha cassato la decisione della Corte d'Appello che aveva negato il risarcimento proprio su questo presupposto, rinviando per un nuovo esame. È stato invece confermato il termine di prescrizione quinquennale per le rivendicazioni economiche relative all'anzianità di servizio.
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Diritto di precedenza: obblighi del datore di lavoro
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 9538/2024, ha stabilito principi chiave sul diritto di precedenza nei contratti stagionali. Due lavoratori, dopo una serie di contratti a termine, avevano chiesto la conversione del rapporto in tempo indeterminato. La Corte ha chiarito che spetta al datore di lavoro provare che le mansioni erano esclusivamente stagionali. Inoltre, ha affermato che la mancata indicazione del diritto di precedenza nel contratto non causa la conversione automatica, ma rende il datore di lavoro responsabile per il risarcimento del danno se assume altri lavoratori, non potendo eccepire il mancato esercizio del diritto da parte del dipendente.
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Responsabilità datore di lavoro: il caso del furto
Una cassiera di banca è stata ritenuta responsabile per un ammanco di cassa causato da un furto commesso da un collega. La Corte di Cassazione, pur riconoscendo la negligenza della dipendente, ha stabilito che va valutata anche la responsabilità del datore di lavoro (la banca) per non aver informato la dipendente dei precedenti penali del collega, configurando un concorso di colpa che può ridurre il risarcimento dovuto. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione.
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