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Art. 1218 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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525 provvedimenti

Altri anni per Art. 1218 Codice Civile

Recesso contratto progetto: quando è illegittimo?
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso da un contratto a progetto per il periodo in cui la prestazione lavorativa è stata sospesa prima che la causa giustificativa (cessazione di un finanziamento pubblico) fosse formalmente deliberata. La motivazione del recesso non può avere efficacia retroattiva, pertanto la sospensione anticipata costituisce un inadempimento contrattuale che dà diritto al risarcimento del danno.
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Interesse ad agire e dimissioni: sì al risarcimento
Un dirigente medico impugna un trasferimento ritenuto illegittimo. Durante la causa si dimette, ma la Cassazione conferma il suo diritto a proseguire l'azione. La Corte stabilisce che l'interesse ad agire sussiste se il lavoratore, sin dall'inizio, ha formulato una riserva di agire per il risarcimento dei danni. La dichiarazione di illegittimità del trasferimento diventa così un presupposto necessario per la futura richiesta di risarcimento, anche dopo la cessazione del rapporto di lavoro.
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Indebito previdenziale: quando restituire l’ASPI
Una lavoratrice ha erroneamente richiesto il 'ripristino' dell'indennità di disoccupazione invece di una 'nuova domanda', ricevendo somme non dovute. La Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo di restituzione, qualificando il caso come indebito previdenziale oggettivo. La sentenza chiarisce che l'errore del richiedente rende il pagamento 'sine titulo' e la buona fede non esclude l'obbligo di rimborso del capitale.
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Cumulo interessi e rivalutazione: no per enti pubblici
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 419/2024, ha stabilito che un ente pubblico territoriale non può essere condannato al pagamento del cumulo di interessi e rivalutazione monetaria sui crediti di lavoro. Sebbene l'ente sia stato condannato per l'illegittima sospensione di contratti a progetto, la Corte ha accolto il motivo di ricorso relativo agli accessori del credito. È stato confermato che, in virtù della natura pubblicistica dell'ente, si applica la normativa speciale che prevede l'erogazione della maggior somma tra interessi e rivalutazione, escludendone la somma, a differenza di quanto avviene nel settore privato. Gli altri motivi, relativi all'interpretazione del contratto e alla legittimità della sospensione, sono stati respinti.
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Danno da demansionamento: onere della prova e risarcimento
Un lavoratore, dequalificato da responsabile informatico a semplici mansioni esecutive, ha ottenuto il risarcimento del danno da demansionamento. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 48/2024, ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando che l'onere di provare la legittimità del cambio di mansioni spetta al datore di lavoro. La Corte ha inoltre ribadito che il danno alla professionalità può essere provato anche tramite presunzioni, come la durata della dequalificazione e l'impoverimento delle competenze acquisite.
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Demansionamento: risarcimento con prova presuntiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'emittente televisiva al risarcimento del danno per demansionamento nei confronti di una sua giornalista. La Corte ha stabilito che la prova del danno professionale può essere fornita anche tramite presunzioni, come la durata della dequalificazione e il blocco della crescita professionale, validando la liquidazione equitativa del danno al 20% della retribuzione mensile.
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Omissione contributiva: il datore risarcisce il danno
Un ex dirigente medico ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro, un ospedale, per omissione contributiva sui compensi ricevuti per attività in 'plus orario' tra il 1994 e il 2004. L'ospedale sosteneva che tali compensi derivassero da lavoro autonomo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello, stabilendo che si trattava di lavoro dipendente e che l'omissione contributiva dava diritto al risarcimento del danno. È stato chiarito che il lavoratore può scegliere tra l'azione risarcitoria e la costituzione di una rendita vitalizia, senza che la mancata richiesta di quest'ultima costituisca concorso di colpa.
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Danno tardiva stabilizzazione: il no della Cassazione
Una lavoratrice ha richiesto il risarcimento del danno per tardiva stabilizzazione del suo rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, evidenziando come, nel corso del giudizio, un'altra sentenza definitiva (giudicato esterno) avesse accertato l'insussistenza del diritto originario della lavoratrice alla stabilizzazione. Venendo meno il presupposto fondamentale del diritto, la richiesta di risarcimento per il ritardo è stata considerata infondata.
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Revocazione sentenza Cassazione: quando è inammissibile
La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile la richiesta di revocazione di una sentenza della Cassazione relativa a degli adeguamenti pensionistici. I ricorrenti sostenevano che la Corte avesse commesso un errore di fatto, ignorando un debito preesistente stabilito da una sentenza del 1994. La Corte ha chiarito che non vi è stato alcun errore fattuale; la sua decisione precedente si basava sull'interpretazione giuridica secondo cui la successiva capitalizzazione del fondo pensione aveva estinto l'obbligazione di debito. Questo rappresenta un disaccordo su basi legali (errore di giudizio), non un motivo valido per la revocazione.
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Errore di fatto: revocare un’ordinanza Cassazione
La Corte di Cassazione ha respinto un ricorso per revocazione contro una propria ordinanza, chiarendo la netta distinzione tra l'errore di fatto, che consente la revocazione, e l'errore di giudizio, che non la ammette. Il caso riguardava una pretesa di pagamento per la perequazione di una pensione aziendale, che la Corte aveva già ritenuto estinta a seguito della capitalizzazione del fondo pensione. I ricorrenti lamentavano un errore di fatto, ma la Corte ha stabilito che le loro censure riguardavano in realtà l'interpretazione e la valutazione giuridica dei fatti, configurando un inammissibile tentativo di ottenere un nuovo giudizio nel merito.
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Contratto a progetto: recesso e sospensione illegittima
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo l'illegittimità della sospensione di un contratto a progetto disposta da un ente pubblico prima della formale revoca dei finanziamenti. L'ente è stato condannato al risarcimento del danno, pari ai corrispettivi non pagati durante il periodo di sospensione, poiché la revoca successiva dei fondi non può giustificare retroattivamente un'interruzione del rapporto non prevista contrattualmente.
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Nullità assunzione pubblico impiego: quando è valida?
Un dirigente, assunto dopo un concorso poi ritenuto illegittimo, viene demansionato dalla Pubblica Amministrazione che dichiara la nullità del suo inquadramento. La Cassazione conferma che la P.A. può rifiutare l'esecuzione di un contratto nullo per violazione di norme imperative, come la regola del concorso pubblico, configurando una nullità assunzione pubblico impiego.
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Inquadramento pubblico impiego: vale la legge nuova
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'inquadramento pubblico impiego di un vincitore di concorso deve seguire la normativa vigente al momento dell'assunzione e non quella del bando. Nel caso specifico, una lavoratrice, vincitrice di un concorso per una qualifica dirigenziale, è stata assunta in un livello inferiore a causa di una legge sopravvenuta (ius superveniens) che ha modificato l'assetto organizzativo dell'ente. La Corte ha dichiarato il ricorso della lavoratrice inammissibile, confermando che la Pubblica Amministrazione ha il dovere di adeguarsi alle nuove leggi, prevalendo queste sulle previsioni del bando originale.
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Licenziamento per giusta causa: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un responsabile commerciale, confermando il suo licenziamento per giusta causa. Il lavoratore era stato licenziato per aver sistematicamente e senza autorizzazione ridotto i prezzi di vendita a favore di un unico cliente, causando un ingente danno economico all'azienda. La Corte ha ritenuto che i motivi del ricorso mirassero a un riesame del merito, non consentito in sede di legittimità, e ha confermato la validità della procedura disciplinare e la sussistenza della condotta infedele.
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Mutatio libelli in appello: quando la domanda è nuova
Una dipendente pubblica ha citato in giudizio il datore di lavoro e l'ente proprietario dell'immobile per i danni subiti a seguito di una caduta. Inizialmente, la causa della caduta era stata identificata in una "sconnessione non segnalata". In appello, la lavoratrice ha modificato la causa, indicando la mancanza di parapetti sulla rampa. La Cassazione ha confermato l'inammissibilità della domanda per mutatio libelli in appello, poiché l'introduzione di nuovi fatti costitutivi viola il diritto di difesa e le preclusioni processuali.
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Passaggio dipendenti pubblici: la Cassazione decide
Un dipendente comunale, addetto al servizio idrico, si oppone al trasferimento presso la società privata subentrata nella gestione del servizio. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32773/2024, stabilisce che il passaggio dei dipendenti pubblici in questi casi è automatico e non richiede il consenso del lavoratore. La normativa, infatti, configura una fattispecie legale di trasferimento finalizzata a garantire la continuità occupazionale, applicando la disciplina del trasferimento d'azienda (art. 2112 c.c.). Il rifiuto del lavoratore è quindi irrilevante.
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Danno da demansionamento: risarcimento e trasferimento
La Corte di Cassazione conferma la condanna di un'azienda per danno da demansionamento, stabilendo che il pregiudizio professionale può essere provato anche in via presuntiva. L'ordinanza chiarisce che il trasferimento di un lavoratore che assiste un familiare disabile è illegittimo anche se avviene all'interno della stessa città, qualora leda la possibilità di assistenza. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando la decisione della Corte d'Appello che aveva riconosciuto l'illegittimità del trasferimento e il demansionamento del dipendente, assegnato a mansioni di call center non equivalenti alle precedenti.
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Mancata richiesta NASPI: il nesso causale è escluso
Un lavoratore, licenziato dopo un lungo periodo di sospensione, ha citato in giudizio l'ex datore di lavoro per il risarcimento dei danni, inclusa la perdita dell'indennità di disoccupazione (NASPI). La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, stabilendo che la causa diretta del danno economico era la stessa omissione del lavoratore. La mancata richiesta NASPI da parte del dipendente interrompe il nesso causale con qualsiasi presunta condotta illecita dell'azienda, rendendo quest'ultima non responsabile per la perdita del sussidio.
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Impossibilità sopravvenuta e stipendio nel lockdown
La Corte di Cassazione ha stabilito che un datore di lavoro del settore aereo, impossibilitato a ricevere la prestazione lavorativa a causa del lockdown per COVID-19, non è tenuto a corrispondere la retribuzione. Questo principio si applica quando l'impossibilità sopravvenuta non è imputabile all'azienda, la quale era legalmente esclusa dagli ammortizzatori sociali ordinari previsti per l'emergenza. La Corte ha chiarito che la sospensione dell'attività per ordine dell'autorità ('factum principis') determina una quiescenza del rapporto di lavoro, sospendendo l'obbligo di retribuzione.
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Responsabilità contrattuale banca: Cassazione chiarisce
Un ente previdenziale ha citato in giudizio un istituto di credito per aver continuato a erogare ratei di pensione all'erede di una pensionata deceduta. La Corte di Cassazione ha stabilito che la responsabilità dell'istituto di credito è di natura contrattuale, e non extracontrattuale. Questa qualificazione deriva dalla violazione di specifici doveri professionali imposti dalla legge, che generano un affidamento qualificato. Di conseguenza, il termine di prescrizione applicabile per l'azione di risarcimento è quello ordinario di dieci anni, e non quello breve di cinque anni, riformando la decisione della corte d'appello che aveva dichiarato il diritto prescritto.
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