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Art. 1218 Codice Civile — Anno 2019

7 provvedimenti

Altri anni per Art. 1218 Codice Civile

Responsabilità appaltatore: quando è un nudus minister?
Una società committente lamentava il malfunzionamento di un impianto realizzato da un'altra impresa, difetto riconducibile a un componente progettato dalla committente stessa. La Corte di Cassazione ha chiarito che la responsabilità dell'appaltatore non è automaticamente esclusa in questi casi. L'appaltatore, infatti, ha il dovere professionale di verificare il progetto e segnalare eventuali errori evidenti. Può essere considerato un mero esecutore ('nudus minister'), e quindi esente da colpa, solo se dimostra di aver avvisato il committente delle criticità e di aver proceduto solo a seguito della sua insistenza. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione.
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Improcedibilità del ricorso: l’onere del deposito
Una società alimentare e la sua fideiussore hanno presentato ricorso in Cassazione contro una società fornitrice di contenitori metallici, in una disputa per vizi della fornitura. La Suprema Corte ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso perché le società ricorrenti, pur avendo dichiarato che la sentenza d'appello era stata loro notificata, non hanno depositato la copia della sentenza con la relativa relazione di notificazione entro il termine previsto dalla legge. Questa omissione formale ha reso impossibile per la Corte verificare la tempestività dell'impugnazione, determinando l'inammissibilità del ricorso a prescindere dal merito della controversia.
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Responsabilità banca: diligenza e assegno contraffatto
Una società assicurativa ha citato in giudizio due istituti bancari per i danni subiti a seguito della negoziazione di un assegno contraffatto nell'importo e nel beneficiario. La Corte di Cassazione, confermando le sentenze di merito, ha rigettato il ricorso, stabilendo che la responsabilità della banca negoziatrice non è oggettiva, ma si fonda sulla colpa. La banca può essere esonerata se dimostra di aver agito con la diligenza professionale richiesta, specialmente quando la falsificazione, come nel caso di specie, era estremamente difficile da rilevare.
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Onere della prova nel mobbing: la guida completa
Un lavoratore ha citato in giudizio la sua ex azienda per mobbing, richiedendo un cospicuo risarcimento. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto le sue richieste. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, chiarendo che l'onere della prova nel mobbing spetta interamente al dipendente. Quest'ultimo deve dimostrare non solo i comportamenti vessatori, ma anche l'intento persecutorio del datore di lavoro. Il ricorso è stato giudicato un tentativo di riesaminare i fatti, non consentito in sede di legittimità.
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Danno contratti a termine: sì al risarcimento PA
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9114/2019, ha stabilito che un lavoratore del settore pubblico, vittima di un utilizzo abusivo di contratti a termine, ha diritto a un risarcimento del danno anche se non può ottenere la conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato. Riformando la decisione della Corte d'Appello, che aveva negato il risarcimento per mancata prova del danno, la Suprema Corte ha affermato che il cosiddetto 'danno comunitario' è presunto e deve essere liquidato secondo parametri specifici, invertendo di fatto l'onere probatorio a favore del lavoratore. Viene invece negato il diritto alla retribuzione per i periodi non lavorati tra un contratto e l'altro.
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Risarcimento danno pubblico impiego: la Cassazione
Una lavoratrice del settore pubblico, assunta con una serie di contratti a tempo determinato illegittimi, ha agito in giudizio per ottenere la conversione del rapporto in tempo indeterminato e il risarcimento del danno. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9115/2019, ha ribadito il divieto di conversione del contratto nel pubblico impiego, in ossequio al principio costituzionale del concorso pubblico. Tuttavia, ha affermato il diritto della lavoratrice al risarcimento del danno per l'abuso subito. Tale danno, definito 'comunitario', non richiede una prova specifica ma viene presunto e liquidato dal giudice in una misura compresa tra 2,5 e 12 mensilità dell'ultima retribuzione. La Corte ha chiarito che neppure la successiva stabilizzazione della lavoratrice presso una società controllata dall'ente pubblico elimina il diritto al risarcimento per l'abuso pregresso. La sentenza della Corte d'Appello, che aveva negato il risarcimento, è stata quindi cassata con rinvio.
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Risarcimento contratti a termine: le regole nel P.A.
Una lavoratrice del settore pubblico, dopo una serie di contratti a termine illegittimi, si è vista negare la conversione del rapporto in tempo indeterminato. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9116/2019, ha confermato il divieto di conversione, ma ha stabilito il suo diritto a un risarcimento del danno. Questo risarcimento per contratti a termine abusivi è presunto dalla legge, quantificato tra 2,5 e 12 mensilità, e non viene annullato da un'eventuale successiva stabilizzazione. La Corte ha così cassato la decisione d'appello che aveva negato ogni indennizzo.
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