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Art. 1218 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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525 provvedimenti

Altri anni per Art. 1218 Codice Civile

Onere della prova mobbing: la Cassazione chiarisce
Con l'ordinanza n. 29400/2024, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore che lamentava condotte vessatorie. La Corte ha stabilito un principio fondamentale sull'onere della prova mobbing: spetta al dipendente dimostrare non solo i comportamenti lesivi, ma anche lo specifico intento persecutorio del datore di lavoro. In assenza di tale prova, la domanda di risarcimento non può essere accolta. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile in quanto mirava a un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità.
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Mobbing del superiore: la responsabilità è extracontrattuale
Un dipendente pubblico ha citato in giudizio un suo superiore per mobbing. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la responsabilità per mobbing del superiore non è di natura contrattuale (come quella del datore di lavoro), ma extracontrattuale ai sensi dell'art. 2043 c.c. Di conseguenza, si applicano le regole sull'onere della prova e il termine di prescrizione di cinque anni tipici dell'illecito civile.
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Indennità di preavviso: spetta nel cambio appalto?
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'indennità di preavviso spetta al lavoratore anche in caso di cambio appalto con immediata riassunzione da parte della nuova impresa. La cessazione del rapporto, dovuta a un fatto riconducibile al datore di lavoro, non costituisce una risoluzione consensuale. La Suprema Corte ha inoltre confermato la natura retributiva dell'indennità, estendendo la responsabilità solidale per il suo pagamento a tutta la filiera dell'appalto, inclusa la società committente.
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Blocco assunzioni pubblico impiego: la Cassazione decide
La Cassazione ha stabilito che il blocco assunzioni pubblico impiego, imposto da leggi di spending review, prevale sul diritto del vincitore di concorso. Il ritardo nell'assunzione da parte della P.A. è legittimo e non genera diritto al risarcimento danni, poiché il diritto all'impiego non è assoluto ma condizionato dalle normative sopravvenute.
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Restitutio in integrum: sì al recupero retributivo
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto alla restitutio in integrum per un dipendente pubblico. Sospeso in via cautelare a seguito di un procedimento penale, e poi sanzionato in via disciplinare con soli dieci giorni di sospensione, il lavoratore ha diritto al recupero delle retribuzioni per il periodo di sospensione cautelare eccedente la sanzione finale. La Suprema Corte ha stabilito che la sospensione cautelare non può trasformarsi in una sanzione sproporzionata, riaffermando il principio di riequilibrio del rapporto contrattuale.
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Clausola di riserva: la Cassazione nega la validità
Un candidato, vincitore di un concorso pubblico, si è visto negare l'assunzione da parte di un Ente Locale a causa di una clausola di riserva inserita nel bando. La Corte di Cassazione ha stabilito la nullità di tale clausola, considerandola una condizione meramente potestativa. Con l'approvazione della graduatoria, sorge per il vincitore un vero e proprio diritto soggettivo all'assunzione, e l'amministrazione non può legittimamente rifiutarsi di procedere, se non per cause di impossibilità non imputabili.
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Revoca piano assunzionale: legittima per factum principis
La Corte di Cassazione ha stabilito che la revoca di un piano assunzionale da parte di un ente locale è legittima se causata da circostanze sopravvenute, come nuove normative restrittive e obblighi di bilancio (factum principis). La Corte ha rigettato il ricorso di una candidata vincitrice di concorso, chiarendo che la clausola del bando che subordina l'assunzione alla disponibilità finanziaria non è una condizione meramente potestativa, ma è legata a oggettive esigenze di pubblico interesse.
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Indennità preavviso: spetta nel cambio appalto?
La Corte di Cassazione ha confermato che l'indennità sostitutiva del preavviso spetta al lavoratore anche in caso di cambio appalto con immediata riassunzione presso la nuova impresa. La Corte ha ribadito che tale indennità non ha natura risarcitoria, ma retributiva, e prescinde dalla prova di un danno effettivo. Viene inoltre confermata la responsabilità solidale tra l'azienda uscente, quella subentrante e il committente per il pagamento di tale somma.
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Demansionamento dirigente medico: quando è legittimo?
Un dirigente medico ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro, un'azienda sanitaria pubblica, sostenendo di aver subito un demansionamento a seguito di una riorganizzazione che gli ha sottratto alcune competenze. Sia i tribunali di merito che la Corte di Cassazione hanno respinto la sua richiesta. La Suprema Corte ha stabilito che per configurare un demansionamento dirigente medico non è sufficiente la perdita di singole mansioni, ma è necessario provare uno svuotamento significativo del ruolo professionale, circostanza non verificatasi nel caso di specie.
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Obblighi di buona fede: la trasparenza è d’obbligo
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'azienda viola gli obblighi di buona fede se non adotta criteri trasparenti nella selezione del personale per la trasformazione di contratti da part-time a full-time. Tale omissione costituisce un inadempimento che giustifica un risarcimento per perdita di chance ai lavoratori esclusi, anche in assenza di previsioni specifiche nell'accordo sindacale di riferimento. La mancanza di trasparenza, infatti, impedisce ai dipendenti di verificare la correttezza delle scelte aziendali e integra di per sé la violazione del dovere di lealtà contrattuale.
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Clausola sociale: obbligo di assunzione nel cambio appalto
Una società subentrante in un appalto di vigilanza privata contestava l'obbligo di assunzione di un lavoratore della precedente azienda, invocando la diversità del nuovo contratto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la clausola sociale prevista dal CCNL e dal bando di gara costituisce un obbligo giuridico vincolante, non una mera intenzione. Anche in caso di riduzione dei servizi, l'obbligo di assunzione permane, seppur riproporzionato, garantendo la tutela occupazionale.
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Ricalcolo pensione avvocati: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di un professionista che chiedeva il ricalcolo della propria pensione. La controversia verteva sul corretto coefficiente di rivalutazione ISTAT da applicare ai redditi e sulle conseguenze del versamento di contributi inferiori al dovuto. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: la pensione deve essere calcolata in base ai contributi effettivamente versati. Pertanto, se la rivalutazione applicata era inferiore a quella corretta e i contributi sono stati pagati su quella base ridotta, anche il ricalcolo pensione avvocati dovrà tenere conto del minor reddito coperto da contribuzione. La Corte ha inoltre affrontato la questione della prescrizione del diritto al ricalcolo.
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Rivalutazione pensione: la Cassazione fa chiarezza
La Corte di Cassazione interviene su una disputa tra un ente previdenziale forense e i suoi iscritti riguardo la corretta rivalutazione dei redditi ai fini pensionistici. La Corte stabilisce che, sebbene il coefficiente di rivalutazione corretto sia quello più alto richiesto dagli iscritti, la pensione deve essere calcolata sui redditi effettivamente coperti da contribuzione. Poiché i contributi sono stati versati sulla base di un coefficiente inferiore, la pensione va calcolata su quest'ultima base, cassando con rinvio la decisione d'appello.
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Demansionamento: onere della prova a carico del datore
Un lavoratore si è opposto allo stato passivo del fallimento del suo ex datore di lavoro, chiedendo il risarcimento per demansionamento. Il Tribunale aveva respinto la domanda per la mancata produzione del Contratto Collettivo. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che in caso di demansionamento, l'onere della prova grava sul datore di lavoro. Al lavoratore è sufficiente allegare i fatti specifici che costituiscono la dequalificazione professionale, senza dover produrre il CCNL.
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Mansioni superiori: la prevalenza parziale non basta
Una funzionaria pubblica ha svolto compiti di livello dirigenziale, ma la sua richiesta di retribuzione superiore per mansioni superiori è stata respinta. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che per ottenere il riconoscimento economico, non è sufficiente svolgere in modo prevalente solo una parte dei compiti della qualifica superiore. È necessario che le mansioni esercitate corrispondano nella loro interezza al profilo rivendicato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché non contestava la ragione fondamentale della decisione d'appello.
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Demansionamento dirigenza sanitaria: la Cassazione
Un dirigente medico veterinario ha agito in giudizio contro un'azienda sanitaria a seguito di una riorganizzazione che ha comportato la cessazione dei suoi incarichi di direttore. Sosteneva di aver subito un demansionamento e chiedeva il risarcimento dei danni e il pagamento di differenze retributive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. La Corte ha stabilito che, nel contesto di una riorganizzazione aziendale, la modifica degli incarichi per la dirigenza sanitaria, che è inquadrata in un ruolo unico, non costituisce automaticamente un demansionamento. Inoltre, ha ritenuto inammissibili i motivi di ricorso volti a una rivalutazione dei fatti e delle prove, confermando la legittimità dell'operato dell'azienda sanitaria.
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Incarico discrezionale: risarcimento se la PA ignora la graduatoria
Un candidato, secondo in una graduatoria per un incarico dirigenziale, si è visto negare l'assunzione dopo la rinuncia del primo classificato. L'ente pubblico ha preferito non scorrere la graduatoria. La Corte di Cassazione, con un'ordinanza interlocutoria, ha riconosciuto l'importanza della questione: un incarico discrezionale può essere vincolato da una procedura di selezione auto-imposta? A causa della mancanza di precedenti, la Corte ha rinviato la decisione a una pubblica udienza per stabilire un principio di diritto.
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Risarcimento docenti precari: la Cassazione decide
La Cassazione conferma il diritto al risarcimento per docenti precari di religione con contratti a termine reiterati illegittimamente. La Corte ha stabilito che una procedura di assunzione straordinaria, se selettiva e non automatica, non costituisce una misura sanante idonea a escludere il risarcimento del danno.
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Dequalificazione professionale: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda pubblica al risarcimento del danno per dequalificazione professionale nei confronti di una dipendente. Dopo averle riconosciuto mansioni superiori, l'azienda l'aveva successivamente privata di responsabilità e risorse. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, ribadendo che la valutazione dei fatti spetta ai tribunali di merito e che l'onere di provare la legittimità del cambio di mansioni grava sul datore di lavoro.
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Risarcimento danno precariato: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di una docente al risarcimento del danno per l'illegittima reiterazione di contratti a termine per quasi 27 anni. La Corte ha stabilito che una procedura di assunzione straordinaria, essendo di natura selettiva e non garantendo l'impiego, non costituisce una misura adeguata a sanare l'abuso subito. Pertanto, il Ministero dell'Istruzione è stato condannato a versare il risarcimento danno precariato, confermando la decisione della Corte d'Appello.
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