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Art. 1218 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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525 provvedimenti

Altri anni per Art. 1218 Codice Civile

Escluso per un reato di 40 anni fa: ottiene il risarcimento
Un candidato, vincitore di un concorso per autista di ambulanza, viene escluso per non aver dichiarato una condanna penale vecchia di quarant'anni. I giudici ritengono illegittima l'esclusione. L'Azienda sanitaria ricorre in Cassazione contestando la natura della condanna economica, sostenendo che il lavoratore avesse chiesto un risarcimento e non delle retribuzioni. La Corte Suprema respinge il ricorso, stabilendo un principio chiave: la richiesta di ristoro economico per illegittima esclusione va intesa come una domanda di risarcimento per mancata assunzione, anche se formulata in modo impreciso. Il danno, inoltre, si presume dalla perdita del posto, senza che il lavoratore debba fornire prove complesse sul suo stato di disoccupazione. L'Azienda perde e deve risarcire il lavoratore.
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Vince concorso ma l’ente chiude: Diritto all’assunzione salvo
Una ricercatrice, vincitrice di un concorso pubblico, si vede negata l'assunzione perché l'ente banditore viene soppresso e le sue funzioni trasferite alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che invoca un 'blocco delle assunzioni'. La Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto all'assunzione del vincitore di concorso sorge con l'approvazione della graduatoria, un momento anteriore al blocco. Questo diritto, quindi, non viene meno. L'ente che subentra nelle funzioni eredita anche l'obbligo di assumere. Di conseguenza, la Presidenza del Consiglio è stata condannata a risarcire il danno, pari alle retribuzioni perse dalla mancata assunzione.
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Cessione Ramo d’Azienda: Risarcimento Negato Senza Offerta Lavoro
Un lavoratore, trasferito a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima, ha chiesto alla sua azienda originaria il risarcimento del danno. Il danno consisteva nella differenza tra lo stipendio inferiore percepito e quello che avrebbe dovuto ricevere. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. Il motivo è che il lavoratore non aveva mai formalmente offerto la propria prestazione lavorativa all'azienda originaria durante il periodo contestato. Senza questo atto, noto come 'messa in mora', non sorge il diritto al risarcimento danno cessione ramo d'azienda per il periodo precedente alla sentenza che accerta l'illegittimità. Vince quindi l'azienda.
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Cessione Ramo d’Azienda Illegittima: Niente Risarcimento Senza Mora
Una lavoratrice, il cui rapporto di lavoro era stato trasferito a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima, ha chiesto all'azienda originaria il pagamento delle differenze retributive per il periodo tra la cessione e la sentenza. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta. Ha chiarito che, per il periodo precedente alla sentenza, il lavoratore non ha diritto alla retribuzione ma a un eventuale risarcimento del danno. Per ottenere tale risarcimento, però, è indispensabile aver messo a disposizione le proprie energie lavorative, costituendo formalmente in mora il datore di lavoro. Senza questo passaggio, non spetta alcun risarcimento danno cessione ramo d'azienda. La lavoratrice ha quindi perso la causa.
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Ricongiunzione Contributi: INPS in ritardo, professionista perde la pensione migliore
Un professionista chiede la ricongiunzione dei contributi versati all'Ente Previdenziale Generale verso la sua Cassa professionale per accedere a una pensione più vantaggiosa. L'Ente Generale ritarda la comunicazione dei dati, facendo perdere al professionista la scadenza utile. La Cassazione conferma la responsabilità dell'Ente per il danno causato. Il principio chiave è che, ai fini della ricongiunzione contributi, gli anni maturati in gestioni diverse si sommano per raggiungere i requisiti richiesti dalla cassa di destinazione. Il ritardo dell'Ente è stata la causa diretta del danno economico subito dal lavoratore, che non ha potuto beneficiare delle condizioni pensionistiche migliori.
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Incentivo alla progettazione: progetto fatto ma compenso negato
Alcuni dipendenti pubblici hanno richiesto il pagamento di un compenso per aver redatto il progetto di un'opera pubblica. L'ente non ha pagato perché il progetto non è mai stato finalizzato. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta dei lavoratori, stabilendo un principio fondamentale: l'incentivo alla progettazione spetta solo se l'attività svolta produce un'utilità concreta per l'amministrazione. Tale utilità si manifesta, di norma, con l'approvazione del progetto esecutivo. Poiché l'opera non ha raggiunto questa fase, non è sorto alcun diritto al compenso. I dipendenti hanno quindi perso la causa e sono stati condannati a pagare le spese legali.
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Rinvio Espresso CCNL: Contratto Generico, Indennità Ridotta Annullata
Un dirigente, licenziato per soppressione della sua posizione, ha contestato l'importo dell'indennità di preavviso, ridotta dall'azienda in base a una clausola del CCNL. La Corte di Cassazione ha stabilito che le clausole peggiorative per il lavoratore, contenute in un allegato del contratto collettivo, sono valide solo se il contratto individuale contiene un **rinvio espresso CCNL** a quella specifica norma. Un richiamo generico al CCNL non è sufficiente. La Corte ha anche chiarito che l'indennità supplementare spetta al dirigente non solo per licenziamento ingiustificato, ma anche per quello basato su motivi economici oggettivi. Il dirigente ha quindi vinto la causa, ottenendo il diritto a un ricalcolo delle somme a suo favore.
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Permessi ex festività: diritto automatico, l’azienda deve provare
Un lavoratore del settore radiofonico ha citato in giudizio la sua azienda per ottenere, tra le altre cose, il pagamento dei permessi per ex festività non goduti. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda, ritenendo che il lavoratore dovesse provare di averli richiesti. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione, stabilendo un principio fondamentale: il diritto ai permessi per ex festività è automatico e non richiede una previa richiesta del dipendente. Spetta al datore di lavoro dimostrare di aver messo il lavoratore in condizione di goderne o di non aver potuto per esigenze di servizio. In assenza di tale prova, l'azienda è tenuta a pagare l'indennità sostitutiva. La vittoria è andata quindi al lavoratore su questo specifico punto.
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Perdita di Chance: Promozione Negata, Lavoratore Perde la Causa
Un lavoratore ha citato in giudizio la sua azienda per non averlo incluso in una procedura di selezione per una promozione a dirigente, chiedendo un risarcimento per perdita di chance. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta, stabilendo un principio fondamentale: per ottenere un risarcimento, non è sufficiente dimostrare di possedere i requisiti per la promozione. Il lavoratore ha l'onere di provare, anche in via presuntiva, di avere avuto una probabilità concreta, seria e apprezzabile di ottenere quel risultato. La semplice possibilità teorica non basta. Il lavoratore non ha fornito questa prova e ha perso la causa.
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Manager ‘parcheggiato’: scatta il risarcimento da inattività forzata
Un dirigente pubblico, trasferito presso un Ente, viene assegnato a un incarico di 'studio e ricerca' che si rivela fittizio, lasciandolo in uno stato di totale inoperosità. La Corte di Cassazione ha confermato il suo diritto al risarcimento danno da inattività forzata. Secondo i giudici, lasciare un dipendente senza compiti è una violazione contrattuale grave, persino peggiore del demansionamento, perché lede il diritto fondamentale al lavoro e la dignità professionale. Tale danno si presume esistente e va risarcito, anche se il lavoratore continua a percepire lo stipendio. L'Ente pubblico è stato quindi condannato a risarcire il dirigente.
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Responsabilità del dirigente: errore formale o danno reale?
La Corte di Cassazione ha analizzato il caso di un ex dirigente di un'azienda di trasporti condannato in appello a risarcire oltre 230.000 euro. L'accusa riguardava la responsabilità del dirigente nella predisposizione di contratti a termine illegittimi, basati su una clausola generica. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del lavoratore, rilevando che la nullità dei contratti non derivava esclusivamente dall'errore del dirigente, ma anche dalla violazione di divieti di legge (come il superamento dei 90 giorni di servizio) non direttamente imputabili alla sua condotta specifica. La sentenza è stata cassata per difetto di motivazione sul nesso causale, poiché il danno aziendale si sarebbe verificato comunque a causa di altre violazioni normative indipendenti dalla clausola errata.
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Licenziamento per giusta causa: l’arresto non scusa l’assenza
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento per giusta causa intimato a un dipendente assente per oltre venti giorni a causa di un arresto. Nonostante i familiari avessero avvisato verbalmente l'azienda, il contratto collettivo del Terziario impone una comunicazione scritta entro 48 ore. La Suprema Corte ha chiarito che lo stato di detenzione, pur potendo costituire un impedimento alla prestazione lavorativa, non esonera il lavoratore dall'onere di informare formalmente il datore di lavoro. Il dipendente non ha dimostrato l'impossibilità assoluta di inviare tale comunicazione, ad esempio tramite il proprio legale. Di conseguenza, l'assenza è stata considerata ingiustificata, rendendo valido il provvedimento espulsivo adottato dalla società datrice di lavoro.
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Spoils system nel pubblico impiego: politica contro ruolo tecnico
Un dirigente tecnico subisce la revoca anticipata dell'incarico da parte della nuova giunta regionale. Il professionista agisce in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni da mancata retribuzione. La Corte d'Appello accoglie la richiesta, ritenendo illegittima la decadenza automatica in assenza di un legame fiduciario diretto con l'organo politico. L'amministrazione ricorre in Cassazione difendendo la validità della propria legge. La Suprema Corte, rilevando l'estrema delicatezza del tema riguardante lo spoils system nel pubblico impiego e il contrasto tra ingerenza politica e imparzialità amministrativa, decide di non pronunciarsi a porte chiuse. Con un'ordinanza interlocutoria, i giudici rinviano la trattazione a una pubblica udienza per un dibattito approfondito su una questione di massima importanza costituzionale.
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Diritto ai buoni pasto: pretesa negata per mancanza di fondi
Un dipendente di un Ente locale ha citato in giudizio l'amministrazione per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla mancata erogazione del servizio mensa o dei ticket sostitutivi, pur effettuando regolari rientri pomeridiani. Mentre in primo grado il lavoratore aveva ottenuto un risarcimento, la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda, chiarendo che il diritto ai buoni pasto nel pubblico impiego non è automatico. Secondo i giudici supremi, le norme del contratto collettivo attribuiscono all'amministrazione la mera facoltà, e non l'obbligo, di istituire la mensa o erogare i ticket. Tale scelta risulta subordinata alla discrezionalità dell'Ente, che deve valutare il proprio assetto organizzativo e la disponibilità di risorse finanziarie. Pertanto, in assenza di una specifica delibera istitutiva, il lavoratore non può vantare alcuna pretesa economica.
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Rivalutazione dei redditi pensionabili: pensione e contributi
Un avvocato ha ottenuto in appello la riliquidazione della pensione basata su una maggiore rivalutazione dei redditi pensionabili, utilizzando l'indice ISTAT del 1980 invece di quello del 1981. La Cassa Forense ha impugnato la decisione sostenendo che l'aumento della pensione non potesse prescindere dall'effettivo versamento dei contributi corrispondenti ai maggiori redditi rivalutati. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo che, sebbene l'indice del 1980 sia quello corretto, la pensione deve essere parametrata alla contribuzione effettivamente versata. Non operando l'automatismo delle prestazioni nella previdenza forense, il professionista non può beneficiare di un calcolo basato su redditi per i quali non ha corrisposto l'integrale quota contributiva.
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Buoni pasto nel pubblico impiego: obbligo o scelta dell’ente?
Due dipendenti comunali hanno citato in giudizio l'ente di appartenenza per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla mancata erogazione dei buoni pasto nel pubblico impiego. I lavoratori sostenevano che, in assenza di un servizio mensa e a fronte di rientri pomeridiani, l'amministrazione avesse l'obbligo di fornire i ticket sostitutivi. Mentre il Tribunale aveva accolto la domanda, la Corte d'Appello ha ribaltato il verdetto, escludendo l'esistenza di un diritto automatico. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di secondo grado, stabilendo che la normativa contrattuale attribuisce agli enti una facoltà discrezionale e non un obbligo assoluto. L'istituzione del servizio mensa o dei buoni pasto dipende infatti dalle risorse finanziarie disponibili e dalle scelte organizzative dell'amministrazione locale, impedendo la nascita di un diritto soggettivo in capo ai dipendenti prima della formale attivazione del servizio.
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Rivalutazione dei redditi e pensione: il peso dei contributi.
Alcuni avvocati in pensione hanno ottenuto in appello la rivalutazione dei redditi per il calcolo della pensione usando l'indice ISTAT del 1980 (21,1%) invece di quello del 1981 (18,7%). La Cassa Forense ha impugnato la decisione sostenendo che, sebbene l'indice corretto fosse quello del 1980, la pensione non potesse essere aumentata senza il versamento dei maggiori contributi corrispondenti. La Cassazione ha accolto il ricorso della Cassa, stabilendo che nella previdenza dei liberi professionisti non vige l'automatismo delle prestazioni. Pertanto, se i contributi sono stati versati su un montante inferiore, la pensione deve essere calcolata su quel valore effettivo, anche se la rivalutazione teorica sarebbe stata superiore. La sentenza chiarisce che il trattamento pensionistico deve essere proporzionato a quanto realmente versato dall'iscritto.
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Rivalutazione redditi professionali: pensione legata ai contributi
Tre professionisti in pensione hanno citato in giudizio la propria Cassa di previdenza richiedendo la riliquidazione del trattamento pensionistico. La controversia riguardava l'applicazione della rivalutazione dei redditi professionali per l'anno 1980, sostenendo l'uso di un indice ISTAT del 21,1% anziché del 18,7%. Sebbene la Corte d'Appello avesse accolto la domanda, la Cassazione ha parzialmente ribaltato la decisione. La Suprema Corte ha confermato che l'indice corretto è quello del 1980 (21,1%), ma ha stabilito un principio fondamentale: la pensione non può essere calcolata su redditi rivalutati se il professionista non ha versato i contributi corrispondenti a tale maggior valore. Poiché i contributi erano stati pagati su una base inferiore, l'aumento della pensione è stato negato, nonostante la prescrizione del debito contributivo verso la Cassa.
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Demansionamento del dirigente: mansioni perse ma risarcimento negato
Un dirigente bancario ha contestato il progressivo svuotamento delle proprie funzioni, passando dal ruolo di direttore territoriale a compiti di mero supporto amministrativo. La Corte d'Appello ha accertato il demansionamento del dirigente, ordinando il ripristino di mansioni equivalenti ma negando il risarcimento dei danni patrimoniali e biologici. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, precisando che il riconoscimento del demansionamento non comporta automaticamente un risarcimento se il lavoratore non fornisce prove specifiche del danno subito. Nonostante la perdita di prestigio, il mantenimento del medesimo stipendio e l'assenza di patologie certificate hanno portato al rigetto delle pretese economiche del ricorrente.
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Danno comunitario e contratto a termine unico
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore che chiedeva il riconoscimento del danno comunitario a seguito dell'illegittimità di un singolo contratto a termine stipulato con un ente pubblico. La Corte ha chiarito che l'indennità forfettaria prevista dall'art. 32 della Legge 183/2010 non è applicabile in presenza di un unico rapporto di lavoro illegittimo, poiché tale misura sanzionatoria è riservata esclusivamente ai casi di reiterazione abusiva di contratti a tempo determinato. In assenza di una successione di contratti, il lavoratore deve provare l'effettivo pregiudizio subito secondo le regole ordinarie della responsabilità contrattuale.
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