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Spaccio Di Lieve Entità

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518 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Spaccio di lieve entità negato: 38 dosi e precedenti pesano
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di un uomo trovato con 38 involucri di droga. L'imputato sosteneva si trattasse di spaccio di lieve entità, ma i giudici hanno respinto la sua tesi. La decisione si basa su elementi precisi: le modalità di detenzione e trasporto della sostanza, distribuita tra la persona e l'auto, indicavano un'attività non occasionale. Inoltre, i precedenti penali specifici dell'uomo hanno rafforzato la valutazione della sua pericolosità sociale. La Corte ha quindi escluso l'ipotesi del fatto lieve, ritenendo la condotta inserita in un contesto di spaccio organizzato e non sporadico, confermando la pena inflitta.
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Droga in più nascondigli: non è spaccio di lieve entità
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un uomo condannato per spaccio. L'imputato chiedeva il riconoscimento del reato di 'spaccio di lieve entità' per ottenere una pena minore. Tuttavia, la droga era stata trovata nascosta in più luoghi, tra cui l'abitazione e una stazione ferroviaria, insieme a strumenti per il confezionamento. Secondo i giudici, queste modalità dimostrano un'organizzazione non compatibile con un'attività criminale di minima importanza. La Corte ha quindi confermato la condanna, stabilendo che la presenza di una struttura organizzata esclude automaticamente la possibilità di applicare l'ipotesi di reato più lieve, anche a prescindere dalla quantità di droga.
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Spaccio di lieve entità: No se l’attività è sistematica
Un uomo, condannato per spaccio di droga sulla base di video-riprese e altre prove, ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo il riconoscimento del reato di spaccio di lieve entità. La Corte ha respinto la richiesta, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la condotta non poteva essere considerata lieve perché era sistematica e inserita in canali di spaccio stabili. La sistematicità dell'attività, e non la sua occasionalità, è stata decisiva per escludere l'ipotesi di spaccio di lieve entità e confermare la condanna più grave.
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Concorso in spaccio: arrestata anche se non vendeva la droga
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per una donna accusata di concorso in spaccio di stupefacenti insieme al suo convivente. Nonostante lei non vendesse materialmente la droga, il suo ruolo è stato giudicato cruciale. La donna, infatti, promuoveva l'utenza telefonica usata per gli scambi e contribuiva ad ampliare la rete di clienti. Secondo i giudici, questo contributo attivo e consapevole integra pienamente il reato di concorso in spaccio di stupefacenti, escludendo sia l'estraneità ai fatti sia la possibilità di qualificare l'attività come di 'lieve entità', data la sua natura organizzata e professionale.
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Spaccio lieve entità: no con 300g di hashish e kit professionale
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di patteggiamento che aveva concesso l'ipotesi di spaccio di lieve entità a un soggetto trovato con 310 grammi di hashish. Secondo la Corte, la notevole quantità, l'elevato principio attivo, la presenza di attrezzatura professionale per il confezionamento (bilancini, macchina per sottovuoto) e il contesto organizzato (un appartamento sul retro di un negozio di cannabis light) sono elementi incompatibili con la definizione di 'lieve entità'. La decisione del primo giudice è stata considerata un errore manifesto, portando all'annullamento della pena concordata e alla restituzione degli atti al Tribunale per procedere con l'accusa di spaccio ordinario.
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Spaccio di lieve entità: ricorso respinto e condanna confermata
Un imputato, condannato per spaccio, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione chiedendo di riconoscere l'ipotesi di **spaccio di lieve entità** e di ridurre la pena. La sua richiesta si basava su una personale riconsiderazione degli elementi già valutati nei gradi precedenti. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando che non è possibile utilizzare la Cassazione per ottenere una nuova valutazione dei fatti. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: chat e dosi bastano, ricorso respinto
Due persone, condannate per spaccio di lieve entità, hanno presentato ricorso alla Corte di Cassazione. Sostenevano che le prove a loro carico, come la droga suddivisa in dosi e le conversazioni su WhatsApp, non fossero sufficienti a dimostrare l'intenzione di vendere. La Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. Ha stabilito che la valutazione delle prove fatta dai giudici precedenti era logica e ben motivata. Pertanto, non poteva essere messa in discussione in sede di legittimità. La condanna per spaccio di lieve entità è diventata così definitiva, con l'obbligo per i ricorrenti di pagare le spese processuali e una multa.
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Spaccio di lieve entità: negato per recupero crediti di 500€
Un uomo, condannato per spaccio, ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che la sua attività dovesse essere considerata come spaccio di lieve entità. La sua difesa si basava sul ruolo marginale che avrebbe avuto, limitato a poche cessioni e al recupero di un credito di 500 euro per conto di terzi. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi. I giudici hanno stabilito che le cessioni multiple e l'attività di riscossione del debito sono elementi sufficienti per escludere la qualifica di 'lieve entità', confermando la gravità del reato. La sentenza è stata però parzialmente annullata su un punto tecnico, la recidiva, per mancanza di motivazione, e rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione solo su questo aspetto.
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947 Dosi di Droga: Non è Spaccio di Lieve Entità, Condanna Certa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di un imputato, respingendo la sua richiesta di qualificare il reato come 'spaccio di lieve entità'. La decisione si è basata sulla grande quantità di sostanza stupefacente sequestrata, idonea al confezionamento di quasi 950 dosi. Secondo i giudici, tale quantitativo indica una professionalità e una capacità di diffusione sul mercato incompatibili con la nozione di 'lieve entità'. È stata inoltre confermata la confisca del denaro trovato in possesso dell'imputato, poiché egli non ha saputo giustificarne la provenienza lecita. L'imputato ha perso il ricorso e dovrà pagare le spese processuali e una multa.
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Spaccio di lieve entità: bilancino e stagnola bastano per la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un imputato accusato di spaccio di lieve entità. Sebbene non ci fosse la prova diretta della vendita di droga, il ritrovamento nella sua abitazione di un bilancino di precisione e di ritagli di carta stagnola è stato ritenuto sufficiente. Secondo i giudici, questi strumenti, uniti al possesso della sostanza, dimostrano in modo logico che la droga era destinata alla vendita e non a un uso esclusivamente personale. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo di non poter rivalutare le prove, ma solo verificare la correttezza del ragionamento giuridico della sentenza precedente, che in questo caso è stato giudicato impeccabile.
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Spaccio di lieve entità negato: attività professionale e denaro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due persone per spaccio di stupefacenti, respingendo le loro difese. Ad un imputato è stata negata la qualifica di 'spaccio di lieve entità' perché la sua attività era sistematica, professionale e con una notevole capacità di diffusione sul mercato. Per l'altro imputato, la Corte ha ritenuto legittima la confisca di una considerevole somma di denaro trovata in casa, considerandola provento del reato. La sentenza stabilisce che un'attività di spaccio organizzata e non occasionale non può beneficiare del trattamento più mite previsto per i fatti di lieve entità.
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Spaccio di Lieve Entità? No se l’attività è costante e organizzata
Un individuo, condannato per spaccio continuato di stupefacenti, ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo di riconoscere l'ipotesi di spaccio di lieve entità. La Corte ha respinto la richiesta, stabilendo un principio chiaro: un'attività di spaccio protratta nel tempo, con una disponibilità costante e ininterrotta di varie sostanze, non può essere considerata di lieve entità. La professionalità e la non occasionalità della condotta escludono la possibilità di applicare la norma più favorevole. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione.
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Recidiva Spaccio Lieve Entità: Precedenti Penali Bloccano Sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per spaccio di droga. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva, ma la Corte ha confermato la decisione dei giudici precedenti. I suoi precedenti penali, specifici e recenti, giustificavano pienamente un trattamento più severo. Questa sentenza ribadisce un principio fondamentale: in casi di **recidiva spaccio lieve entità**, il passato criminale dell'imputato ha un peso decisivo sulla valutazione della sua colpevolezza e sulla pena. L'imputato è stato quindi condannato a pagare le spese processuali e un'ulteriore somma alla Cassa delle ammende, rendendo la sua condanna definitiva.
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Spaccio di lieve entità: ricorso respinto, condanna definitiva
Una persona, condannata per spaccio di lieve entità per il possesso di hashish e cocaina, ha presentato ricorso in Cassazione. L'imputato ha contestato la valutazione delle prove fatta dai giudici. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo un principio fondamentale: il suo compito non è riesaminare i fatti, ma solo controllare la corretta applicazione della legge. Poiché la motivazione della condanna era logica e coerente, basata sulla diversità delle droghe e sulle modalità di occultamento, la sentenza è diventata definitiva. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione.
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Spaccio di lieve entità? No, se la casa è la base logistica
Un uomo viene condannato per spaccio di droga in concorso con altri. Il suo ruolo era fornire la propria abitazione come base logistica per custodire, pesare e confezionare l'hashish. L'imputato ricorre in Cassazione, sostenendo che il suo contributo fosse minimo e che il reato dovesse essere qualificato come spaccio di lieve entità. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile. I giudici stabiliscono che mettere a disposizione la propria casa in modo continuativo non è un aiuto marginale, ma un contributo fondamentale all'attività criminale. L'organizzazione sistematica dello spaccio esclude la possibilità di riconoscere lo spaccio di lieve entità, confermando così la condanna.
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Spaccio di lieve entità? No con 1430 dosi nascoste nel calzino
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di un uomo trovato con una notevole quantità di hashish, sufficiente per 1.430 dosi. La droga era nascosta in un calzino e l'imputato aveva con sé una cospicua somma di denaro. La Corte ha respinto la richiesta di qualificare il fatto come **spaccio di lieve entità**, sottolineando che l'enorme numero di dosi e il denaro contante indicavano un'attività non occasionale e ben inserita nel mercato illegale. Di conseguenza, il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile e la condanna a un anno di reclusione e 3.000 euro di multa è diventata definitiva.
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Spaccio di lieve entità? No con 1000 dosi: Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per spaccio di droga, negando la possibilità di qualificare il reato come 'spaccio di lieve entità'. Il caso riguardava un imputato trovato in possesso di un quantitativo di cocaina corrispondente a oltre 1.000 dosi. Secondo i giudici, una quantità così ingente è un chiaro indicatore di un inserimento in un contesto criminale strutturato e destinato a rifornire un vasto mercato. Questa circostanza è incompatibile con l'ipotesi del fatto di lieve entità, che presuppone un'offensività molto più contenuta. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e la pena di oltre quattro anni di reclusione confermata.
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Spaccio di lieve entità: fuga e droga sintetica, condanna certa
Un uomo viene condannato per detenzione di crack e di un nuovo cannabinoide sintetico. Il reato viene qualificato come spaccio di lieve entità. L'imputato ricorre in Cassazione sostenendo che la nuova sostanza non fosse illegale e che la pena fosse eccessiva. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che la sostanza era già inserita nelle tabelle ministeriali e che la pericolosità della droga, unita alla fuga dell'imputato al momento del controllo, giustificava sia la pena applicata sia il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La condanna a due anni di reclusione e 2.000 euro di multa diventa definitiva.
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Spaccio di lieve entità negato per 767 dosi di cocaina
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una persona per spaccio di stupefacenti, negando l'applicazione dell'ipotesi di 'spaccio di lieve entità'. L'imputata era stata trovata in possesso di cocaina di elevata purezza, sufficiente per 767 dosi medie, suddivisa in venti involucri pronti per la vendita, oltre a una somma di denaro sproporzionata. La Corte ha stabilito che la valutazione sulla lieve entità non può basarsi solo sulla quantità della droga, ma deve considerare in modo complessivo tutti gli elementi. Tra questi, le modalità di confezionamento, la purezza della sostanza e la capacità organizzativa del soggetto sono indici decisivi che, nel caso specifico, escludevano la minore gravità del fatto.
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Spaccio di Lieve Entità: Scusa del Bancomat non Regge in Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di lieve entità a carico di un imputato. L'uomo era stato colto mentre riceveva 20 euro in cambio di droga e trovato in possesso di 3,4 grammi di hashish. La sua difesa, basata sull'inverosimile giustificazione di un prelievo al bancomat, è stata respinta. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo la ricostruzione dei fatti logica e le prove sufficienti. La condanna è quindi diventata definitiva, con l'aggiunta del pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di 3.000 euro.
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