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Scriminante — Anno 2023

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269 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Scriminante

Provvedimenti

Legittima difesa e lesioni personali: quando il ricorso costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di lesioni personali di lieve entità. L'imputato invocava la legittima difesa e lesioni personali come reazione a un'aggressione, contestando la ricostruzione dei fatti operata dal Tribunale. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione d'appello, evidenziando che la legittima difesa era stata correttamente esclusa sulla base di una valutazione logica e coerente delle prove e delle dichiarazioni della vittima. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Scommesse senza licenza: la sanatoria non cancella il reato
Il titolare di un bar gestiva un centro di raccolta scommesse per conto di una società estera senza la licenza di pubblica sicurezza. Il gestore sosteneva di non aver commesso il reato di scommesse senza licenza poiché aveva avviato una procedura di sanatoria per regolarizzare la propria posizione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del gestore. I giudici hanno chiarito che la sanatoria non si era perfezionata a causa del mancato pagamento da parte della società estera. Inoltre, la partecipazione a una sanatoria non cancella i reati commessi in precedenza e non esclude la responsabilità penale per l'attività abusiva già svolta. Il gestore è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reazione ad atti arbitrari: quando la difesa diventa condanna
Il Ricorrente ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza d'appello che escludeva l'applicazione della scriminante della reazione ad atti arbitrari (art. 393-bis c.p.). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che le contestazioni del Ricorrente riguardavano valutazioni di merito e non profili di legittimità, oltre a essere generiche. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la decisione precedente, condannando il Ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Accertamento dell’imputabilità: no a contestazioni generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata contro la sentenza d'appello. La ricorrente contestava in modo generico l'accertamento dell'imputabilità basato su una perizia psichiatrica e invocava una causa di giustificazione ritenuta pretestuosa. Inoltre, la richiesta di una pena sostitutiva è stata giudicata inammissibile poiché non collegata ai motivi principali del ricorso. La Suprema Corte ha confermato la condanna, obbligando la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reazione ad atti arbitrari: quando protestare diventa reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza d'appello che lo condannava per reati commessi contro un pubblico ufficiale. L'imputato invocava la scriminante della reazione ad atti arbitrari (art. 393-bis c.p.), sostenendo che il pubblico ufficiale avesse agito in modo illegittimo. I giudici hanno respinto la tesi, confermando la correttezza dell'operato del pubblico ufficiale. La Suprema Corte ha inoltre confermato il diniego della particolare tenuità del fatto, della recidiva e delle attenuanti generiche, a causa dei precedenti penali dell'uomo e della gravità della condotta. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reingresso non autorizzato: il matrimonio non cancella il reato
Lo Straniero, già espulso dall'Italia, compiva un reingresso non autorizzato nel territorio nazionale. Per giustificare la condotta, invocava il matrimonio contratto con una persona residente in Italia, sostenendo il proprio diritto al ricongiungimento familiare. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dello Straniero. I giudici hanno chiarito che il matrimonio non cancella il reato di reingresso non autorizzato. Per esercitare legittimamente il diritto al ricongiungimento, il soggetto espulso deve prima richiedere e ottenere una specifica autorizzazione dalle autorità italiane. Di conseguenza, lo Straniero è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Aggressione a minore: no alla particolare tenuità del fatto
Una donna è stata condannata per l'aggressione fisica a un bambino. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della scriminante del consenso dell'avente diritto e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la difesa non aveva richiesto la particolare tenuità del fatto durante le conclusioni davanti al Giudice di Pace. Inoltre, la gravità intrinseca di un'aggressione ai danni di un minore esclude a priori qualsiasi connotazione di lieve entità. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Diritto di critica o diffamazione? I limiti della verità
Un ex Commissario pubblico ha promosso un giudizio civile contro un giornalista, un direttore e la società editrice di un quotidiano per ottenere il risarcimento dei danni da diffamazione. Gli articoli pubblicati lo accusavano di favoritismi politici e abusi penali. La Corte d'Appello ha condannato i giornalisti a pagare 15.000 euro per danno non patrimoniale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei giornalisti, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che il diritto di critica non protegge chi diffonde accuse di reati senza verificare la verità dei fatti, anche se alcuni provvedimenti amministrativi erano illegittimi. Il danno alla reputazione è stato calcolato in via equitativa in base alla notorietà della vittima e alla diffusione del giornale.
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Offese in scritti difensivi: assolto il legale che attacca il capo
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per diffamazione inflitta a un legale che, in una lettera di diffida stragiudiziale, aveva definito il datore di lavoro del proprio assistito un soggetto pericoloso e senza scrupoli. La Corte ha stabilito che si applica la causa di non punibilità per le offese in scritti difensivi anche alle lettere di diffida che precedono un'azione legale, purché vi sia uno stretto legame temporale e funzionale con la futura controversia. Di conseguenza, l'avvocato è stato prosciolto e sono state revocate anche le condanne al risarcimento dei danni civili.
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Risarcimento danni per diffamazione: l’ex assessore deve pagare
Un ex assessore regionale è stato condannato a pagare un risarcimento danni per diffamazione a un imprenditore e alle sue società. Durante una riunione istituzionale, l'ex assessore aveva pronunciato frasi altamente offensive contro l'imprenditore, accusandolo indirettamente di operare secondo logiche mafiose. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che il danno all'immagine e alla reputazione, sia delle persone fisiche sia delle società, non è un danno in re ipsa (implicito), ma può essere dimostrato attraverso presunzioni e indizi precisi, come il turbamento personale dell'imprenditore e il rallentamento degli affari commerciali delle aziende. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ex assessore, confermando la sua condanna al risarcimento e al pagamento delle spese legali.
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Tentato omicidio: la Cassazione esclude la legittima difesa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio a carico di due donne che hanno aggredito l'ex partner di una di loro. L'esecutrice materiale ha sferrato tre coltellate all'addome della vittima, lesionando il fegato, mentre la complice ha fornito le armi e minacciato l'uomo. La difesa sosteneva la tesi delle lesioni personali e della legittima difesa. I giudici hanno respinto i ricorsi, dichiarandoli inammissibili. La Corte ha stabilito che la gravità delle ferite inflitte a organi vitali e le esplicite minacce di morte dimostrano chiaramente l'intenzione di uccidere. Di conseguenza, le imputate perdono la causa e devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Legittima difesa: il dubbio su chi attacca evita la condanna
Un uomo è stato condannato per lesioni personali aggravate dopo una violenta lite in casa della vittima, durante la quale l'imputato ha usato un bastone trovato sul posto e la vittima un coltello da cucina. I giudici di merito hanno escluso la legittima difesa basandosi solo sull'impossibilità di stabilire chi avesse iniziato lo scontro. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna, stabilendo che il dubbio su chi abbia aggredito per primo non basta a escludere automaticamente la legittima difesa. La Corte d'Appello dovrà quindi riesaminare il caso, valutando se l'imputato abbia agito per legittima difesa o se vi sia stato un eccesso colposo.
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Diffamazione a mezzo stampa: il politico perde la causa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un noto Leader Politico e della sua compagna contro l'assoluzione del Direttore Responsabile di un quotidiano. I ricorrenti lamentavano una presunta diffamazione a mezzo stampa in tre articoli riguardanti la progressione di carriera della donna, sostenendo che titoli e foto suggerissero un'ingerenza illecita del politico. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, rilevando che i fatti narrati erano veri e presentati nel rispetto del diritto di cronaca e di critica. La Corte ha ribadito che la portata diffamatoria di un articolo va valutata dal punto di vista del lettore medio, che approfondisce il testo, e non del lettore frettoloso che si limita ai titoli. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Reato di rissa: assolto chi si difende da una brutale aggressione
Dopo una lite in un locale, due fratelli armati di coltelli e spranghe hanno aggredito violentemente due conoscenti, provocando a uno di essi la perdita di un occhio. I giudici di merito avevano condannato gli aggressori per tentato omicidio e tutti i partecipanti per il reato di rissa. La Corte di Cassazione ha invece annullato la condanna per il reato di rissa. I giudici di legittimità hanno chiarito che non si configura una rissa se un gruppo assale deliberatamente un altro e quest'ultimo si limita a difendersi. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la responsabilità degli aggressori per il tentato omicidio, ma ha annullato senza rinvio la condanna per rissa per tutti i soggetti coinvolti, rinviando alla Corte d'Appello per la rideterminazione delle pene.
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Concorso in omicidio: la Cassazione nega la legittima difesa a chi insegue
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia in carcere per il Ricorrente, accusato di concorso in omicidio. L'indagato sosteneva di aver agito per legittima difesa a seguito di un agguato stradale. Tuttavia, le riprese delle telecamere hanno dimostrato che il Ricorrente e il suo complice hanno inseguito gli assalitori ormai in fuga, continuando a sparare numerosi colpi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che per il concorso in omicidio non serve un accordo preventivo, essendo sufficiente un'intesa spontanea durante l'azione. Inoltre, la legittima difesa è esclusa se si inseguono i fuggitivi, poiché cessa il pericolo immediato per l'incolumità.
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Diffamazione a mezzo stampa: condannato l’avvocato senza prove
Un avvocato, durante una conferenza stampa convocata per cercare testimoni in un processo minore di un suo assistito, ha accusato pubblicamente un alto ufficiale dei Carabinieri di aver ostacolato le indagini per la cattura di noti latitanti di mafia. Poiché tali gravissime accuse sono rimaste del tutto prive di prove e di riscontri oggettivi, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna del legale per il reato di diffamazione a mezzo stampa. I giudici hanno chiarito che il diritto di critica e la libertà di espressione non possono coprire l'attribuzione di fatti lesivi della reputazione altrui se questi risultano del tutto inventati o non verificati. L'avvocato, avendo agito fuori dal proprio mandato difensivo e violando i doveri di continenza, è stato condannato anche al risarcimento dei danni in favore dell'ufficiale diffamato.
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Reato di evasione: la sosta al distributore costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto ammesso al lavoro esterno, sorpreso in un distributore di benzina durante l'orario lavorativo. Il distributore si trovava a circa cinquecento metri dal posto di lavoro e fuori dal percorso autorizzato tra l'abitazione e l'ufficio. La Suprema Corte ha confermato la configurabilità del reato di evasione, respingendo la tesi difensiva secondo cui la minima distanza escludesse il reato. Inoltre, i giudici hanno escluso l'applicazione della causa di non punibilità della costituzione spontanea, poiché il soggetto è stato rintracciato dalle forze dell'ordine e non si è consegnato di sua iniziativa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Risarcimento danni per diffamazione: la verità batte il fango
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento danni per diffamazione a carico di un avvocato, di una politica, della responsabile di un sito web e di una casa editrice. I soggetti avevano diffuso, tramite articoli, internet, conferenze e un libro, accuse infondate e allusive di connivenza mafiosa contro un cittadino. La Suprema Corte ha chiarito che l'uso di toni allusivi e insinuanti supera i limiti della continenza, escludendo l'esimente del diritto di critica. Inoltre, ha confermato la responsabilità solidale di tutti i coautori della diffamazione, indipendentemente dalla gravità delle singole condotte nei rapporti esterni con il danneggiato. I ricorsi sono stati rigettati.
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Risarcimento danni per diffamazione: condannato il blog del politico
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento danni per diffamazione a carico di un ex eurodeputato. Il politico aveva pubblicato sul proprio blog personale accuse allusive e insinuanti contro un imprenditore e un magistrato, collegate a una vecchia indagine giudiziaria in cui il politico aveva svolto il ruolo di pubblico ministero. La Suprema Corte ha escluso l'applicabilità dell'immunità parlamentare, rilevando l'assenza di un nesso funzionale diretto tra le dichiarazioni e l'attività di europarlamentare. Inoltre, i giudici hanno accertato il superamento dei limiti di verità e continenza formale, a causa dell'uso di toni suggestivi e della parzialità dei fatti narrati. Il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese.
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Diritto di critica: criticare l’operato non è diffamazione
Gli eredi di un professionista hanno chiesto il risarcimento dei danni per diffamazione a mezzo stampa contro una società di gestione di impianti sciistici e un quotidiano. La controversia nasceva da un articolo di giornale in cui i soci della società definivano inesatta e frutto di ignoranza della materia la relazione tecnica redatta dai professionisti per conto del Comune. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei professionisti, confermando le decisioni dei giudici di merito. La Corte ha stabilito che l'espressione ignoranza della materia, se riferita a una specifica attività e non alla persona del professionista in generale, rientra nel legittimo esercizio del diritto di critica. Di conseguenza, non sussiste alcuna diffamazione se il linguaggio utilizzato non scade in un'aggressione verbale gratuita e umiliante.
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