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Reato di evasione: la sosta al distributore costa la condanna

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto ammesso al lavoro esterno, sorpreso in un distributore di benzina durante l’orario lavorativo. Il distributore si trovava a circa cinquecento metri dal posto di lavoro e fuori dal percorso autorizzato tra l’abitazione e l’ufficio. La Suprema Corte ha confermato la configurabilità del reato di evasione, respingendo la tesi difensiva secondo cui la minima distanza escludesse il reato. Inoltre, i giudici hanno escluso l’applicazione della causa di non punibilità della costituzione spontanea, poiché il soggetto è stato rintracciato dalle forze dell’ordine e non si è consegnato di sua iniziativa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 24975 Anno 2023
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Pubblicato il 27 giugno 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il reato di evasione fuori dal posto di lavoro

Il regime di semilibertà o l’autorizzazione al lavoro esterno rappresentano importanti opportunità di reinserimento sociale per i detenuti. Tuttavia, queste misure richiedono il rispetto rigoroso delle prescrizioni stabilite dal giudice di sorveglianza. Qualsiasi allontanamento non autorizzato dai luoghi indicati può integrare il reato di evasione, con conseguenze penali molto gravi. La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato il caso di un lavoratore autorizzato che ha violato i limiti del proprio percorso. Il soggetto è stato sorpreso dalle forze dell’ordine presso un distributore di benzina durante l’orario in cui doveva trovarsi in ufficio.

La deviazione dal percorso autorizzato

La vicenda nasce dal controllo di polizia effettuato presso una stazione di servizio. Gli agenti hanno identificato il lavoratore in un orario pomeridiano dedicato all’attività lavorativa. La difesa ha sostenuto che la distanza tra il distributore di benzina e il luogo di lavoro fosse di soli duecento metri. Secondo questa tesi, una distanza così ridotta non poteva configurare una vera e propria fuga. Inoltre, la difesa ha evidenziato che lo spostamento era minimo e non comprometteva il rientro in sede. I giudici di merito hanno invece accertato che la distanza reale era di cinquecento metri. Soprattutto, il distributore non si trovava lungo il tragitto più breve tra l’abitazione del soggetto e la sede lavorativa.

Il ritardo nelle comunicazioni processuali

Oltre alla questione principale, la difesa ha sollevato un’eccezione formale riguardante la regolarità del processo. Il Procuratore generale aveva infatti trasmesso le proprie conclusioni scritte oltre il termine stabilito dalla legge emergenziale. La difesa ha sostenuto che questo ritardo avesse violato i diritti dell’imputato, determinando la nullità della decisione di secondo grado. La Suprema Corte ha affrontato questo aspetto tecnico chiarendo i limiti delle sanzioni processuali. I giudici hanno spiegato che la legge non prevede la nullità per la semplice tardività di tale comunicazione. Il diritto di difesa rimane integro se l’imputato ha comunque avuto la possibilità di conoscere le richieste dell’accusa.

Le motivazioni della Cassazione sul reato di evasione

I giudici della Suprema Corte hanno respinto tutti i motivi di ricorso presentati dalla difesa del lavoratore. La Corte ha chiarito che il reato di evasione si consuma nel momento in cui il soggetto si sottrae alla vigilanza, uscendo dai confini dello spazio autorizzato. La distanza fisica dal luogo di lavoro non rileva se il soggetto si trova in un posto diverso da quello stabilito e senza una valida giustificazione. Il distributore di benzina non faceva parte del percorso autorizzato per raggiungere l’ufficio. Inoltre, la presenza del soggetto in quel luogo alle ore quindici e venti costituiva una palese violazione dell’orario di lavoro. I giudici hanno anche escluso l’applicazione della causa di non punibilità per la consegna spontanea. Il lavoratore non si è presentato spontaneamente alle autorità, ma è stato individuato e fermato durante un normale controllo stradale.

Le conclusioni della sentenza sul reato di evasione

La decisione della Corte di Cassazione conferma la linea di massima severità nei confronti di chi viola le prescrizioni del lavoro esterno. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile a causa della manifesta infondatezza dei motivi proposti. Questa pronuncia evidenzia come anche una minima deviazione spaziale o temporale possa costare molto cara al detenuto ammesso ai benefici. Il ricorrente ha perso la possibilità di accedere a ulteriori sconti di pena ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali. I giudici hanno inoltre imposto il pagamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende come sanzione per aver proposto un ricorso inammissibile.

Quando si configura il reato di evasione per chi lavora all’esterno?
Il reato si configura ogni volta che il soggetto si allontana senza autorizzazione dal percorso stabilito o dal luogo di lavoro, anche per distanze minime.

La sosta breve in un luogo vicino al lavoro esclude la punibilità?
No, la vicinanza fisica non esclude il reato se il soggetto si trova fuori dal tragitto autorizzato e in un orario in cui dovrebbe lavorare.

Cosa succede se la Procura notifica in ritardo le sue conclusioni?
La tardività della comunicazione non comporta la nullità del provvedimento se non ha concretamente danneggiato il diritto di difesa dell’imputato.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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