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Ratione Temporis — Anno 2023

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498 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Ratione Temporis

Provvedimenti

Classificazione doganale delle merci: Fisco battuto sulla ghisa
L'Agenzia delle Dogane ha contestato l'importazione di chiusini e caditoie in ghisa effettuata da un'azienda, pretendendo l'applicazione di un dazio del 2,7% (previsto per la ghisa malleabile) anziché dell'1,7% dichiarato (per la ghisa non malleabile). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministrazione finanziaria, confermando che la ghisa a grafite sferoidale non può essere assimilata alla ghisa malleabile secondo i regolamenti europei dell'epoca. Di conseguenza, la corretta classificazione doganale delle merci importate tra il 2007 e il 2010 imponeva l'aliquota inferiore dell'1,7%. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che il giudice non era obbligato a sospendere il processo sulle sanzioni in attesa del giudicato sull'avviso di rettifica, potendo invece riconoscerne l'autorità provvisoria. Vince l'azienda importatrice.
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Obbligo di denuncia GPL: sanzioni annullate al dettaglio
L'Agenzia delle Dogane ha sanzionato i soci di una società di vendita di gas per aver detenuto bombole di GPL oltre i 500 kg senza presentare la denuncia di esercizio. I giudici di merito hanno confermato le sanzioni. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei contribuenti. La Corte ha stabilito che per la vendita al dettaglio di GPL destinato alla combustione, l'obbligo di denuncia GPL è sostituito da una semplice comunicazione di attività all'ufficio competente, anche se la quantità supera i 500 kg. Di conseguenza, la sentenza precedente è stata annullata con rinvio per un nuovo esame dei fatti.
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Rimborso IVA: il fisco nega ma la Cassazione congela la lite
La curatela di una società fallita ha impugnato il diniego di un rimborso IVA disposto dall'Amministrazione Finanziaria a causa di una presunta frode fiscale. Dopo i rigetti nei primi due gradi di giudizio, il caso è giunto in Cassazione. L'Agenzia delle Entrate ha segnalato la pendenza di un altro giudizio strettamente connesso, la cui definizione potrebbe estinguere la controversia attuale. La Suprema Corte, con un'ordinanza interlocutoria, non ha deciso nel merito ma ha disposto il rinvio a nuovo ruolo, ordinando alle parti di depositare una nota scritta per chiarire i collegamenti tra i due procedimenti.
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Indennità di mobilità: la Cassazione blocca i soci di cooperative
Una socia lavoratrice di una cooperativa di vigilanza ha richiesto l'indennità di mobilità per il periodo tra il 2015 e il 2016. L'INPS si è opposto, sostenendo che tale tutela non spettasse ai soci di cooperative disciplinate dal d.P.R. n. 602/1970. La Corte d'Appello aveva dato ragione alla lavoratrice, ritenendo che la Legge Fornero avesse esteso il beneficio. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'INPS, chiarendo che la riforma del 2012 ha esteso a questi lavoratori solo l'Assicurazione Sociale per l'Impiego (ASPI) e non l'indennità di mobilità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la sentenza d'appello e rigettato la domanda originaria della lavoratrice, escludendo il diritto al beneficio.
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Riscatto della posizione contributiva: la banca deve pagare
Un ex dipendente bancario ha richiesto il riscatto della posizione contributiva accumulata presso il fondo pensionistico aziendale (il cosiddetto "zainetto") dopo la cessazione del rapporto di lavoro. L'Azienda si è opposta, sostenendo che il vecchio fondo non fosse strutturato su conti individuali e che la normativa non consentisse la liquidazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando la decisione della Corte d'Appello. I giudici hanno stabilito che la facoltà di riscatto e portabilità della posizione previdenziale è un principio generale e inderogabile, applicabile anche ai fondi complementari più vecchi e con sistemi collettivi. Di conseguenza, l'Azienda è stata condannata a pagare al lavoratore oltre 32.000 euro, oltre a interessi e rivalutazione monetaria, in quanto soggetto privato.
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Decadenza dalla rateizzazione: sanzioni piene sul vecchio debito
L'Agenzia delle Entrate ha emesso una cartella di pagamento contro una società a seguito della decadenza dalla rateizzazione per gli anni di imposta 2010 e 2012, avendo la contribuente omesso il versamento di diverse rate. L'ufficio ha calcolato le sanzioni sull'intero debito originario, applicando la legge vigente all'epoca dei fatti. La società sosteneva invece l'applicazione retroattiva di una norma successiva più favorevole, che calcola le sanzioni solo sulle somme residue. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che le nuove regole introdotte nel 2015 non sono retroattive. Di conseguenza, per le violazioni passate, le sanzioni piene si applicano sull'intero debito originario e non solo sulle rate residue.
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Esenzione accise energia elettrica: no ai soci di cooperative
Una società cooperativa che produce energia elettrica da fonti rinnovabili per i propri soci ha impugnato un avviso di pagamento dell'Agenzia delle Dogane relativo alle accise sugli anni dal 2010 al 2013. La cooperativa sosteneva di avere diritto all'esenzione accise energia elettrica prevista per l'autoproduzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'esenzione si applica solo se vi è perfetta coincidenza tra il produttore e il consumatore dell'energia (autoconsumo). Poiché la cooperativa e i suoi soci sono soggetti giuridici distinti, l'energia distribuita ai soci non può considerarsi autoconsumata. Di conseguenza, la cooperativa è obbligata al pagamento delle imposte e del doppio contributo unificato.
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Responsabilità solidale del concessionario: chi paga la truffa?
L'Agenzia delle Dogane ha richiesto a un Concessionario di rete il pagamento del maggior Prelievo Erariale Unico (PR.E.U.) a causa di slot machine scollegate dalla rete telematica o manomesse da un esercente. Il Concessionario ha contestato la richiesta, ritenendo che la responsabilità fosse solo dell'esercente e invocando l'applicazione retroattiva di una legge più favorevole successiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità solidale del concessionario. I giudici hanno chiarito che la norma sulla solidarietà tributaria non ha natura sanzionatoria, ma serve a garantire le entrate dello Stato. Di conseguenza, non si applica il principio del favor rei e il Concessionario deve pagare l'imposta evasa insieme all'autore materiale della violazione.
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Responsabilità solidale del concessionario: paga anche senza colpa
L'Agenzia delle Dogane ha richiesto a un Concessionario di rete il pagamento del maggior Prelievo Erariale Unico (PR.E.U.) evaso. L'evasione derivava dall'uso di quattro slot machine non collegate alla rete telematica, scoperte presso un locale commerciale. Il Concessionario sosteneva che, essendo stato identificato l'esercente autore dell'illecito, la propria responsabilità dovesse escludersi, invocando anche l'applicazione retroattiva di una legge successiva più favorevole. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità solidale del concessionario. I giudici hanno chiarito che la solidarietà tributaria non ha natura di sanzione, ma serve a garantire le entrate dello Stato. Di conseguenza, non si applica il principio del favor rei e il Concessionario deve pagare le tasse evase in solido con l'esercente.
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Rimborso accise gasolio: cisterna piccola, prova al contribuente
L'Agenzia delle Dogane ha recuperato oltre un milione di euro nei confronti di una società di trasporti per un indebito rimborso accise gasolio negli anni 2012-2014. I giudici di merito avevano annullato il recupero, ritenendo che l'ufficio non avesse provato la falsità delle dichiarazioni della società, basandosi solo sulla ridotta capacità della cisterna di stoccaggio. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Agenzia, stabilendo che spetta al contribuente che richiede un'agevolazione fiscale dimostrare la sussistenza di tutti i requisiti, sia formali che sostanziali. Una dichiarazione incompleta o priva delle necessarie autorizzazioni impedisce il riconoscimento del beneficio. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Lazio per un nuovo esame.
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Termini di impugnazione: la Cassazione salva il ricorso del Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione della Commissione Tributaria Regionale che aveva dichiarato inammissibile il suo appello contro una società. La CTR aveva ritenuto tardivo l'appello perché presentato oltre il termine semestrale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, chiarendo che per i giudizi iniziati prima del 4 luglio 2009 si applicano i vecchi termini di impugnazione annuali e non quelli semestrali introdotti successivamente. Di conseguenza, l'appello dell'ufficio era tempestivo. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Responsabilità solidale del concessionario: no a sconti sulle slot
L'Agenzia delle Dogane ha richiesto a un Concessionario di rete il pagamento del maggior PR.E.U. (prelievo erariale unico) evaso, a causa di apparecchi da gioco non collegati alla rete telematica scoperti presso un esercente. Il Concessionario ha contestato la propria responsabilità, invocando l'applicazione retroattiva di una legge successiva più favorevole che escludeva la sua responsabilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità solidale del concessionario. I giudici hanno chiarito che la solidarietà tributaria ha una funzione di garanzia per lo Stato e non sanzionatoria; pertanto, non si applica il principio del favor rei. Il Concessionario è stato condannato a pagare l'imposta evasa e le spese legali.
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Delega di firma: l’accertamento è valido anche senza nome
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Contribuente contro un avviso di accertamento emesso dall'Amministrazione Finanziaria per l'anno d'imposta 2009. Il Contribuente contestava la validità dell'atto per un presunto vizio nella delega di firma, sostenendo che l'ordine di servizio non indicasse il nome del funzionario firmatario. I giudici hanno chiarito che la delega di firma non richiede l'indicazione nominativa del delegato, essendo sufficiente l'indicazione della qualifica per consentire una verifica successiva. Inoltre, la Corte ha respinto la richiesta di deduzione delle perdite su crediti di modesta entità, poiché le regole semplificate introdotte nel 2012 non si applicano retroattivamente al periodo d'imposta 2009. L'atto impositivo resta quindi pienamente valido ed efficace.
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Notifica PEC a Pubblica Amministrazione: quando l’errore è fatale
Un Cittadino ha impugnato la decisione della Corte d'appello che aveva dichiarato inammissibile il suo ricorso in riassunzione. L'inammissibilità derivava dalla nullità della prima notifica, eseguita nel settembre 2014 tramite posta elettronica certificata all'Ente Previdenziale. Il difensore del Cittadino aveva estratto l'indirizzo PEC dall'Indice PA (IPA) anziché dal registro ReGIndE. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che, per l'epoca dei fatti, la Notifica PEC a Pubblica Amministrazione doveva essere eseguita esclusivamente utilizzando gli indirizzi del ReGIndE, pena la nullità. Le riforme del 2020, che hanno parificato l'uso dell'IPA in via sussidiaria, non hanno efficacia retroattiva e non sanano le notifiche precedenti.
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Procedimento sanzionatorio Consob: sanzione comunque valida
L'Autorità di Vigilanza ha inflitto una sanzione di centomila euro al Soggetto Sanzionato per manipolazione del mercato. La prima notifica della delibera era priva dell'atto di accertamento. Successivamente, l'Autorità ha effettuato una seconda notifica completa di tutti i documenti, inclusa la valutazione delle difese del sanzionato. La Corte d'Appello ha annullato la sanzione ritenendo il provvedimento privo di motivazione a causa della discrepanza tra le notifiche. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Autorità, stabilendo che la seconda notifica del procedimento sanzionatorio Consob non ha modificato la sanzione, ma ha sanato le precedenti irregolarità trasmettendo l'iter decisionale completo. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame del merito.
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Tassazione imprese estere controllate: addio ad aliquote ridotte
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società italiana l'applicazione dell'aliquota ridotta del 27% sui redditi di una controllata estera con sede a Singapore per l'anno 2006. La società, avendo registrato un reddito imponibile pari a zero grazie al riporto di perdite precedenti, riteneva applicabile l'aliquota minima. La Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che la tassazione imprese estere controllate deve avvenire con l'aliquota ordinaria IRES (all'epoca del 33%) e non con quella ridotta, poiché la soppressione della "dual income tax" ha privato di efficacia il riferimento all'aliquota minima del 27%. Di conseguenza, la società è stata condannata a pagare le imposte calcolate con l'aliquota ordinaria e le spese di giudizio.
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Garanzia per vizi della cosa venduta: stop ai rimborsi tardivi
Un automobilista ha chiesto il risarcimento e lo scioglimento del contratto a un meccanico per l'installazione di pezzi di ricambio difettosi che avevano causato la rottura del motore. Il cliente aveva fatto riparare l'auto da un'officina terza e denunciato i difetti solo dopo oltre un mese dalla consegna della fattura di riparazione. Il Tribunale ha respinto le richieste per il mancato rispetto dei termini di decadenza e della gerarchia dei rimedi previsti dal Codice del consumo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La garanzia per vizi della cosa venduta richiede infatti che la denuncia avvenga entro otto giorni dalla scoperta oggettiva del difetto, termine ampiamente superato nel caso di specie, rendendo tardiva qualsiasi azione risarcitoria.
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Mansioni superiori: promozione automatica anche in società pubblica
Una farmacista dipendente di una società per azioni a totale partecipazione pubblica ha svolto mansioni superiori di direttrice di farmacia a rotazione con altre colleghe per periodi reiterati. La Corte d'Appello aveva negato il diritto all'inquadramento superiore, ritenendo applicabili i vincoli concorsuali pubblici. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che le società pubbliche di capitali sono soggetti di diritto privato. Di conseguenza, i rapporti di lavoro sono regolati dal codice civile e non dal pubblico impiego. L'obbligo di concorso per l'assunzione non impedisce l'applicazione dell'articolo 2103 del codice civile, che prevede la promozione automatica in caso di svolgimento prolungato di mansioni superiori. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Somministrazione di lavoro: abuso pubblico e risarcimento
Una lavoratrice ha svolto mansioni di impiegata amministrativa per un ente pubblico tramite reiterati contratti di somministrazione di lavoro a tempo determinato dal 2006 al 2010. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il ricorso a tale tipologia contrattuale, poiché volto a coprire esigenze strutturali e non temporanee dell'ente, condannando l'amministrazione al risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente pubblico, confermando che la somministrazione di lavoro nella pubblica amministrazione è legittima solo per esigenze temporanee ed eccezionali. Di conseguenza, l'utilizzo abusivo per coprire vuoti di organico stabili dà diritto al risarcimento del danno comunitario presunto, quantificato in sei mensilità, e l'azione risarcitoria è soggetta alla prescrizione ordinaria decennale.
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Somministrazione di lavoro illegittima: precariato contro Stato
Una lavoratrice ha svolto mansioni di impiegata amministrativa per un ente pubblico tramite contratti di somministrazione quasi ininterrotti dal 2005 al 2010. La Corte d'Appello ha dichiarato l'illegittimità dei contratti poiché l'ente ha utilizzato il lavoro interinale per coprire carenze d'organico strutturali e non temporanee, condannandolo al risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente pubblico, confermando che la somministrazione di lavoro illegittima nel pubblico impiego, pur non potendo trasformarsi in un contratto a tempo indeterminato, dà diritto al risarcimento del cosiddetto danno comunitario. Questo danno è quantificato in via presuntiva tra un minimo e un massimo di mensilità. L'ente pubblico perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali.
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