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Pericolosità Sociale

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1662 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Attualità della pericolosità sociale e sorveglianza speciale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Proposto contro l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per due anni. Il ricorrente contestava l'attualità della pericolosità sociale, sostenendo di aver intrapreso un percorso di recupero lavorativo dopo la detenzione. La Suprema Corte ha chiarito che, nel procedimento di prevenzione, il sindacato di legittimità sulla motivazione è limitato alla violazione di legge (motivazione inesistente o apparente). Nel caso specifico, i giudici di merito hanno ampiamente motivato l'attualità del pericolo basandosi sul ruolo di capo di un'associazione a delinquere dedita a truffe telematiche, sulla brevità della detenzione e sull'assenza di una stabile attività lavorativa lecita. Di conseguenza, Il Proposto perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Copia-incolla e pericolosità sociale: la decisione del giudice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino sottoposto alla sorveglianza speciale. La difesa contestava la decisione della Corte di Appello, sostenendo che la motivazione sulla persistente pericolosità sociale fosse inesistente a causa dell'uso della tecnica del "copia-incolla". I giudici di legittimità hanno chiarito che, nei procedimenti di prevenzione, il ricorso è ammesso solo per violazione di legge, categoria in cui rientra unicamente la motivazione inesistente o del tutto apparente. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano comunque analizzato dettagliatamente la pericolosità sociale del soggetto, evidenziando un curriculum criminale ventennale e recenti sanzioni disciplinari. Di conseguenza, l'uso del copia-incolla non ha inficiato la validità del provvedimento, e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: lo Stato vince sul socio inerte
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione dei beni appartenenti a un soggetto ritenuto affiliato alla 'ndrangheta e alla moglie, nonché della quota societaria di un terzo socio. Il proposto era stato condannato in via definitiva per associazione mafiosa nell'ambito di un imponente progetto immobiliare. I giudici hanno qualificato la società costruttrice come "impresa mafiosa originaria", gestita con metodi intimidatori e strumentalizzando pubblici ufficiali. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, stabilendo che la confisca si estende all'intero patrimonio aziendale e a tutte le quote, comprese quelle di terzi formalmente estranei, se questi non dimostrano un'effettiva partecipazione attiva alla gestione e l'estraneità al controllo sostanziale del proposto. Di conseguenza, i ricorrenti perdono definitivamente i beni e sono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Recidiva facoltativa: i precedenti non bastano senza pericolo reale
L'Imputato è stato condannato in appello per resistenza a pubblico ufficiale ed evasione, con un aumento di pena dovuto alla recidiva reiterata. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando che i giudici di merito avessero applicato l'aumento di pena basandosi solo sui precedenti penali, senza accertare l'effettiva pericolosità sociale dell'uomo. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, ricordando che l'applicazione della recidiva facoltativa impone al giudice l'obbligo di motivare concretamente perché il nuovo reato dimostri una maggiore propensione a delinquere del soggetto. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente alla recidiva e al trattamento sanzionatorio, disponendo il rinvio alla Corte d'appello di Perugia per un nuovo giudizio.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no a ditte sospette
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego della misura dell'affidamento in prova al servizio sociale per un uomo condannato a cinque mesi di reclusione per lesioni e minacce. Il Tribunale di Sorveglianza aveva concesso solo la detenzione domiciliare, ritenendo il soggetto non idoneo alla prova all'esterno. La Suprema Corte ha chiarito che non esiste una presunzione di affidabilità del condannato. La decisione di negare la misura alternativa più favorevole è legittima se fondata sulla condotta successiva al reato, come la frequentazione abituale di pregiudicati e la mancanza di concrete e credibili opportunità lavorative. Nel caso di specie, la ditta che offriva il lavoro era gestita da un soggetto denunciato per truffa. Il ricorso del condannato è stato quindi rigettato.
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Esecuzione della pena a domicilio: no ai dinieghi automatici
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato a un condannato l'applicazione della misura dell'esecuzione della pena a domicilio basandosi esclusivamente sul precedente diniego della detenzione domiciliare ordinaria e sulla sua generica pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, chiarendo che l'esecuzione della pena a domicilio è un istituto autonomo volto a contrastare il sovraffollamento carcerario e applicabile anche in deroga alle regole ordinarie. Per negare tale beneficio non basta un generico giudizio di inidoneità, ma occorrono specifiche e concrete ragioni che facciano temere la commissione di gravi delitti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di diniego con rinvio per un nuovo esame.
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Applicazione della recidiva: la Cassazione ferma il ladro seriale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto in abitazione. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva, sostenendo che la decisione dei giudici di merito fosse contraddittoria. La Suprema Corte ha invece confermato la legittimità della sanzione aggravata, evidenziando la costante attività criminale del soggetto, iniziata nel 1985 e mai interrotta nonostante le precedenti condanne per reati contro il patrimonio. I giudici hanno ribadito che l'applicazione della recidiva è pienamente giustificata quando il nuovo reato dimostra una maggiore pericolosità sociale e una più intensa colpevolezza del reo, escludendo qualsiasi ipotesi di occasionalità. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso, la condanna viene confermata e lo stesso viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Condotta regolare ma legami mafiosi: resta la pericolosità sociale
Il Tribunale di sorveglianza ha prorogato per un anno la misura della libertà vigilata nei confronti di un condannato. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la valutazione della sua pericolosità sociale non potesse basarsi esclusivamente sui suoi trascorsi criminali in un clan ormai dissolto, evidenziando la propria condotta regolare e l'impegno nella ricerca di un lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il provvedimento. I giudici hanno chiarito che la condotta formalmente corretta non basta a escludere la pericolosità sociale se manca una reale e visibile dissociazione dall'ambiente mafioso d'origine e se il contesto familiare e territoriale non offre garanzie di contenimento. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Confisca di prevenzione: il carcere non salva i beni illeciti
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione dei beni e l'applicazione della sorveglianza speciale nei confronti di un soggetto ritenuto vicino a un'associazione mafiosa. Il ricorrente contestava l'attualità della sua pericolosità sociale, sostenendo che la sua condotta criminale risalisse a molti anni prima e che la detenzione avesse interrotto la sua operatività. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la detenzione non cancella automaticamente la pericolosità sociale, soprattutto in presenza di un lungo e qualificato percorso all'interno del sodalizio criminale. Inoltre, i giudici hanno confermato la legittimità della confisca dei beni, inclusa un'azienda e diversi immobili, a causa della netta sproporzione tra i redditi leciti dichiarati e il valore del patrimonio accumulato, non giustificato da entrate lecite.
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Carcere e pericolosità sociale: la Cassazione nega sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per tre anni. Il ricorrente, indiziato di appartenere a un'associazione mafiosa, contestava la sussistenza della sua pericolosità sociale attuale, sostenendo che la motivazione dei giudici di appello fosse solo apparente e che la sua buona condotta in carcere dimostrasse un cambiamento di vita. La Suprema Corte ha chiarito che nei procedimenti di prevenzione il ricorso per cassazione è limitato alle sole violazioni di legge. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano ampiamente motivato la persistenza della pericolosità sociale, evidenziando il ruolo di spicco del soggetto nel clan e il legame con il capo cosca. Di conseguenza, il comportamento carcerario regolare non basta a cancellare la pericolosità sociale, confermando la misura applicata.
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Confisca di prevenzione: i beni del clan restano allo Stato
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione dei beni intestati a terzi ma riconducibili a un soggetto legato a un clan mafioso. Nonostante una precedente revoca delle misure personali per mancanza di pericolosità attuale, i giudici hanno chiarito che le misure patrimoniali godono di piena autonomia. La legge consente infatti di confiscare i beni acquistati con proventi illeciti se la pericolosità sociale del proposto sussisteva al momento del loro acquisto, anche se tale pericolosità è venuta meno al momento della decisione. La Corte ha quindi rigettato il ricorso dei familiari e delle società coinvolte, confermando definitivamente il sequestro dei beni a favore dello Stato e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
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Applicazione della recidiva: quando il futuro conferma il passato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto aggravato. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva reiterata specifica, sostenendo che i giudici avessero valutato la sua pericolosità sociale basandosi su reati commessi successivamente al fatto contestato. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio sulla pericolosità si fonda sulle modalità del reato commesso, mentre i fatti successivi servono solo a confermare la correttezza della valutazione prognostica. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio e patteggiamento: espulsione dello straniero da valutare
Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza di patteggiamento con cui il Tribunale di Bergamo ha condannato a quattro anni di reclusione una cittadina straniera per spaccio di stupefacenti, omettendo però di disporre l'espulsione dello straniero come misura di sicurezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che il giudice di merito, pur avendo accertato la concreta pericolosità sociale della donna (inserita in una rete di spaccio e attiva anche sotto misura cautelare), non ha valutato l'applicazione della misura di sicurezza dell'allontanamento dal territorio dello Stato. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza limitatamente a questa omissione, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Sorveglianza speciale: il cassiere senza lavoro perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per quattro anni. Il Tribunale aveva applicato la misura ritenendo il soggetto socialmente pericoloso, in quanto privo di lavoro e dedito abitualmente allo spaccio di droga, con il ruolo di cassiere del gruppo criminale. La difesa contestava l'attualità della pericolosità sociale e la durata della misura. La Cassazione ha chiarito che l'attualità della pericolosità va valutata al momento dell'applicazione della misura e non del giudizio di impugnazione. Inoltre, la Cassazione non può riesaminare il merito dei fatti se la motivazione dei giudici precedenti è logica e completa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Decreto di espulsione dello straniero: la Cassazione lo conferma
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del decreto di espulsione dello straniero emesso dalla Prefettura nei confronti di un cittadino straniero. L'uomo era stato condannato per rapina e lesioni personali e aveva altri procedimenti penali in corso. Il Giudice di Pace aveva già respinto il suo ricorso, ritenendolo socialmente pericoloso anche a causa della sua mancata partecipazione al percorso di rieducazione in carcere. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del cittadino straniero, stabilendo che il giudizio di pericolosità sociale può basarsi su elementi di fatto certi e indizi precisi. Di conseguenza, il provvedimento di allontanamento dal territorio italiano resta pienamente valido ed efficace, sancendo la sconfitta del ricorrente.
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Diritto all’unità familiare e reati: vince la sicurezza
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di uno straniero contro il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno per motivi familiari. Nonostante il richiedente fosse figlio di un cittadino italiano, i giudici hanno confermato la sua pericolosità sociale a causa di una condanna per spaccio di stupefacenti e delle sue frequentazioni criminali. La Suprema Corte ha stabilito che il diritto all'unità familiare recede di fronte alle superiori esigenze di tutela dell'ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini. Inoltre, i motivi procedurali sollevati dal ricorrente, relativi a una presunta incompetenza territoriale e a una mancata pronuncia, sono stati dichiarati infondati e inammissibili per vizi di forma e preclusioni processuali. Di conseguenza, lo straniero perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese legali.
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Pericolosità sociale: il carcere non cancella la sorveglianza
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale per ulteriori due anni a carico di un cittadino. I giudici di merito avevano accertato la persistente pericolosità sociale del soggetto, legata alla sua continua appartenenza a un'associazione mafiosa, attiva anche dopo una lunga carcerazione. Il ricorrente ha impugnato la decisione contestando la valutazione sulla sua condotta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché riproponeva argomenti generici già respinti in appello, senza contestare in modo specifico le motivazioni dei giudici. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Patteggiamento e spaccio: l’espulsione dello straniero è d’obbligo
Un cittadino straniero, giunto in Italia con visto turistico, viene arrestato per spaccio di stupefacenti e concorda una pena tramite patteggiamento. Il Tribunale applica la pena ma omette di valutare l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato. Il Procuratore Generale ricorre in Cassazione denunciando tale omissione. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che anche in caso di patteggiamento il giudice ha l'obbligo di valutare la pericolosità sociale concreta del condannato ai fini dell'espulsione. Di conseguenza, la Cassazione annulla parzialmente la sentenza, ordinando al Tribunale di Brescia di riesaminare specificamente la necessità di applicare l'espulsione dello straniero.
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Sorveglianza speciale: niente reato se manca la rivalutazione
Una cittadina, sottoposta alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, veniva sorpresa fuori casa oltre l'orario consentito dopo aver scontato oltre due anni di carcere. Condannata nei primi gradi di giudizio per la violazione delle prescrizioni, la Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che, dopo una lunga detenzione, l'esecuzione della sorveglianza speciale non può riprendere automaticamente. È infatti obbligatoria una rivalutazione attuale della pericolosità sociale da parte del giudice. In mancanza di questo accertamento formale, la violazione delle regole della misura non costituisce reato. La ricorrente è stata quindi assolta perché il fatto non sussiste.
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Coltivazione e arresto: no all’espulsione dello straniero
Due stranieri, arrestati per coltivazione di marijuana e furto di energia elettrica, concordano una pena con il patteggiamento. Il giudice applica la pena ma ordina anche l'espulsione dello straniero come misura di sicurezza, motivando la decisione con un semplice rinvio alla precedente ordinanza di custodia cautelare. La Corte di Cassazione annulla questa specifica decisione. I giudici chiariscono che l'espulsione dello straniero non è automatica e richiede un'analisi concreta e attuale della pericolosità sociale del soggetto. Non basta richiamare vecchi provvedimenti cautelari o fare riferimento a una generica professionalità criminale, soprattutto se gli imputati sono incensurati e hanno ottenuto le attenuanti generiche. Il caso torna al giudice di merito per una nuova valutazione.
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