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Pericolosità Sociale

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1662 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Sorveglianza speciale: il carcere non cancella la pericolosità
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale per due anni e sei mesi nei confronti di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il proposto aveva contestato l'attualità della sua pericolosità sociale, evidenziando la sua ininterrotta detenzione in custodia cautelare dal 2019 e l'assenza di sentenze irrevocabili di condanna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che il giudizio di prevenzione è del tutto autonomo rispetto a quello penale di merito. Di conseguenza, il giudice può basarsi su elementi indiziari non definitivi. Inoltre, la custodia cautelare non cancella la pericolosità del soggetto, ma ne sospende solo l'esecuzione, confermando la necessità della sorveglianza speciale una volta riacquistata la libertà.
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Sorveglianza speciale: la latitanza conferma la pericolosità
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per quattro anni nei confronti di un soggetto indiziato di appartenere a un'associazione mafiosa. Il ricorrente contestava l'attualità della sua pericolosità sociale, evidenziando che la sua partecipazione attiva al clan si era interrotta molti anni prima. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto legittimo il giudizio di pericolosità basandosi su elementi concreti e successivi, quali una latitanza durata ben otto anni, resa possibile da una rete di coperture criminali, e il successivo arresto in possesso di un'arma con matricola punzonata. La Suprema Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che l'appartenenza a contesti mafiosi proietta i suoi effetti nel tempo e giustifica la misura di prevenzione.
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Sorveglianza speciale: libertà negata per persistente pericolo
Il Sottoposto, condannato per associazione mafiosa, era stato sottoposto alla sorveglianza speciale. L'esecuzione della misura era rimasta sospesa a causa di un lungo periodo di detenzione. Durante la detenzione domiciliare e subito dopo la scarcerazione, il Sottoposto ha commesso gravi reati, tra cui evasioni e minacce, mantenendo i contatti con la criminalità organizzata. La Corte di Appello ha quindi confermato la persistenza della sua pericolosità sociale, riattivando la misura. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Sottoposto, confermando che la fine della detenzione non fa cessare automaticamente la sospensione della misura di prevenzione. È infatti sempre necessario un accertamento del giudice sulla persistenza della pericolosità del soggetto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Patteggiamento e reati: quando scatta l’espulsione dello straniero
Un cittadino straniero ha concordato una pena di due anni e dieci mesi di reclusione per reati di estorsione e spaccio di stupefacenti. Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza lamentando l'omessa valutazione sulla misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo che anche in caso di patteggiamento il giudice ha l'obbligo di valutare espressamente la pericolosità sociale del condannato per decidere sull'espulsione dello straniero. Di conseguenza, la sentenza è stata annullata limitatamente a questo punto, con rinvio al Giudice per le indagini preliminari per una nuova valutazione.
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Pericolosità sociale: sorveglianza speciale anche senza condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, ridotta in appello a un anno e sei mesi. Il ricorrente contestava l'abitualità nel reato e la mancanza di prove sul fatto che vivesse con proventi illeciti. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio sulla pericolosità sociale ha natura prognostica e autonoma rispetto al processo penale. Esso può fondarsi su indizi e procedimenti in corso, purché certi e analizzati criticamente. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la misura di prevenzione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato per recidiva
Il Tribunale di Sorveglianza nega l'affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare e la semilibertà a un condannato, ritenendolo ancora socialmente pericoloso a causa di numerosi precedenti penali e violazioni di precedenti misure. Il condannato ricorre in Cassazione lamentando la mancata considerazione della relazione positiva dell'U.E.P.E. e della sua attività lavorativa. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici spiegano che la concessione dell'affidamento in prova al servizio sociale richiede una prognosi favorevole sul reinserimento e sulla prevenzione di nuovi reati. Nel caso specifico, la pericolosità sociale del soggetto, desunta da condotte successive e violazioni di prescrizioni, giustifica la necessità di un periodo di osservazione in carcere. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pericolosità sociale: disintossicazione non ferma l’espulsione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per rapina e furto aggravato, confermando l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dall'Italia. La difesa contestava la sussistenza della pericolosità sociale attuale, sostenendo che l'imputato avesse completato un percorso di disintossicazione. I giudici hanno chiarito che la pericolosità sociale non derivava solo dall'uso di droga, ma dalla gravità dei reati commessi di notte in abitazioni private, con l'uso di violenza. Il ricorso è stato ritenuto generico perché non ha contestato queste specifiche motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: salvi i beni acquistati prima del reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore generale contro la revoca della confisca di alcuni beni (appartamenti, una villa e un vigneto) intestati a familiari di due soggetti ritenuti vicini alla criminalità organizzata. La Corte d'appello aveva revocato la misura poiché i beni erano stati acquistati prima del 2008, periodo in cui non era ancora dimostrata la loro pericolosità sociale. La Cassazione ha confermato che la confisca di prevenzione può colpire solo i beni acquistati nel periodo in cui si manifesta la pericolosità del soggetto. Poiché il ricorso contestava la valutazione delle prove e non una reale violazione di legge, la decisione della Corte d'appello è stata confermata, lasciando i beni ai proprietari.
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Libertà vigilata: il boss perde il ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per associazione mafiosa contro la misura della libertà vigilata per la durata di tre anni. Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la misura basandosi sulla gravità del reato, sul ruolo di vertice ricoperto dal soggetto all'interno del clan e sulla totale assenza di un percorso di revisione critica del proprio passato criminale. La Suprema Corte ha stabilito che le contestazioni del ricorrente erano generiche e miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati. Di conseguenza, il condannato è stato obbligato a pagare le spese del procedimento e una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Espulsione dello straniero: patteggiare non evita la misura
Un cittadino straniero, condannato tramite patteggiamento a due anni e otto mesi di reclusione per spaccio di stupefacenti, non ha ricevuto alcuna statuizione dal giudice circa la sua eventuale espulsione. Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza lamentando l'omessa valutazione di questa misura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'espulsione dello straniero prevista dalla legge sugli stupefacenti, pur richiedendo l'accertamento in concreto della pericolosità sociale del soggetto, costituisce una misura la cui valutazione è obbligatoria per il giudice, anche in caso di patteggiamento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente a questo punto, disponendo il rinvio al Tribunale affinché compia la necessaria valutazione sulla pericolosità sociale e decida sull'espulsione.
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Confisca di prevenzione negata se i beni sono antecedenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore generale contro il rigetto della confisca di prevenzione e della sorveglianza speciale nei confronti di un imprenditore. I giudici hanno confermato che non vi era una correlazione temporale tra gli acquisti dei beni, avvenuti prima del 2014, e il periodo in cui si era manifestata la pericolosità sociale del soggetto, collocata tra il 2014 e il 2018. La Suprema Corte ha ribadito che, per disporre la confisca di prevenzione, occorre dimostrare un nesso proporzionale e temporale tra l'accumulo patrimoniale ingiustificato e l'attività criminosa abituale, non bastando la semplice presenza di condanne passate e isolate. Vince il cittadino proposto, i cui beni restano liberi da vincoli.
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Confisca di prevenzione: quando la sproporzione toglie la casa
I coniugi ricorrenti impugnano il provvedimento che dispone la confisca di prevenzione di un fabbricato e di un terreno agricolo. La Corte di appello ha accertato la loro pericolosità sociale e una netta sproporzione tra i redditi dichiarati e il valore dei beni, acquistati con proventi illeciti. I ricorrenti lamentano l'assenza di correlazione temporale tra la pericolosità e gli acquisti, oltre a presunte donazioni non registrate. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi. Il principio stabilito chiarisce che la confisca di prevenzione colpisce i beni acquistati nel periodo in cui si è manifestata la pericolosità sociale, valutata sulla base dell'intera biografia criminale del soggetto. Inoltre, le entrate non documentate non giustificano la sproporzione patrimoniale.
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Confisca di prevenzione: no ai sequestri senza limiti di tempo
Il caso riguarda un cittadino, ritenuto vicino alla criminalità organizzata a partire dal 2009, a cui erano stati confiscati numerosi beni, tra cui quote societarie, immobili, auto e conti correnti, a causa di una forte sperequazione reddituale. L'interessato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la mancanza di un nesso temporale tra la sua presunta pericolosità e l'acquisto dei beni. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo che la confisca di prevenzione è legittima solo per i beni acquistati nell'arco temporale in cui si è manifestata la pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, la Corte ha annullato la confisca delle quote societarie acquistate nel 2002 e di altri cespiti, disponendo il rinvio alla Corte di appello per un nuovo e più rigoroso esame cronologico.
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Confisca annullata: no alla motivazione per relationem acritica
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il decreto di confisca emesso dalla Corte di appello di Firenze nei confronti del Proposto e dei suoi familiari. I giudici di secondo grado avevano confermato la misura patrimoniale limitandosi a copiare ampi stralci della decisione del Tribunale, senza rispondere alle specifiche contestazioni della difesa sulla provenienza lecita dei beni e sulla sproporzione reddituale. La Suprema Corte ha stabilito che la motivazione per relationem è nulla se si traduce in una acritica adesione alla decisione precedente, priva di un reale vaglio critico dei motivi di appello. Ora la Corte d'appello dovrà riesaminare il caso con una motivazione autonoma ed effettiva.
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Delinquenza abituale: la Cassazione conferma la colonia agricola
Il caso riguarda un uomo condannato per numerosi furti in abitazione commessi in Trentino. I giudici di merito lo avevano dichiarato colpevole, applicando la misura di sicurezza della colonia agricola per due anni dopo aver accertato la sua delinquenza abituale. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la legittimità costituzionale della misura automatica e la valutazione della sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la dichiarazione di delinquenza abituale e la conseguente misura detentiva sono legittime e giustificate dall'elevato numero di condanne precedenti per reati contro il patrimonio, dall'intensità del dolo e dall'assenza di un reale reinserimento sociale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Applicazione della recidiva: no all’aumento di pena automatico
L'Imputato è stato condannato per resistenza a pubblico ufficiale e guida senza patente. La Corte d'Appello ha applicato un aumento di pena basandosi sulla recidiva. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di motivazione sulla sua effettiva pericolosità sociale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'applicazione della recidiva richiede una verifica concreta e una specifica motivazione sulla maggiore colpevolezza e pericolosità del reo, non bastando il semplice riferimento alla gravità del fatto. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio, rinviando il caso alla Corte d'Appello per una nuova valutazione sul punto, mentre la condanna principale è diventata definitiva.
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Pericolosità sociale: la buona condotta in cella non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato per reati di stampo mafioso contro la decisione che confermava la sua pericolosità sociale e l'applicazione della libertà vigilata. Il ricorrente sosteneva che il tempo trascorso, la buona condotta in carcere e l'assenza di nuovi carichi pendenti dimostrassero il suo ravvedimento. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che la regolare condotta carceraria non basta a escludere la pericolosità sociale se manca una reale revisione critica del proprio passato criminale. Inoltre, i rapporti delle forze dell'ordine confermavano la persistenza dei legami con l'organizzazione mafiosa di appartenenza. Di conseguenza, il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Pericolosità sociale: la perizia medica non basta per la misura
Il Tribunale di sorveglianza applicava la misura di sicurezza della libertà vigilata a un condannato per oltraggio a pubblico ufficiale, ritenuto seminfermo di mente e con dipendenze, basandosi esclusivamente su una perizia psichiatrica. Il condannato ricorreva in Cassazione, lamentando la mancata valutazione della sua condotta in carcere e delle sue attuali condizioni di vita. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'accertamento della pericolosità sociale non può basarsi solo sul parere degli esperti psichiatrici. Il giudice deve valutare globalmente tutti gli elementi dell'articolo 133 del codice penale, inclusi il comportamento del reo e il contesto sociale, per verificare l'effettivo e attuale rischio di recidiva. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Impugnazione del patteggiamento: espulsione confermata per il reo
L'Imputato, condannato per reati di droga tramite patteggiamento, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'ordine di espulsione dall'Italia e la mancata pronuncia di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è strettamente limitata dalla legge e non permette di contestare la mancata applicazione delle cause di proscioglimento. Inoltre, la Corte ha confermato la legittimità dell'espulsione dello straniero: la pericolosità sociale è stata correttamente desunta dalla reiterazione dei reati, dalla violazione di precedenti misure cautelari e dalla mancanza di un lavoro stabile. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Attualità della pericolosità sociale: l’età non cancella la mafia
Un uomo, condannato in passato per associazione mafiosa ed estorsione, ha impugnato il provvedimento che disponeva l'esecuzione della sorveglianza speciale nei suoi confronti. La difesa sosteneva l'assenza di prova circa l'attualità della pericolosità sociale, evidenziando il tempo trascorso, l'età avanzata e le condizioni di salute precarie del soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'appartenenza a un sodalizio mafioso genera una presunzione di persistenza del vincolo associativo. Questa presunzione può essere superata solo fornendo la prova positiva di un effettivo recesso dall'organizzazione, non bastando il mero decorso del tempo o lo stato di salute, specie se le attività criminali pregresse (come il condizionamento degli appalti) non richiedono particolare vigore fisico.
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