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Pericolosità Sociale

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1662 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Pericolosità sociale: lo spaccio passato pesa dopo il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Proposto contro l'applicazione della sorveglianza speciale per due anni e sei mesi. Il soggetto, dedito al traffico abituale di stupefacenti e al porto d'armi, contestava l'attualità della sua pericolosità sociale a causa del tempo trascorso in custodia cautelare e di alcune assoluzioni. La Suprema Corte ha chiarito che la pericolosità sociale deve essere valutata con riferimento al momento della decisione di primo grado, rendendo irrilevante il tempo trascorso successivamente durante i gradi di giudizio. Eventuali elementi di novità possono essere fatti valere solo con istanza di revoca o modifica della misura. Di conseguenza, Il Proposto perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: il volontariato non cancella la mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per la durata di tre anni nei confronti di un soggetto condannato in via definitiva per associazione mafiosa. Il sottoposto contestava la persistenza della sua pericolosità sociale, valorizzando elementi come la confessione, la condotta carceraria e lo svolgimento di attività di volontariato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la lunghissima militanza (quasi trentennale) e il ruolo di spicco ricoperto all'interno del sodalizio mafioso giustificano la presunzione di attualità del vincolo associativo. I giudici hanno chiarito che il volontariato e una collaborazione parziale non bastano a dimostrare l'effettivo allontanamento dall'organizzazione criminale.
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Pericolosità sociale ed espulsione: la condotta batte il passato
Lo Straniero ha impugnato il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che confermava l'espulsione dal territorio dello Stato, lamentando che la decisione si basasse solo sui suoi precedenti penali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la pericolosità sociale è stata valutata correttamente attraverso un giudizio prognostico e dinamico. I giudici hanno infatti considerato non solo i precedenti penali e di polizia, ma anche la mancanza di fissa dimora, un episodio di evasione e l'irreperibilità dello Straniero presso l'ufficio di esecuzione penale esterna. Di conseguenza, l'espulsione è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: la pericolosità blocca il ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato al Condannato la misura alternativa dell'affidamento in prova ai servizi sociali a causa della sua attuale pericolosità sociale, desunta da un grave reato commesso nel 2019. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un vizio di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati erano troppo generici e non contestavano direttamente la valutazione del Tribunale sulla pericolosità del soggetto. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no al ricorso generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che aveva negato la detenzione domiciliare e l'affidamento in prova al servizio sociale. Il diniego originario si fondava sulla pericolosità sociale del soggetto, desunta da alcuni procedimenti penali ancora in corso. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e non contestavano in modo specifico le ragioni della decisione precedente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di prevenzione patrimoniale: serve l’appello
Il caso riguarda la richiesta di revoca di una confisca applicata nel 2011 come misura di prevenzione patrimoniale. Il Tribunale aveva dichiarato inammissibile la richiesta dei soggetti interessati, i quali sostenevano l'assenza di pericolosità sociale attuale dopo l'annullamento della misura personale. Contro tale decisione è stato proposto ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che, trattandosi di un procedimento iniziato prima dell'entrata in vigore del Codice Antimafia del 2011, si applica la disciplina previgente. Di conseguenza, il provvedimento del Tribunale non è impugnabile direttamente in Cassazione, bensì tramite appello. La Corte ha quindi riqualificato il ricorso come atto di appello, trasmettendo gli atti alla Corte d'Appello competente per il giudizio di merito.
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Sorveglianza speciale: il carcere non cancella la pericolosità
Il Tribunale e la Corte d'Appello respingevano la richiesta di applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale nei confronti di un soggetto, ritenendo che la sua detenzione per oltre due anni creasse una presunzione di non pericolosità. Il Procuratore Generale proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che occorre distinguere tra il momento dell'applicazione della misura e quello della sua esecuzione. La sorveglianza speciale può essere legittimamente applicata anche a un soggetto detenuto, poiché lo stato di detenzione ne sospende solo l'esecuzione e non l'applicabilità. La detenzione superiore a due anni impone solo una rivalutazione della pericolosità al momento dell'effettiva esecuzione, senza impedire la decisione iniziale. La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
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Detenzione domiciliare negata: il carcere resta per chi delinque
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato la possibilità di scontare la pena residua tramite la detenzione domiciliare. La decisione si fonda sulla persistente pericolosità sociale del soggetto, evidenziata dalla gravità dei reati commessi, da precedenti violazioni commesse proprio durante gli arresti domiciliari e in carcere, e da una dipendenza da stupefacenti non ancora superata. La Corte di Cassazione ha confermato questo orientamento, dichiarando inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno chiarito che, secondo la Legge n. 199 del 2010, la misura alternativa va negata non solo in caso di pericolo di fuga, ma anche quando vi sia il rischio concreto che il soggetto compia nuovi reati. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: no se manca il riscatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza alla concessione dell'affidamento in prova ai servizi sociali. Il Tribunale aveva respinto la richiesta evidenziando la persistente pericolosità sociale del soggetto, desunta da numerosi precedenti penali nell'arco di vent'anni, e l'assenza di un percorso di reale rielaborazione critica dei propri reati in carcere. Mancava inoltre una graduale sperimentazione esterna tramite permessi premio. La Cassazione ha confermato la correttezza di questa decisione, ribadendo che l'accesso alle misure alternative richiede una verifica rigorosa della risocializzazione e della gradualità del trattamento rieducativo. Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca di prevenzione: i contanti sepolti smentiscono la difesa
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale e la confisca di prevenzione di un autocarro e di oltre 56.000 euro in contanti nei confronti di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il denaro era stato rinvenuto sotterrato in buste sottovuoto nel giardino della compagna. La difesa sosteneva che la somma derivasse da donazioni familiari, ma la Corte ha ritenuto le modalità di conservazione incompatibili con una provenienza lecita, evidenziando la sproporzione rispetto ai redditi dichiarati e il legame temporale con l'attività di narcotraffico del proposto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Sorveglianza speciale: annullata la misura senza prove concrete
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino contro l'applicazione della sorveglianza speciale per la durata di un anno con cauzione di mille euro. I giudici di secondo grado avevano giustificato la misura basandosi sulla mancanza di un lavoro e su vecchi precedenti penali. La Suprema Corte ha chiarito che la sorveglianza speciale non può fondarsi su semplici sospetti o sulla generica mancanza di occupazione. Per limitare la libertà di una persona, i giudici devono dimostrare con prove concrete e attuali che il soggetto viva abitualmente con i proventi di attività illecite. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento e ha ordinato un nuovo esame del caso.
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Riesame della pericolosità sociale: lavoro onesto o nuova condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Il soggetto chiedeva il riesame della pericolosità sociale per revocare una misura di sicurezza applicata nel 2016. I giudici hanno confermato la pericolosità a causa di una nuova condanna per associazione a delinquere e della violazione delle prescrizioni, come la guida senza patente. La Suprema Corte ha chiarito che, per ottenere il riesame della pericolosità sociale, occorre dimostrare elementi di novità reali e concreti rispetto alle precedenti valutazioni. Non basta allegare documenti generici sull'attività lavorativa se non si contesta in modo specifico la decisione precedente. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: i parenti perdono la casa del boss
I familiari di un soggetto proposto per misure di prevenzione hanno impugnato il decreto di confisca di un immobile intestato a terzi ma ritenuto nella disponibilità di quest'ultimo. La difesa lamentava l'omesso accertamento della pericolosità sociale attuale del proposto e il vizio di motivazione circa la disponibilità indiretta del bene, basata sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. Ha chiarito che la confisca di prevenzione prescinde dall'attualità della pericolosità sociale al momento dell'applicazione della misura patrimoniale. Inoltre, ha stabilito che nei procedimenti di prevenzione il vizio di motivazione non è deducibile in Cassazione, salvo il caso di motivazione inesistente o apparente, non ravvisabile quando il giudice d'appello ha logicamente valorizzato le dichiarazioni del collaboratore e le intercettazioni.
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Applicazione della recidiva: la Cassazione respinge i fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino straniero contro la sentenza della Corte di Appello di Milano. L'imputato contestava l'aumento di pena derivante dall'applicazione della recidiva. I giudici di legittimità hanno chiarito che i motivi del ricorso si limitavano a contestazioni di fatto, non ammissibili in Cassazione. Inoltre, la Corte d'Appello aveva già ampiamente e correttamente motivato la decisione, evidenziando come le modalità concrete del reato dimostrassero una maggiore pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: quando i reati non definitivi pesano
La Corte di Cassazione ha confermato l'aggravamento della misura di prevenzione della sorveglianza speciale, estesa a cinque anni, nei confronti di un soggetto ritenuto altamente pericoloso. Il ricorrente contestava l'aumento della durata della misura, sostenendo che i reati contestati non fossero ancora accertati con sentenza definitiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, ai fini della valutazione della pericolosità sociale, rilevano anche i comportamenti non ancora giudicati in via definitiva, purché abbiano dato luogo a misure cautelari non smentite. Inoltre, la commissione di reati durante i periodi di libertà dimostra l'inefficacia dei precedenti periodi di detenzione e giustifica il severo giudizio di pericolosità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato: la Cassazione fissa i limiti
Il Tribunale di Sorveglianza ha concesso a un condannato la detenzione domiciliare, rigettando però la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale a causa dei suoi precedenti penali. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione sulla sua residua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché il ricorrente si è limitato a contestare il merito della decisione del Tribunale senza evidenziare reali vizi logici o giuridici nella motivazione. Di conseguenza, il condannato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Permesso-premio: sì in tutta Italia, ma no nel paese del reato
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego di un permesso-premio richiesto da un detenuto per fare visita alla madre in Sicilia. Nonostante il condannato avesse già usufruito di permessi in altre regioni con ottimi risultati, i giudici hanno ritenuto legittimo il rifiuto basato sul parere della direzione carceraria. Il rientro temporaneo nel territorio in cui erano stati commessi i gravi reati originari è stato infatti giudicato prematuro e non inserito nel programma di trattamento. La Suprema Corte ha chiarito che la pericolosità sociale può variare a seconda del contesto geografico, rendendo non automatico il diritto al beneficio in zone sensibili. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Permesso premio negato: la buona condotta non cancella il passato
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto contro il diniego di un permesso premio. Nonostante la condotta regolare in carcere, il Tribunale di Sorveglianza ha evidenziato la mancanza di una reale revisione critica del proprio passato criminale e la minimizzazione delle condanne subite per gravi reati. La Suprema Corte ha confermato che, per la concessione del beneficio, non basta il buon comportamento in cella, ma occorre valutare l'assenza di pericolosità sociale. Questa valutazione richiede un'analisi rigorosa del ravvedimento, soprattutto in presenza di condanne pesanti e contatti con la criminalità organizzata. Il ricorso è stato quindi respinto con condanna alle spese.
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Permesso premio al 41-bis: la condotta non cancella il passato
Il Detenuto, condannato all'ergastolo e sottoposto al regime speciale del 41-bis per associazione mafiosa, ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta, evidenziando la sua elevata pericolosità sociale e il legame ancora attivo con la cosca criminale di provenienza, nonostante la buona condotta carceraria e il percorso di studi intrapreso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del detenuto. I giudici hanno chiarito che non esiste un'incompatibilità assoluta tra il regime del 41-bis e il permesso premio, ma l'accesso al beneficio richiede una valutazione rigorosa e la prova concreta di un reale ravvedimento, che nel caso specifico è mancata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Permesso premio negato: la buona condotta non cancella il passato
Un detenuto, condannato a trenta anni di reclusione per traffico di stupefacenti e collegamenti con la criminalità organizzata, ha richiesto la concessione di un permesso premio per riallacciare i rapporti familiari. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il beneficio, evidenziando la mancanza di una reale revisione critica del proprio passato criminale e la persistente pericolosità sociale, nonostante la regolare condotta in carcere. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego, rigettando il ricorso del detenuto. I giudici hanno chiarito che la buona condotta carceraria non è sufficiente per ottenere il permesso premio se manca un effettivo ravvedimento e una riflessione critica sulle proprie colpe, specialmente per reati di estrema gravità.
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