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Pericolosità Sociale

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1662 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Permesso premio: la Cassazione annulla il no basato sul passato
Il Tribunale di Sorveglianza negava a un detenuto il permesso premio, basandosi sulla gravità dei reati passati, su presunti legami mafiosi e su informative negative della polizia. Il detenuto ricorreva in Cassazione, evidenziando che l'aggravante mafiosa era stata esclusa nei giudizi e che i giudici avevano ignorato il suo percorso rieducativo positivo in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la gravità del reato non può escludere automaticamente il beneficio e che i giudici devono valutare concretamente la condotta attuale. La Suprema Corte ha quindi annullato il diniego, ordinando un nuovo esame del caso.
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Pericolosità sociale: annullata la misura per fatti passati
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il decreto della Corte d'Appello che applicava la sorveglianza speciale a un cittadino. La difesa ha contestato la sussistenza e l'attualità della pericolosità sociale, evidenziando che gli episodi contestati risalivano a diversi anni prima. La Suprema Corte ha chiarito che, nei ricorsi contro le misure di prevenzione, il vizio di motivazione è deducibile solo se la motivazione è del tutto apparente. Nel caso specifico, i giudici di secondo grado hanno giustificato l'attualità del pericolo con una formula generica e apodittica, senza analizzare il reale legame temporale con i fatti passati. Di conseguenza, il ricorrente ha ottenuto l'annullamento del provvedimento e la celebrazione di un nuovo giudizio davanti alla Corte d'Appello.
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Confisca di prevenzione: redditi zero e patrimoni milionari
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di immobili, terreni e un'azienda familiare intestati a un uomo e a sua moglie. L'uomo era ritenuto esponente di spicco della criminalità organizzata a partire dal 2014. I coniugi hanno contestato la decisione, lamentando l'uso di indici statistici e la mancata valutazione dei loro redditi. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che i beni acquistati tra il 2014 e il 2020 mostrano una netta sproporzione rispetto ai redditi irrisori dichiarati dalla coppia. Inoltre, la moglie non ha dimostrato alcuna capacità economica autonoma né la gestione diretta dei beni, confermando l'intestazione fittizia. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rivalutazione della pericolosità sociale: assoluzione o processo?
L'Imputato, sottoposto a sorveglianza speciale dopo quattro anni di detenzione, viene accusato di aver violato gli obblighi della misura. Il Tribunale dichiara la prescrizione del reato, ma la Corte d'Appello dichiara inammissibile il ricorso dell'imputato volto a ottenere l'assoluzione nel merito. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'Imputato, stabilendo che la sottoposizione a una misura di prevenzione dopo una lunga detenzione richiede obbligatoriamente una preventiva rivalutazione della pericolosità sociale. Senza questo accertamento, il reato di violazione degli obblighi non è configurabile. Di conseguenza, la Cassazione annulla la sentenza d'appello e rinvia il caso per un nuovo giudizio, consentendo all'imputato di mirare all'assoluzione piena anziché alla semplice estinzione del reato.
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Foglio di via obbligatorio: scontro tra giudice e questore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per aver violato il foglio di via obbligatorio. Il ricorrente contestava la legittimità del provvedimento del Questore, ritenendolo privo di adeguata motivazione sulla sua pericolosità sociale. I giudici hanno chiarito che il giudice penale non può sostituirsi alle valutazioni di merito dell'autorità amministrativa, ma deve limitarsi a un controllo di legittimità. Nel caso specifico, il provvedimento del Questore conteneva un'esposizione chiara e logica dei fatti che giustificavano la misura di prevenzione. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il cittadino è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Proroga del regime 41-bis: il boss ricorre ma perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Roma. Il provvedimento impugnato aveva disposto la proroga del regime 41-bis a carico dell'uomo, ritenuto esponente di vertice di un clan mafioso attivo sul territorio campano. I giudici hanno confermato la legittimità della decisione, rilevando la persistente capacità del soggetto di mantenere collegamenti con la criminalità organizzata, la sua elevata pericolosità sociale e l'assenza di un reale percorso di risocializzazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il carcere duro e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: basta la pericolosità, non serve la forma
L'Imputato, condannato per furto aggravato, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva reiterata. Secondo la difesa, tale aumento di pena richiedeva una precedente e formale dichiarazione di recidiva semplice in una passata sentenza di condanna. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. Richiamando l'orientamento delle Sezioni Unite, i giudici hanno stabilito che per l'applicazione della recidiva reiterata non serve una precedente dichiarazione formale. È invece sufficiente che, al momento del nuovo reato, il soggetto risulti gravato da più condanne definitive che dimostrino una sua maggiore pericolosità sociale, adeguatamente motivata dal giudice. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese.
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Permesso premio negato all’ergastolano: pesa il passato mafioso
Un detenuto condannato all'ergastolo per un omicidio di stampo mafioso risalente al 1989 ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda, ritenendo insufficiente il percorso di rieducazione e non provata la reale rottura dei legami con la criminalità organizzata. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di non essere più pericoloso e di aver interrotto ogni contatto illecito. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando il diniego del permesso premio. I giudici hanno chiarito che, per i reati gravi, non basta la regolare condotta carceraria, ma serve una profonda revisione critica del proprio passato e la prova certa del distacco definitivo dall'ambiente mafioso, elementi ritenuti ancora superficiali nel caso specifico.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: no se non risarcisci
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova ai servizi sociali a causa della sua persistente pericolosità sociale, evidenziata da procedimenti penali in corso per reati simili e dal mancato risarcimento del danno alle vittime, nonostante l'uomo percepisse uno stipendio regolare. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la regolarità della sua condotta precedente e l'assenza di obblighi civili espliciti nella sentenza di condanna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché basato su contestazioni generiche e di puro fatto. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Revoca della detenzione domiciliare: salute contro sicurezza
Il Tribunale di sorveglianza ha disposto la revoca della detenzione domiciliare concessa a un uomo per gravi motivi di salute. Il provvedimento è scaturito dall'arresto del soggetto, sorpreso a detenere sostanze stupefacenti e materiale per il confezionamento all'interno della propria abitazione durante l'espiazione della pena. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno chiarito che la pericolosità sociale del soggetto prevale sul diritto al differimento della pena per motivi di salute. È necessario un costante bilanciamento tra l'esigenza di cura del condannato e la sicurezza della collettività. Di conseguenza, la commissione di nuovi reati fa venir meno il beneficio, determinando la legittima revoca della detenzione domiciliare e il rientro in carcere.
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Libertà vigilata: no all’applicazione automatica senza prove
L'Imputato, condannato per rapina, ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello che confermava l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata. Il ricorrente ha lamentato la totale mancanza di motivazione circa la sua effettiva pericolosità sociale e una discrepanza sulla durata della misura tra motivazione e dispositivo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la libertà vigilata non può essere applicata in modo automatico o presunto. Il giudice ha l'obbligo di accertare e motivare concretamente la pericolosità sociale del soggetto basandosi sugli indici di legge. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla misura di sicurezza, rinviando il caso alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio sul punto.
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Recidiva reiterata: basta la pericolosità del reo
Il Tribunale di primo grado applicava a un imputato la recidiva qualificata, nonostante non vi fossero precedenti condanne che l'avessero già formalmente dichiarata. L'Imputato proponeva ricorso diretto in Cassazione, sostenendo che la recidiva reiterata richiedesse una precedente dichiarazione formale di recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il principio stabilito dalle Sezioni Unite. Ai fini del riconoscimento della recidiva reiterata, è sufficiente che il soggetto, al momento del nuovo reato, sia gravato da più condanne definitive per reati precedentemente commessi che dimostrino una maggiore pericolosità sociale. Non serve un precedente accertamento formale, ma basta una specifica e adeguata motivazione del giudice sulla pericolosità del reo.
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Pericolosità sociale: la Cassazione nega la libertà al condannato
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per tre anni nei confronti di un uomo. Il Tribunale di Sorveglianza aveva accertato l'attualità della sua pericolosità sociale basandosi sulla gravità dei reati passati (traffico di droga, rapina, evasione), sulle frequentazioni con pregiudicati, sulla scarsa collaborazione con gli assistenti sociali e sull'assenza di un lavoro stabile. Il condannato ha proposto ricorso ritenendo illogica la decisione, ma la Suprema Corte lo ha dichiarato inammissibile. I giudici hanno chiarito che la pericolosità sociale va valutata al momento dell'applicazione della misura, considerando la gravità oggettiva dei fatti passati e la probabilità di commettere nuovi reati. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentata estorsione: la riduzione di pena non cancella la vigilanza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per diversi reati, tra cui la tentata estorsione. La Corte d'appello aveva rideterminato la pena complessiva a nove anni e dieci mesi di reclusione, applicando un aumento di quattro mesi per l'episodio di tentata estorsione, caratterizzato da una violenta aggressione fisica ai danni della vittima. Il condannato contestava sia l'entità dell'aumento di pena sia il mantenimento della misura di sicurezza della libertà vigilata, sostenendo che quest'ultima non potesse applicarsi per condanne inferiori a dieci anni. I giudici di legittimità hanno invece confermato la correttezza della decisione: l'aumento di pena era ampiamente motivato dalla gravità del fatto e la libertà vigilata resta applicabile anche sotto i dieci anni qualora persista la concreta pericolosità sociale del soggetto.
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Differimento della pena: salute in carcere contro sicurezza
Il Detenuto, affetto da grave paraplegia e altre patologie neurologiche stabili, ha richiesto il differimento della pena o la detenzione domiciliare in una clinica a Bari per motivi di salute. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta, ritenendo le sue condizioni compatibili con il regime carcerario. L'istituto di pena di Parma offre infatti una sezione attrezzata per disabili, assistenza medica continua e un assistente personale. Inoltre, l'elevata pericolosità sociale del soggetto, esponente di spicco di un clan criminale locale, e il rischio di vendette nel territorio d'origine rendono inaccoglibile il trasferimento. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. Il differimento della pena non è concedibile se la patologia è stabile, trattabile in carcere e bilanciata da un elevato rischio per la sicurezza pubblica.
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Misura di sicurezza della libertà vigilata: negata la revoca
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza, confermando l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata. Il ricorrente contestava la sussistenza della sua pericolosità sociale attuale. I giudici di legittimità hanno invece ritenuto logica e corretta la decisione dei giudici di merito. Tale valutazione si fonda sul profondo radicamento del soggetto nel crimine organizzato, dalla cui cerchia non si è mai dissociato con atti concreti. Hanno inoltre pesato la brevità del periodo trascorso in semilibertà e l'insufficiente percorso di revisione critica dei reati commessi. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Libertà vigilata e pericolosità sociale: la recidiva blocca il ricorso
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che confermava l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata. Il ricorrente sosteneva l'assenza di una sua reale pericolosità sociale attuale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che i motivi presentati riproducevano semplicemente contestazioni già esaminate e respinte dai giudici di merito. La valutazione sulla pericolosità sociale attuale è stata ritenuta corretta e logica, in quanto fondata sulle ripetute ricadute nel crimine da parte del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: la Cassazione nega la revoca al ricorrente
Il Sottoposto alla Misura ha impugnato il provvedimento che respingeva la revoca della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la persistente pericolosità sociale del soggetto, desunta da precedenti reati di stampo mafioso e dalla commissione di un nuovo reato recente. La Suprema Corte ha chiarito che, in tema di misure di prevenzione, il ricorso per cassazione è ammesso solo per violazione di legge e non per vizi di motivazione, a meno che la motivazione non sia totalmente inesistente o apparente. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Divieto di bis in idem: no a doppie misure sugli stessi fatti
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del proposto contro la misura della sorveglianza speciale applicata dalla Corte di appello di Reggio Calabria. In precedenza, il Tribunale di Roma aveva rigettato la medesima richiesta per assenza di pericolosità sociale attuale. La Suprema Corte ha stabilito che il divieto di bis in idem si applica anche ai procedimenti di prevenzione. Di conseguenza, non è consentito applicare una misura già negata basandosi sugli stessi identici elementi di fatto, in assenza di nuove prove o circostanze sopravvenute. Il provvedimento impugnato è stato annullato con rinvio.
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Differimento dell’esecuzione della pena: salute contro sicurezza
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il differimento dell'esecuzione della pena a un detenuto affetto da gravi patologie croniche, tra cui obesità e problemi respiratori. La Cassazione ha confermato la decisione, rilevando che le condizioni di salute del condannato sono compatibili con il regime carcerario. I giudici hanno evidenziato che il peggioramento dei sintomi è causato dal rifiuto volontario delle cure da parte del detenuto. Inoltre, la perizia medica ha confermato che le patologie possono essere gestite e monitorate all'interno delle strutture penitenziarie. Infine, la persistente pericolosità sociale del soggetto, legata a contesti di criminalità organizzata, impedisce la concessione di misure alternative, poiché le esigenze di sicurezza pubblica prevalgono in assenza di un reale trattamento disumano.
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