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Pericolosità Sociale

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1662 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Misure di prevenzione: la Cassazione ferma il crimine abituale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Ricorrente contro l'applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Il soggetto, dedito a furti, aveva accumulato condanne e denunce per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale per sfuggire alla cattura tra il 2010 e il 2018. La Suprema Corte ha confermato che tali condotte, reiterate nel tempo, integrano il requisito della pericolosità sociale richiesto per le misure di prevenzione. I giudici hanno chiarito che la dedizione ad attività criminose che minacciano la sicurezza pubblica giustifica la misura, respingendo la tesi difensiva dell'occasionalità dei fatti. Il Ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: annullato il sequestro della casa
La Corte di Cassazione ha annullato il decreto di confisca di una casa di proprietà della moglie di un uomo ritenuto socialmente pericoloso. I giudici di secondo grado avevano confermato la confisca di prevenzione retrodatando la pericolosità dell'uomo al fine di farla coincidere con l'acquisto del terreno e la costruzione dell'immobile. Tuttavia, la Cassazione ha stabilito che non si può presumere la pericolosità sociale nel passato senza prove concrete di attività illecite capaci di produrre reddito in quel preciso momento. La semplice frequentazione di ambienti criminali non basta a giustificare il sequestro dei beni se manca una correlazione temporale certa tra l'acquisto e i guadagni illeciti. Il caso torna alla Corte di Appello per un nuovo esame.
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Confisca facoltativa: quando il patteggiamento non basta
Il Tribunale applicava all'Imputato, tramite patteggiamento, la pena di quattro anni di reclusione per detenzione di stupefacenti, disponendo l'espulsione dall'Italia e la confisca di denaro e telefoni. L'Imputato ricorreva in Cassazione lamentando l'assenza di motivazione su tali misure. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che anche nel patteggiamento il giudice deve motivare la confisca facoltativa di beni non direttamente legati alla cessione di droga e valutare in concreto la pericolosità sociale per l'espulsione. La sentenza è stata annullata limitatamente a queste statuizioni con rinvio per un nuovo esame.
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Misura di sicurezza nel patteggiamento: serve la motivazione
Tre imputati concordano un patteggiamento per associazione a delinquere e truffa. Il giudice applica la pena richiesta ma aggiunge d'ufficio la libertà vigilata per un anno, senza motivare la pericolosità sociale dei soggetti. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando la mancanza di motivazione su questo punto. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che la misura di sicurezza nel patteggiamento, se non concordata e se facoltativa (come nel caso dell'associazione a delinquere semplice), richiede una specifica motivazione sulla pericolosità sociale di ciascun condannato. Di conseguenza, la Cassazione annulla la sentenza limitatamente alla misura applicata e rinvia al Tribunale per un nuovo esame.
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Espulsione dello straniero: tra patteggiamento e lavoro regolare
Un cittadino straniero concorda una pena per reati di droga tramite patteggiamento. Il giudice applica anche la misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero a pena espiata. L'imputato ricorre in Cassazione contestando la qualificazione giuridica del reato e l'applicazione dell'espulsione, sostenendo di essersi reinserito socialmente e lavorativamente. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che nel patteggiamento la qualificazione giuridica si può contestare solo per errore manifesto. Inoltre, confermano la legittimità della misura di sicurezza, poiché il giudice di merito ha adeguatamente accertato e motivato la concreta pericolosità sociale del soggetto, rispettando i criteri di legge. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato alla recidiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de La Condannata contro il diniego dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta evidenziando l'elevata pericolosità sociale della donna, arrestata per spaccio di stupefacenti poco dopo la scarcerazione per un reato analogo. La difesa contestava l'immediatezza della recidiva e proponeva un'attività lavorativa domestica. La Suprema Corte ha confermato che la gravità dei precedenti e la vicinanza temporale tra i reati dimostrano un inserimento stabile in circuiti criminali. Di conseguenza, le misure alternative ampie non sono idonee a prevenire il rischio di reiterazione. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Buona condotta ma legami mafiosi: la pericolosità sociale
Il Tribunale di Sorveglianza applica la misura della libertà vigilata per tre anni a un uomo condannato per associazione mafiosa. Il difensore ricorre in Cassazione, sostenendo che la pericolosità sociale non sia attuale e che non si sia considerata la buona condotta in carcere. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la persistente pericolosità sociale del soggetto, evidenziando il suo ruolo di rilievo nel clan, la mancanza di un percorso di revisione critica del proprio passato e le frequentazioni con pregiudicati dopo la scarcerazione, segnalate dalle forze dell'ordine. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Fatto di lieve entità: lo spaccio organizzato non ha sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati condannati per spaccio continuato di cocaina e hashish. Uno dei ricorrenti ha rinunciato al ricorso, mentre per l'altro la Corte ha confermato la pericolosità sociale e l'espulsione dall'Italia. I giudici hanno negato la riqualificazione del reato come fatto di lieve entità, evidenziando che l'attività non era affatto occasionale o minima. Gli imputati, infatti, gestivano uno spaccio organizzato con telefoni dedicati, veicoli e una clientela fidelizzata, garantendo continuità nelle vendite. La sentenza ribadisce che per riconoscere il fatto di lieve entità occorre una minima offensività complessiva della condotta, esclusa in questo caso dall'organizzazione e dal volume dei traffici. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e a una sanzione pecuniaria.
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Decreto di espulsione: la forma batte la sostanza in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro il decreto di espulsione emesso dal Prefetto. Il ricorrente lamentava la mancata valutazione della propria pericolosità sociale da parte del Giudice di Pace. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorrente non ha indicato un fatto storico decisivo omesso, ma ha sollevato una questione puramente interpretativa. Inoltre, il ricorso mancava di specificità, non avendo il ricorrente riprodotto il testo del decreto di espulsione impugnato. Di conseguenza, il provvedimento di espulsione rimane pienamente valido ed efficace.
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Espulsione dello straniero violento: sposarsi non basta
Un cittadino straniero è stato condannato per rapina impropria e lesioni personali dopo aver aggredito una guardia giurata con calci e pugni. Il giudice ha disposto l'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato come misura di sicurezza. L'imputato ha fatto ricorso contestando la mancanza di motivazione sulla sua pericolosità sociale, sostenendo di essere sposato con un'italiana e di avere solo vecchi precedenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la pericolosità sociale basandosi sulla violenza dell'aggressione, sui precedenti di polizia e sull'uso di falsi nomi in passato per sfuggire alle ricerche. La presunta convivenza non è stata provata. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Redditi zero e beni di lusso: confermata la confisca di prevenzione
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di conti correnti, un immobile, un'autovettura e un bar intestati ai familiari di un soggetto legato alla criminalità organizzata. I giudici hanno rilevato una netta sproporzione tra il valore dei beni acquistati e i redditi dichiarati dal nucleo familiare, privo di entrate lecite sufficienti. La difesa non è riuscita a dimostrare la provenienza lecita del denaro, rendendo definitiva l'acquisizione dei beni da parte dello Stato.
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Decreto di espulsione: la famiglia non salva chi delinque
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del decreto di espulsione emesso nei confronti di un cittadino straniero. Quest'ultimo aveva impugnato il provvedimento lamentando la violazione del diritto all'unità familiare, dichiarando di avere tre figli in Italia. Tuttavia, i giudici hanno accertato che l'uomo non conviveva effettivamente con la famiglia e presentava una spiccata pericolosità sociale, testimoniata da numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio e spaccio di stupefacenti. L'ultimo reato era stato commesso proprio il giorno dell'espulsione. La Suprema Corte ha chiarito che la tutela dei legami familiari non impedisce l'allontanamento dello straniero se quest'ultimo rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza pubblica. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando l'allontanamento.
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Attualità della pericolosità sociale: il passato non basta più
Il Proposto, condannato in passato per gravi reati associativi e di sangue, ha impugnato il decreto che gli applicava la misura della sorveglianza speciale con cauzione. La difesa ha evidenziato il positivo percorso di reinserimento sociale e lavorativo del Proposto, oltre al conseguimento di un diploma durante la detenzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che i giudici di appello hanno omesso di valutare adeguatamente l'attualità della pericolosità sociale. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione della pericolosità deve considerare anche gli elementi positivi sopravvenuti e la distanza temporale dai fatti di reato originari. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento impugnato, rinviando il caso alla Corte di appello per un nuovo esame.
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Misure di prevenzione: l’aiuto al clan supera l’assoluzione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna contro l'applicazione delle misure di prevenzione della sorveglianza speciale e dell'obbligo di soggiorno. La ricorrente sosteneva di non appartenere alla consorteria criminale e di essere stata assolta dalle accuse più gravi. Tuttavia, i giudici hanno confermato la sua pericolosità sociale basandosi su condotte concrete, come l'occultamento di armi e la gestione di un'auto rubata per conto del clan del marito. La Suprema Corte ha ribadito che l'appartenenza a un'associazione mafiosa, utile per disporre le misure di prevenzione, non richiede un'affiliazione stabile, ma comprende qualsiasi comportamento che favorisca attivamente gli scopi del gruppo criminale.
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Riconoscimento della recidiva: quando la prova fallisce e si paga
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando il riconoscimento della recidiva da parte della Corte di Appello. I giudici di merito avevano evidenziato la sua accresciuta pericolosità sociale, desunta da numerosi precedenti per furto commessi in tutta Italia e dal fallimento di precedenti misure alternative come l'affidamento in prova. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi proposti riproducevano censure già esaminate e non criticavano in modo specifico la decisione impugnata. Di conseguenza, l'Imputata perde il ricorso e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Persistenza della pericolosità sociale: confermata la libertà
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che confermava la misura di sicurezza della libertà vigilata per tre anni. Il Tribunale aveva basato la decisione sulla gravità del reato, sui precedenti penali e sulla condotta del soggetto, evidenziando il mancato distacco dalle proprie responsabilità penali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché basato su contestazioni di fatto non proponibili in sede di legittimità. I giudici hanno ribadito che, per revocare o non applicare la misura, occorre accertare la cessazione della pericolosità sociale tramite fatti nuovi e concreti. Di conseguenza, è stata confermata la persistenza della pericolosità sociale del Condannato, con sua condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Applicazione della recidiva: quando il passato aggrava la condanna
L'Imputato era stato condannato per furto aggravato. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i giudici d'appello hanno correttamente motivato l'applicazione della recidiva. Il nuovo furto è stato infatti ritenuto indicativo di una spiccata pericolosità sociale del soggetto, valutata alla luce dei suoi precedenti penali. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: la detenzione non cancella la misura
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Sottoposto, confermando la condanna a otto mesi di reclusione per la violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale. Il ricorrente sosteneva che l'esecuzione della misura di prevenzione, sospesa per oltre due anni a causa della sua detenzione, non potesse riprendere senza una previa rivalutazione della sua pericolosità sociale. La Suprema Corte ha chiarito che l'obbligo di rivalutazione si applica solo se il soggetto è rimasto detenuto in espiazione di pena definitiva per almeno un biennio. Nel caso di specie, la sospensione era dovuta all'applicazione di misure cautelari provvisorie per la commissione di nuovi reati, situazione che non fa venir meno la pericolosità del soggetto né richiede una nuova verifica.
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Revoca della confisca di prevenzione: l’assoluzione batte il sospetto
Gli eredi di un soggetto proposto per misure di prevenzione hanno richiesto la revoca della confisca di prevenzione su alcuni terreni acquistati nel 1979. La richiesta si fondava su un fatto nuovo, ovvero l'assoluzione definitiva del defunto e dei coimputati dal reato di associazione mafiosa. La Corte di Appello ha rigettato l'istanza, ritenendo autonomi i due procedimenti. La Cassazione ha invece accolto il ricorso degli eredi. I giudici di legittimità hanno stabilito che, nonostante l'autonomia tra processo penale e misure di prevenzione, il giudice della prevenzione non può ignorare l'assoluzione penale. Egli deve analizzare approfonditamente le motivazioni della sentenza di assoluzione per spiegare perché gli stessi fatti storici possano ancora giustificare la confisca dei beni. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Misura di sicurezza dell’espulsione: povertà e rischio di reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina straniera contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza, che confermava la misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato. La difesa lamentava la mancata valutazione del comportamento della donna dopo la scarcerazione. Tuttavia, i giudici hanno confermato la decisione basandosi sulla precarietà economica e sociale della ricorrente, elementi che indicano un concreto rischio di recidiva. Di conseguenza, la misura di sicurezza dell'espulsione rimane attiva e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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