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Pericolosità Sociale

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1662 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Provvedimento di espulsione valido anche senza formula formale
Un cittadino straniero ha impugnato la decisione che confermava il suo allontanamento dal territorio nazionale. Il ricorrente sosteneva che il provvedimento di espulsione fosse illegittimo per la mancata indicazione formale delle categorie normative di pericolosità e per un presunto errore sulla dichiarazione di presenza. I giudici hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile. La Corte ha chiarito che i precedenti penali concreti bastano a fondare la pericolosità sociale, senza necessità di formule astratte, e ha condannato lo straniero alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione: stop se manca il lavoro
Un condannato ha richiesto l'accesso a misure alternative alla detenzione, sostenendo di aver avviato un positivo percorso di recupero sociale. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta a causa dei numerosi precedenti penali, delle recenti pendenze giudiziarie e della mancanza di un'occupazione lavorativa stabile e documentata. L'uomo ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, chiedendo una nuova valutazione degli elementi probatori sul proprio reinserimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno ribadito che la Cassazione non può riesaminare le prove di merito. La persistente pericolosità sociale e l'assenza di un lavoro lecito giustificano pienamente il diniego dei benefici.
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Pericolosità sociale: non basta la buona condotta
Un uomo condannato a dieci anni di reclusione per il tentato omicidio aggravato del coniuge ha contestato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni. La difesa sosteneva che il tempo trascorso e la regolare partecipazione alle attività trattamentali in carcere escludessero ogni residua pericolosità sociale. I giudici di merito hanno invece accertato la persistenza della capacità criminale, evidenziando l'assenza di un autentico percorso di revisione critica del delitto commesso e la tendenza del condannato a minimizzare la propria aggressività. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il provvedimento impugnato, respingendo il ricorso.
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Recidiva nel reato: dai precedenti alla condanna definitiva
L'Imputato ha presentato ricorso per contestare la sentenza di condanna a due anni di reclusione e quattromila euro di multa per spaccio di lieve entità. La difesa contestava l'applicazione dell'aumento di pena per la recidiva nel reato. La Corte di Cassazione ha giudicato il ricorso manifestamente infondato. I giudici hanno chiarito che la pericolosità sociale dell'autore del fatto era pienamente provata dalla presenza di numerosi precedenti specifici. La Suprema Corte ha dunque dichiarato inammissibile l'impugnazione, confermando la condanna e imponendo il pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Nuovo furto e vecchi precedenti: confermata recidiva reiterata
L'Imputato è stato condannato per tentato furto in abitazione pluriaggravato. I giudici di merito hanno applicato l'aumento di pena per recidiva reiterata, evidenziando come i precedenti penali per analoghi furti in casa dimostrassero una specifica e accresciuta pericolosità sociale. L'Imputato ha presentato ricorso per Cassazione contestando il calcolo della pena e lamentando un difetto di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile perché generico e privo di nuovi elementi concreti. I giudici hanno confermato la piena legittimità dell'aggravamento sanzionatorio legato alla recidiva reiterata e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e al versamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Revoca della misura di sicurezza: la buona condotta non basta
Il Condannato ha richiesto la revoca anticipata della libertà vigilata, applicata a distanza di anni dalla decisione originaria dopo un lungo periodo di detenzione. Il ricorrente ha sostenuto l'assenza di pericolosità sociale attuale, evidenziando la buona condotta carceraria, lo svolgimento di attività lavorativa e la revoca di una precedente misura di prevenzione. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della revoca della misura di sicurezza. I giudici hanno chiarito che il semplice decorso del tempo o la regolare condotta in carcere non bastano a dimostrare la cessazione della pericolosità. Per ottenere l'annullamento della misura serve la prova certa di una concreta revisione critica del proprio passato criminale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese.
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Sentenza di patteggiamento: pena concordata ed espulsione
Un imputato accusato di detenzione illecita di oltre tre chili di hashish ha concordato una pena di due anni e due mesi di reclusione e seimila euro di multa. Il giudice ha applicato la pena concordata e ha disposto d'ufficio la misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio nazionale a pena espiata. L'imputato ha impugnato la decisione in Cassazione contestando la motivazione sulla pericolosità sociale e la corretta qualificazione del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il controllo sui motivi della sentenza di patteggiamento è limitato dalla legge e che il giudice aveva motivato in modo sufficiente la pericolosità in base ai fatti e ai precedenti penali. Il ricorrente deve versare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Esclusione della recidiva: la Cassazione respinge il ricorso
L'Imputata ha proposto ricorso per contestare la mancata concessione dell'esclusione della recidiva da parte della Corte d'Appello. Il giudice di secondo grado aveva confermato l'aumento di pena evidenziando la reiterazione dei comportamenti illeciti e i numerosi precedenti penali della donna. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione perché i motivi proposti si limitavano a ripetere le argomentazioni già respinte nel merito, senza formulare critiche specifiche e nuove. L'accertata pericolosità sociale giustifica pienamente l'aggravamento sanzionatorio.
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Espulsione e pericolosità sociale: il caso del rigetto
Un cittadino straniero ha richiesto la sospensione di un provvedimento di espulsione invocando il diritto alla vita familiare. Il Tribunale ha tuttavia confermato l'espulsione e pericolosità sociale del soggetto, evidenziando come le recenti condotte criminali, tra cui atti di stalking e revenge porn, prevalgano sulla tutela del matrimonio, specialmente a fronte di un'integrazione sociale e familiare ritenuta non solida.
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Libertà vigilata: pericolosità attuale prevale sul ricorso infondato
Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato l'applicazione della libertà vigilata per un Condannato, ritenendolo ancora socialmente pericoloso. Questa decisione si basava su precedenti violazioni di misure di prevenzione e sorveglianza speciale, oltre all'assenza di prove di reinserimento sociale. Il Condannato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'erronea applicazione di norme e un presunto vizio di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Ha ritenuto i motivi del ricorso manifestamente infondati, ribadendo la validità della valutazione di pericolosità attuale del Condannato e la corretta applicazione della legge sulla libertà vigilata.
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Confisca di Beni: Quando la Pericolosità Sociale Prevale sul Reddito Dichiarato
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di beni nei confronti di un Lavoratore e del suo Cugino, ritenuto intestatario fittizio, per pericolosità sociale. Il Lavoratore aveva precedenti per truffa e furto in abitazione, dimostrando una continuità di condotte illecite dal 2004 al 2015. La decisione si basava su una macroscopica sproporzione, superiore al milione di euro, tra i redditi dichiarati e il valore degli investimenti. Il Cugino non è riuscito a dimostrare la provenienza lecita dei fondi. La sentenza ribadisce la validità della **confisca di beni per pericolosità sociale** e la correlazione temporale tra la pericolosità e l'acquisizione dei beni, respingendo i ricorsi.
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Confisca di prevenzione: i beni delle società restano allo Stato
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di beni immobili e conti correnti intestati a un soggetto socialmente pericoloso e a due società a lui riconducibili. Il proposto, condannato per reati tributari legati a false fatturazioni, contestava la pericolosità sociale e la sproporzione dei beni rispetto ai redditi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo che il procedimento di prevenzione è del tutto autonomo da quello penale. Inoltre, le società terze non possono contestare i presupposti della misura applicata al proposto, ma solo dimostrare l'effettiva e legittima proprietà dei beni. Di conseguenza, la confisca è definitiva e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato a chi mente
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendolo socialmente pericoloso. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di aver avviato un'attività lavorativa in un'altra regione e che i suoi contatti con soggetti pregiudicati fossero del tutto occasionali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che il condannato ha nascosto ai servizi sociali alcuni procedimenti penali pendenti, ha violato le norme anti-Covid e ha commesso un furto. Inoltre, non vi era alcuna prova ufficiale del suo impiego lavorativo presso l'INPS. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il diniego della misura alternativa, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione negate: la pericolosità vince
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'accesso alle misure alternative alla detenzione per l'espiazione di una pena residua. La decisione si fonda sulla persistente pericolosità sociale del soggetto, emersa a causa di due nuove ordinanze di custodia cautelare per traffico di stupefacenti emesse durante l'esecuzione della pena. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando il mancato rinvio dell'udienza e l'errata valutazione della sua pericolosità. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la pendenza di gravi procedimenti penali per reati associativi e l'assenza di un reale percorso di revisione critica del proprio passato precludono la concessione di qualsiasi beneficio penitenziario, richiedendosi sempre una prognosi riabilitativa positiva.
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Espulsione dello straniero: riabilitazione contro pericolosità
La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento di espulsione dello straniero disposto nei confronti di un cittadino straniero condannato per traffico di ingenti quantitativi di droga. Il ricorrente contestava la misura, evidenziando il positivo percorso di disintossicazione e la presenza di legami familiari in Italia. I giudici hanno però ritenuto legittima la decisione del Tribunale di Sorveglianza, basata sulla persistente pericolosità sociale del soggetto, già al vertice di un'organizzazione criminale e incline a delinquere nuovamente nonostante i precedenti tentativi di riabilitazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: lo scudo fiscale non salva i beni
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione dei beni di un imprenditore, ritenuto socialmente pericoloso poiché dedito a sistematiche evasioni fiscali e reati fallimentari tra il 2004 e il 2015. I giudici hanno chiarito che lo "scudo fiscale" non protegge i capitali rimpatriati dall'estero se non si dimostra la loro origine lecita, né cancella la sproporzione rispetto ai redditi dichiarati. Inoltre, la Suprema Corte ha ritenuto legittima la confisca delle quote societarie di un'azienda, anche se acquistate prima del periodo di pericolosità, poiché la società è stata successivamente utilizzata come "salvadanaio" per riciclare oltre otto milioni di euro di provenienza illecita. Di conseguenza, i ricorsi del proposto e della società terza sono stati dichiarati inammissibili, confermando definitivamente il sequestro dei beni a favore dello Stato.
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Sorveglianza speciale e pericolosità sociale: ricorso vietato
Il Tribunale applicava nei confronti del Ricorrente la misura della sorveglianza speciale e pericolosità sociale per un anno e sei mesi con obbligo di versare una cauzione. Il provvedimento derivava da un grave accoltellamento compiuto nel 2017 e dalla mancanza di un effettivo ravvedimento. Il Ricorrente impugnava la decisione denunciando vizi di motivazione sull'attualità del pericolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno ricordato che contro i decreti di prevenzione il ricorso è ammesso unicamente per violazione di legge. Poiché la motivazione del provvedimento impugnato era presente, logica e approfondita, la Cassazione ha confermato la misura e condannato il Ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: accolto il ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza respinge la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale presentata da Il Detenuto. Il giudice motiva il diniego con i vecchi trascorsi criminali del condannato e con la mancanza di una prova positiva sulla sua totale affidabilità. Questo avviene nonostante Il Detenuto abbia mantenuto una condotta regolare durante la carcerazione. Il Detenuto presenta ricorso in Cassazione. I giudici della Suprema Corte accolgono le sue ragioni e annullano l'ordinanza impugnata. La Corte chiarisce che il rigetto della misura non può basarsi su mere presunzioni o sull'assenza di prove di ravvedimento fornite dal reo. Serve invece la dimostrazione concreta di una residua pericolosità sociale. Inoltre, il giudice ha il dovere di acquisire la relazione di sintesi dell'istituto penitenziario per valutare il percorso di rieducazione. La decisione passa ora a un nuovo giudice.
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Espulsione dello straniero: nozze fittizie non fermano l’addio
Un cittadino straniero detenuto ha impugnato il provvedimento di espulsione dello straniero ordinato dalla magistratura. L'uomo sosteneva di avere legami familiari stabili in Italia, citando un matrimonio con una cittadina italiana e la presenza di un cugino. I giudici hanno accertato che le nozze erano simulate al solo scopo di far ottenere lo spessore amministrativo necessario al soggiorno, senza alcuna convivenza reale. La presenza del parente indiretto non mitigava la spiccata pericolosità sociale dell'uomo, condannato per vari reati di spaccio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché la difesa non ha contestato le motivazioni del Tribunale sulla falsità del matrimonio. Di conseguenza, la misura d'allontanamento rimane del tutto confermata e il ricorrente deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in casi particolari: no al recupero dopo i reati
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in casi particolari a un condannato per plurime rapine. Durante la detenzione e persino durante un permesso premio, l'uomo aveva commesso un ulteriore reato ed era stato sorpreso con un telefono cellulare in carcere. Nonostante la relazione favorevole dell'équipe penitenziaria, i giudici hanno riscontrato una persistente pericolosità sociale e l'assenza di ravvedimento. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valorizzazione del percorso terapeutico. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la valutazione sulla pericolosità preclude l'accesso alla misura e sanzionando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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