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Pericolosità Sociale

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1662 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Permesso premio negato per delitti gravi: serve revisione critica
Un detenuto condannato per omicidio aggravato ha richiesto il permesso premio dopo aver svolto attività lavorativa interna, aver scritto una lettera di scuse ai familiari della vittima e aver intrapreso percorsi riparativi. Il Magistrato e il Tribunale di Sorveglianza hanno respinto la richiesta a causa della scarsa revisione critica del passato delittuoso, elemento attestato dalla relazione dell'equipe trattamentale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la sola buona condotta carceraria non basta per ottenere il permesso premio. Per reati gravi e con pena residua consistente, serve una concreta e significativa rivisitazione critica del reato per escludere la pericolosità sociale.
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Differimento della pena per motivi di salute tra cura e carcere
Un detenuto gravemente malato e affetto da molteplici patologie croniche ha richiesto il differimento della pena per motivi di salute, chiedendo l'espiazione domiciliare della condanna. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta ritenendo il quadro clinico stabile e compatibile con le cure offerte dal penitenziario e dai centri ospedalieri esterni. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la presenza di malattie croniche e l'uso della sedia a rotelle non implicano automaticamente la scarcerazione se la struttura garantisce controlli specialistici costanti e trattamenti adeguati, rendendo superflua una nuova perizia tecnica.
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Confisca di prevenzione confermata su beni intestati alla figlia
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione su fabbricati e terreni formalmente acquistati all'asta giudiziaria dalla figlia di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. La difesa eccepiva la decadenza della misura per superamento dei termini di deposito del decreto d'appello e contestava la correlazione temporale tra i reati e l'acquisto, allegando presunti prestiti leciti. I giudici hanno respinto il ricorso. La proroga del termine di deposito era valida per la complessità della decisione. L'acquisto è avvenuto a soli sei mesi dall'ultimo reato senza ricorso a mutui e il nucleo familiare non possedeva redditi leciti sufficienti. I giudici hanno giudicato fittizie le giustificazioni economiche addotte dai familiari.
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Misure di prevenzione: la contestazione tardiva costa cara
Un cittadino ha subito una condanna per la violazione degli obblighi legati alle misure di prevenzione personali. L'imputato ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando la mancata rivalutazione della propria pericolosità sociale al momento della scarcerazione, elemento necessario per l'efficacia del provvedimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la difesa ha sollevato tale vizio per la prima volta solo nel giudizio di legittimità, senza averlo mai dedotto nel precedente grado di appello. L'omessa contestazione tempestiva ha reso definitiva la decisione sul punto, comportando la condanna del ricorrente alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: rigetto e pericolosità
Un condannato ha richiesto l'accesso alla misura dell'affidamento in prova ai servizi sociali o, in subordine, la concessione d'ufficio della semilibertà o della detenzione domiciliare. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto l'istanza evidenziando la persistente pericolosità sociale del soggetto, confermata da nuovi procedimenti penali, da problemi di dipendenza irrisolti e da legami attivi con la criminalità organizzata locale. L'interessato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo la sussistenza dei requisiti e la valutazione positiva degli operatori sociali. I Giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. Il richiedente ha sollevato censure di mero fatto senza dimostrare concretamente i presupposti per misure alternative, incorrendo nella condanna al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: rigetto per recidiva
Un soggetto condannato per associazione a delinquere e reati patrimoniali ha richiesto la misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza ritenendola prematura a causa dell'elevata organizzazione dei crimini recenti, della mancata comprensione del danno arrecato alle vittime e di una persistente pericolosità sociale. Il condannato ha presentato ricorso lamentando la mancata valorizzazione della buona condotta carceraria, della collaborazione mostrata e del periodo di detenzione già scontato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che i soli progressi comportamentali non eliminano automaticamente il rischio di recidiva, rendendo legittimo il diniego del beneficio extramurario.
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Misure di sicurezza personali: conferma senza riesame in appello
Un uomo condannato per associazione mafiosa ha stipulato un concordato in appello per ridurre la pena detentiva, rinunciando agli altri motivi di gravame. La Corte territoriale ha confermato la misura della libertà vigilata inflitta in primo grado. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata rivalutazione autonoma della sua pericolosità attuale. I Supremi Giudici hanno respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile: per i reati di mafia vige una presunzione di persistenza del vincolo criminale e l'applicazione delle misure di sicurezza personali non necessita di nuova motivazione se non contestata nell'accordo.
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Misure alternative alla detenzione: quando il no è definitivo
Il condannato ha richiesto la concessione delle misure alternative alla detenzione, quali affidamento in prova e semilibertà, forte di una proposta lavorativa e del supporto familiare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Nonostante la relazione favorevole dell'équipe penitenziaria, il soggetto ha mostrato una persistente pericolosità sociale. Durante la detenzione domiciliare aveva installato microcamere illegali ed era stato sanzionato in carcere per il possesso di dispositivi elettronici non consentiti. La Suprema Corte ha precisato che le opportunità esterne non bastano se manca una sincera revisione critica del proprio passato criminale e se la condotta del detenuto continua a violare le regole prescritte.
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Detenzione domiciliare sostitutiva: lavoro negato senza motivi
Un uomo sottoposto alla detenzione domiciliare sostitutiva ha chiesto al Magistrato di sorveglianza l'autorizzazione per uscire di casa per lavorare con un contratto a tempo indeterminato. Il giudice ha respinto la richiesta richiamando in modo generico la sua pericolosità sociale dovuta a un precedente reato di estorsione. Il condannato ha impugnato la decisione in Cassazione denunciando la mancanza di una motivazione reale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato la decisione. I giudici hanno stabilito che il rifiuto non spiegava perché l'attività lavorativa fosse incompatibile con la misura, visto che l'uomo aveva già svolto un lavoro precedente con esito positivo. Il Magistrato di sorveglianza dovrà ora riesaminare l'istanza.
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Obbligo di dimora per rapina: giovane incensurato resta vincolato
Un giovane indagato, colto in flagranza per rapina aggravata in concorso, ha impugnato l'ordinanza che imponeva la misura cautelare dell'obbligo di dimora con divieto di uscita notturna. La difesa ha sostenuto che l'incensuratezza, il lavoro stabile e il percorso personale escludessero la pericolosità sociale, evidenziando anche la libertà degli altri complici. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e confermato la restrizione. I giudici hanno chiarito che l'assenza di precedenti penali non impedisce la limitazione della libertà quando l'azione criminosa mostra perdita di controllo e mancanza di consapevolezza. La misura notturna tutela le esigenze di prevenzione e salvaguarda al contempo l'attività lavorativa diurna del giovane.
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Sorveglianza speciale confermata dopo l’affidamento in prova
La Corte d'Appello confermava l'applicazione della sorveglianza speciale per la durata di due anni nei confronti di un soggetto. La difesa ricorreva per Cassazione sostenendo la cessazione della pericolosità sociale. Il difensore evidenziava il positivo superamento del periodo di affidamento in prova al servizio sociale e la conseguente estinzione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'esecuzione di misure alternative o cautelari non cancella automaticamente la pericolosità sociale. Inoltre, il ricorso per Cassazione sulle misure di prevenzione è consentito solo per esplicita violazione di legge e non per rivalutare il merito della decisione. Il ricorrente perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione di tremila euro.
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Pericolosità sociale: confermata la misura per l’ex capo
Un individuo con precedenti penali gravi e un ruolo di vertice in un gruppo criminale ha contestato la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che confermava la sua persistente pericolosità sociale. L'interessato sosteneva l'illogicità della motivazione giudiziaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, prima di eseguire una misura di sicurezza, occorre valutare non solo i reati passati, ma anche il comportamento attuale. In assenza di un effettivo distacco dalle logiche criminali e di un percorso lavorativo stabile, permane la pericolosità sociale dell'individuo, con conseguente condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso: no ai benefici senza pentimento
Un detenuto condannato per reati legati alla criminalità organizzata ha presentato ricorso per cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. I giudici di merito avevano negato l'accesso immediato a misure esterne a causa dell'assenza di una reale revisione critica delle condotte criminose e della persistente pericolosità sociale, evidenziata anche dalle relazioni di polizia. La Suprema Corte ha confermato l'ordinanza e ha pronunciato l'inammissibilità del ricorso. Il ricorrente si è limitato a riproporre le medesime argomentazioni già respinte, senza sviluppare un confronto critico e puntuale con la decisione impugnata. Di conseguenza, il condannato deve sostenere le spese del procedimento e versare la somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure di sicurezza personali: confermato l’aggravamento
La Corte di Cassazione ha confermato l'aggravamento applicato dal Tribunale di Sorveglianza in tema di misure di sicurezza personali verso un condannato per associazione mafiosa. L'uomo aveva subito una nuova condanna a quattordici anni di reclusione per reati commessi anche durante la detenzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Quando l'autorità giudiziaria valuta l'inasprimento della misura, non serve un giudizio di pericolosità sociale del tutto nuovo (ex novo). I giudici devono invece considerare la gravità del reato, la capacità a delinquere e la recidiva per accertare la persistenza delle condotte illecite. Il ricorrente deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Espulsione dal territorio dello Stato: confermata la misura
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato l'eseguibilità della misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato a carico di un cittadino straniero condannato. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione, contestando la mancata valutazione delle proprie memorie difensive e l'accertamento della propria pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'omessa valutazione di memorie difensive non produce nullità quando la motivazione del provvedimento finale risulta congrua e completa. L'accertamento della pericolosità poggiava su elementi solidi: i precedenti penali del condannato, l'assenza di un valido permesso di soggiorno e la totale mancanza di stabili riferimenti socio-lavorativi sul territorio italiano. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: rigetto per omessi documenti
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di misure alternative alla detenzione presentata da una persona condannata. Il Tribunale di Sorveglianza aveva già negato i benefici ordinari a causa della persistente pericolosità sociale della richiedente, elemento non contestato nel ricorso. Inoltre, la condannata aveva richiesto l'affidamento in prova per tossicodipendenti soltanto durante l'udienza, omettendo di allegare la documentazione sanitaria e certificativa prescritta dalla legge sulle sostanze stupefacenti. La Suprema Corte ha giudicato l'impugnazione inammissibile e priva di fondamento, confermando l'esecuzione della pena in carcere e condannando la ricorrente al pagamento delle spese legali e di una sanzione economica.
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Pericolosità sociale: ricorso respinto e sanzione
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un soggetto contro il decreto dei giudici di secondo grado che confermava una misura di prevenzione. L'interessato contestava la valutazione della propria pericolosità sociale ritenendola priva di fondamento. I giudici di legittimità hanno invece giudicato il ricorso generico e privo di attinenza con la reale motivazione del decreto impugnato. La decisione precedente aveva infatti accertato in modo logico e concreto la probabile reiterazione di condotte illecite e l'inclinazione criminale del soggetto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di sicurezza della libertà vigilata: ricorso respinto
Un soggetto ha contestato l'ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza ha confermato a suo carico la misura di sicurezza della libertà vigilata. Il provvedimento si fondava sul giudizio di persistente e attuale pericolosità sociale. L'interessato ha presentato ricorso per Cassazione, sostenendo l'assenza dei presupposti. La Suprema Corte ha dichiarato l'impugnazione inammissibile: il ricorrente ha riproposto critiche già superate dai giudici precedenti e ha chiesto una nuova valutazione dei fatti preclusa in sede di legittimità. La decisione ha confermato integralmente la misura applicata e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione della sorveglianza speciale: valida senza sosta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale a carico di un individuo per il reato di violazione della sorveglianza speciale. La difesa sosteneva che il giudice dovesse rivalutare la persistenza della pericolosità sociale prima di contestare l'inadempimento degli obblighi. I Supremi Giudici hanno chiarito che l'obbligo di un nuovo accertamento scatta soltanto se la misura preventiva è rimasta sospesa a causa di una detenzione in carcere per espiazione pena di durata pari ad almeno due anni. Poiché tale circostanza non si è verificata nel caso specifico, la misura conservava piena efficacia. La Corte ha rigettato integralmente le censure sui benefici sanzionatori e ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di sicurezza dell’espulsione: quando scatta il rimpatrio
Un cittadino straniero condannato in via definitiva ha contestato l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato disposta dalla magistratura di sorveglianza. Il Tribunale di sorveglianza ha confermato il rimpatrio coattivo rilevando la totale assenza di legami familiari in Italia, la mancanza di un lavoro lecito, l'inesistenza di una dimora stabile e il mancato accesso a percorsi rieducativi premiali. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione chiedendo un nuovo apprezzamento sul proprio profilo di pericolo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché le censure miravano a una rivalutazione dei fatti già logicamente argomentati, condannando il ricorrente alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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