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Perdita Di Chance

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393 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Notifica dell’appello tardiva: l’ente pubblico perde la causa
Un candidato partecipa a una selezione pubblica inviando la domanda nei termini tramite raccomandata postale. L'ente pubblico esclude il partecipante poiché ritira la corrispondenza dalla propria casella postale dopo la scadenza del bando. Il Giudice di Pace riconosce al candidato il risarcimento per perdita di chance. L'ente impugna la decisione, ma il primo tentativo di notifica fallisce per un errore di indirizzo. L'amministrazione rimane inerte per circa un anno prima di chiedere la rinotifica dell'atto. Le Sezioni Unite della Cassazione accolgono il ricorso del candidato: una notifica dell'appello tardiva eseguita senza tempestiva riattivazione non retroagisce e rende inammissibile l'impugnazione. La vittoria del candidato diventa così definitiva.
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Diffamazione a mezzo stampa: risarcito il danno alle carriere
Una testata giornalistica ha pubblicato articoli falsi accusando due giovani calciatori di coinvolgimento in scommesse illecite. La disinformazione ha causato l'immediata interruzione delle trattative di ingaggio con club prestigiosi. I calciatori hanno agito in giudizio ottenendo il risarcimento economico per il danno subito. La Corte di Cassazione ha confermato che la diffamazione a mezzo stampa ha provocato un reale danno patrimoniale da mancato guadagno. I giudici hanno stabilito la legittimità della liquidazione equitativa basata sulle somme che gli atleti avrebbero percepito con i nuovi contratti. Il ricorso della società editrice e dei giornalisti è stato rigettato, confermando la responsabilità per le perdite economiche sofferte dai professionisti.
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Errore giudiziario: da condannato a innocente con vero indennizzo
Un cittadino, condannato ingiustamente per favoreggiamento a causa di un falso alibi, viene assolto in sede di revisione dopo la scoperta del vero colpevole. Egli richiede la riparazione per errore giudiziario. La Corte d'Appello liquida un indennizzo limitato ai soli venti giorni di custodia cautelare, applicando erroneamente i criteri dell'ingiusta detenzione. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del cittadino, evidenziando la netta differenza tra i due istituti. La riparazione per errore giudiziario deve infatti coprire non solo la detenzione, ma tutte le conseguenze personali, familiari e lavorative della condanna e dell'intero processo. La sentenza viene annullata con rinvio per una nuova e più ampia liquidazione del danno.
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Demansionamento professionale: tolta l’autonomia, scatta il danno
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda al risarcimento dei danni in favore di un dipendente vittima di demansionamento professionale. Il lavoratore, responsabile di un ufficio, aveva subito una drastica riduzione della propria autonomia decisionale e gestionale in seguito a una riorganizzazione aziendale. I giudici di merito hanno accertato la dequalificazione e liquidato il danno biologico e il danno alla professionalità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, ribadendo che il danno da demansionamento professionale può essere dimostrato anche tramite presunzioni basate su elementi concreti come la durata e la gravità della dequalificazione. Di conseguenza, l'azienda deve risarcire il dipendente e pagare le spese legali.
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Contratto a termine nel pubblico impiego: risarcimento sì, ruolo no
Alcuni dipendenti di un'Azienda Sanitaria hanno contestato l'illegittimità dei loro contratti a tempo determinato. La Corte d'Appello ha riconosciuto il danno quantificandolo secondo le regole del licenziamento illegittimo. L'Azienda Sanitaria ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che per il contratto a termine nel pubblico impiego non si applica l'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, poiché la conversione in ruolo è vietata dalla Costituzione. Il risarcimento va invece calcolato come danno comunitario forfettario, compreso tra 2,5 e 12 mensilità, esonerando il lavoratore dall'onere della prova, salvo risarcimento maggiore se provato. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione, rinviando la causa per il ricalcolo del danno.
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Demansionamento nel pubblico impiego: incarico perso senza danni
Un dipendente pubblico ha fatto causa all'Amministrazione per il mancato rinnovo del suo incarico di posizione organizzativa, lamentando un demansionamento nel pubblico impiego e un totale svuotamento delle sue mansioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che l'incarico di posizione organizzativa ha natura temporanea e la sua scadenza non comporta alcuna dequalificazione professionale. Nel lavoro pubblico, infatti, vige il principio dell'equivalenza formale delle mansioni all'interno della stessa categoria di inquadramento. Poiché i testimoni hanno escluso lo svuotamento delle mansioni e il lavoratore non ha fornito prove specifiche, la richiesta di risarcimento danni è stata respinta. Il lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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Posizioni organizzative nel pubblico impiego: serve l’atto
Quattro dipendenti comunali, inquadrati come avvocati dell'ente, hanno chiesto il pagamento della retribuzione di posizione e di risultato nella misura massima. Il Comune ha resistito, evidenziando di non aver mai formalmente istituito tali ruoli di alta professionalità. La Corte d'Appello ha respinto la domanda dei lavoratori, decisione ora confermata dalla Cassazione. La Suprema Corte ha chiarito che il diritto alle indennità per le posizioni organizzative nel pubblico impiego sorge esclusivamente se l'amministrazione ha formalmente istituito la relativa posizione con un atto organizzativo discrezionale. In mancanza di tale atto formale, dettato anche da vincoli di bilancio, non sussiste alcun diritto soggettivo del dipendente al trattamento economico accessorio, né è configurabile un danno da perdita di chance. Il ricorso dei lavoratori è stato rigettato.
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Danno da perdita di chance: niente risarcimento automatico
Un dipendente comunale, titolare di una posizione organizzativa, ha richiesto il risarcimento del danno da perdita di chance per il mancato pagamento della retribuzione di risultato. L'amministrazione non aveva attivato i sistemi di valutazione né fissato gli obiettivi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando che il danno da perdita di chance non è automatico (in re ipsa). Il dipendente ha l'onere di dimostrare la concreta probabilità che, se fosse stato valutato, l'esito sarebbe stato positivo. La semplice assegnazione dell'incarico non basta a presumere il raggiungimento degli obiettivi. Di conseguenza, il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Mansioni superiori: no allo stipendio pieno per la reggenza
Una funzionaria pubblica ha svolto per cinque anni il ruolo di direttrice reggente di un istituto culturale all'estero. La lavoratrice ha richiesto il pagamento dell'intera indennità di servizio estero spettante al direttore titolare, sostenendo di aver svolto mansioni superiori. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta. I giudici hanno chiarito che, poiché la qualifica di addetto e quella di direttore appartengono alla stessa area professionale secondo i contratti collettivi, non si configura lo svolgimento di mansioni superiori in senso stretto. Di conseguenza, si applica la disciplina speciale sulla reggenza, che prevede solo un'indennità parziale e non l'intero trattamento del titolare. La lavoratrice perde la causa ed è condannata a pagare le spese legali.
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Mobilità nel pubblico impiego: no al taglio dello stipendio
Una dipendente di un ente locale è passata all'Agenzia delle Dogane tramite mobilità nel pubblico impiego. L'amministrazione non le ha riconosciuto la fascia retributiva corrispondente a quella di provenienza, impedendole di partecipare a selezioni interne per avanzare di carriera. La Corte d'Appello ha accolto le richieste della lavoratrice, riconoscendole la corretta fascia e il risarcimento per la perdita di opportunità. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che il passaggio diretto tra amministrazioni costituisce una cessione del contratto. Questo meccanismo impone la conservazione dell'anzianità, della qualifica e del trattamento economico precedentemente acquisiti, per evitare dequalificazioni del personale. L'amministrazione pubblica ha perso il ricorso ed è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Perdita di chance: il Comune risarcisce anche l’indennità
Un ingegnere dipendente pubblico chiedeva il trasferimento presso un altro Comune per coprire un posto vacante. L'ente rifiutava la domanda e assumeva un altro professionista a tempo determinato, attribuendogli un'indennità di posizione. I giudici di merito accertavano l'illegittimità del comportamento del Comune, ma escludevano dal risarcimento l'indennità di posizione, ritenendo necessario l'effettivo svolgimento dell'attività. La Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che l'indennità di posizione, essendo legata alla titolarità dell'ufficio e non al raggiungimento di obiettivi, deve essere inclusa nella valutazione del danno per perdita di chance. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Risarcimento danno da perdita di chance: servono prove concrete
Un Designer e il suo Studio hanno fatto causa a un'Azienda produttrice per l'illecita registrazione a proprio nome di alcuni modelli di maniglie. I ricorrenti chiedevano il risarcimento dei danni per non aver potuto sfruttare commercialmente le proprie creazioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il risarcimento danno da perdita di chance richiede una prova rigorosa. Il Designer non ha dimostrato la reale probabilità di successo commerciale dei modelli non prodotti, ad esempio tramite studi di marketing. Di conseguenza, il danno non può essere considerato automatico né liquidato in via equitativa senza elementi concreti. L'Azienda vince la causa e il Designer deve pagare le spese legali.
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Adeguata remunerazione specializzandi: no a rimborsi automatici
Una dottoressa ha chiesto allo Stato il risarcimento per non aver ricevuto l'adeguata remunerazione specializzandi durante il corso in Medicina dello Sport. La Corte d'Appello ha respinto la domanda poiché tale specializzazione non rientrava tra quelle previste dalle direttive europee, né era equivalente a quelle di altri Stati membri. La Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che spetta al medico dimostrare l'inclusione del corso negli elenchi europei o la sua equipollenza, trattandosi di un fatto costitutivo del diritto. La contestazione dello Stato non è quindi un'eccezione tardiva ma una semplice difesa. Inoltre, non sussiste alcun obbligo per lo Stato di estendere la tutela a specializzazioni non contemplate dalle direttive comunitarie, escludendo anche il risarcimento per perdita di chance. Lo Stato vince la causa.
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Risarcimento medici specializzandi: chi vince e chi perde
Un gruppo di medici ha richiesto allo Stato italiano il risarcimento medici specializzandi per la mancata o tardiva attuazione delle direttive europee sulla remunerazione dei corsi di specializzazione. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'indennizzo ex lege è un debito di valuta, con interessi decorrenti solo dalla messa in mora. Ha inoltre confermato che la perdita di chance richiede prove concrete e che l'equivalenza dei corsi non inclusi negli elenchi europei va dimostrata dal medico. Tuttavia, accogliendo parzialmente il ricorso, la Corte ha stabilito che i medici iscritti prima del 1982, la cui formazione è proseguita dopo il 1° gennaio 1983, hanno diritto a un'adeguata remunerazione per il periodo successivo a tale data. La sentenza è stata cassata con rinvio per questi ultimi.
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Tassazione perdita di chance: il risarcimento non è reddito
Un aspirante tassista, escluso da un concorso comunale per l'assegnazione di licenze, ha impugnato la graduatoria. Le parti hanno poi raggiunto un accordo transattivo: i vincitori hanno pagato al ricorrente 180.000 euro per risarcire la perdita di chance di ottenere la licenza. Il contribuente ha pagato l'IRPEF sulla somma in via cautelativa, chiedendone poi il rimborso. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso, ritenendo la somma tassabile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente, stabilendo che la tassazione perdita di chance non è dovuta se il risarcimento non sostituisce un reddito perso, ma ristora la perdita di opportunità professionali future. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Risarcimento per perdita di chance contro occupazione abusiva
Il Proprietario di alcuni terreni ha agito in giudizio contro gli Occupanti abusivi, che pretendevano l'usucapione delle aree. Il Proprietario ha chiesto il rilascio dei beni, l'indennità per occupazione senza titolo e il risarcimento danni per perdita di chance, non avendo potuto inserire i terreni occupati in un piano di recupero urbano per ottenere maggiore cubatura edificabile. La Corte d'Appello ha rigettato l'usucapione ma ha negato il risarcimento con motivazione superficiale. La Cassazione ha accolto il ricorso del Proprietario, stabilendo che l'occupazione abusiva ha effettivamente leso la concreta possibilità di sfruttamento edilizio dei terreni. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Antifurto inutile: risarcito il danno da perdita di chance
Un automobilista stipula un contratto di telesorveglianza satellitare per la propria vettura. Dopo il furto dell'auto, la società di sicurezza ritarda l'allarme e non attiva il blocco del motore da remoto, impedendo il ritrovamento del mezzo. La Corte d'Appello respinge la richiesta di risarcimento, pretendendo che l'automobilista dimostri la percentuale esatta di probabilità di ritrovare l'auto. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, stabilendo che l'inadempimento della società ha causato un danno da perdita di chance. La Suprema Corte chiarisce che l'esistenza della chance è insita nello scopo stesso del contratto di sorveglianza. Di conseguenza, il giudice non deve pretendere una prova impossibile, ma deve liquidare il danno in via equitativa, valutando la perdita della concreta possibilità di recuperare il veicolo.
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Risarcimento danni per perdita di chance se il telefono è isolato
Una società attiva nel settore della diagnostica ha subito un guasto alle proprie linee telefoniche aziendali, riparato dal gestore telefonico solo dopo sessantadue giorni. A causa del disservizio, l'azienda ha registrato un forte calo di fatturato dovuto all'impossibilità di ricevere ordini dai clienti. I giudici di merito hanno condannato il gestore al risarcimento danni per perdita di chance, calcolato in via equitativa sul dieci per cento del calo di fatturato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del gestore telefonico, confermando la condanna. La Suprema Corte ha ribadito che il danno da perdita di chance commerciale è risarcibile se dimostrato attraverso il calo degli affari e che la valutazione del giudice di merito, se logicamente motivata, non può essere contestata in sede di legittimità.
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Risarcimento danno da perdita di chance: medico vince contro ASP
Un dirigente medico ha richiesto il risarcimento dei danni subiti a causa della mancata attivazione, da parte dell'Azienda Sanitaria, della procedura di graduazione e pesatura degli incarichi. Tale omissione ha impedito al professionista di percepire la parte variabile dell'indennità di posizione dal 2007 al 2013. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda Sanitaria, confermando la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha stabilito che la mancata attivazione della procedura costituisce un inadempimento contrattuale. Di conseguenza, il dipendente ha pieno diritto al risarcimento danno da perdita di chance, liquidato in via equitativa, poiché l'omissione ha privato il medico della concreta possibilità di ottenere un trattamento economico superiore.
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Perdita di chance: l’Azienda Sanitaria risarcisce il medico
Una dirigente medica ha chiesto il risarcimento dei danni per la mancata attivazione, da parte dell'Azienda Sanitaria, delle procedure di graduazione delle funzioni e pesatura degli incarichi tra il 2007 e il 2013. Questa omissione le ha impedito di percepire la parte variabile dell'indennità di posizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda Sanitaria, confermando che la mancata valutazione degli incarichi costituisce un inadempimento contrattuale. Di conseguenza, spetta alla dipendente il risarcimento del danno da perdita di chance, liquidabile anche in via equitativa sulla base dei pagamenti successivamente ricevuti. L'amministrazione non può giustificare il ritardo con la complessità delle trattative sindacali.
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