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Ordine Di Demolizione

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502 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Sospensione condizionale della pena: il pignoramento non salva
Il Tribunale ha revocato la sospensione condizionale della pena a un cittadino per non aver demolito un immobile abusivo entro i termini stabiliti. Il proprietario ha fatto ricorso, sostenendo che il pignoramento immobiliare e la nomina di un custode terzo gli impedissero di demolire il bene. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il pignoramento non blocca l'ordine di demolizione, che ha natura reale e mira a ripristinare il territorio. Il debitore non custode ha comunque l'obbligo di attivarsi, chiedendo le necessarie autorizzazioni al custode e al giudice dell'esecuzione. La mancata attivazione rende del tutto legittima la revoca del beneficio della sospensione condizionale della pena.
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Ordine di demolizione: il diritto alla casa non ferma la ruspa
Il Tribunale di Napoli ha respinto la richiesta di revoca o sospensione di un ordine di demolizione per un immobile abusivo. Due soggetti, sostenendo di essere comproprietari o vicini danneggiati dall'abbattimento, hanno proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'ordine di demolizione deve essere eseguito anche se rischia di danneggiare parti legittime, gravando sul condannato l'onere del ripristino. Inoltre, il diritto all'abitazione non blocca l'abbattimento se l'allegazione è generica e il tempo trascorso dalla condanna ha comunque permesso di cercare alternative. I ricorrenti sono stati condannati alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ordine di demolizione: il nuovo proprietario può bloccarlo
Il Tribunale di Trapani aveva negato alla nuova proprietaria di un immobile la possibilità di chiedere la revoca di un ordine di demolizione, ritenendola estranea al procedimento penale originario avviato contro la madre. La proprietaria aveva però ottenuto un permesso di costruire in sanatoria. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che l'ordine di demolizione ha natura reale e colpisce il bene in sé. Di conseguenza, chiunque acquisti l'immobile subisce gli effetti del provvedimento ed è pienamente legittimato a chiederne la revoca o la sospensione davanti al giudice dell'esecuzione, soprattutto in presenza di una sanatoria edilizia sopravvenuta.
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Ordine di demolizione: la sicurezza vince sul diritto alla casa
Il Tribunale ha respinto la richiesta del Proprietario di revocare l'ordine di demolizione di un immobile abusivo. Il Proprietario sosteneva che la pena principale fosse stata condonata e che vi fosse una nuova normativa favorevole. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che l'ordine di demolizione resta pienamente valido poiché l'immobile sorge in un'area protetta da un vincolo assoluto di inedificabilità e ad alto rischio idrogeologico. Inoltre, il Comune aveva già negato definitivamente il condono edilizio. La Cassazione ha chiarito che la sanatoria è impossibile e che la notifica dell'atto al difensore d'ufficio non ha leso i diritti del ricorrente, che ha comunque presentato tempestivo ricorso.
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Ordine di demolizione: l’autonomia penale vince sui ricorsi
Il proprietario di un immobile abusivo ha proposto ricorso contro l'ordine di demolizione emesso dal giudice penale. Il ricorrente lamentava la mancata notifica del decreto di esecuzione e pendeva un ricorso amministrativo davanti al Consiglio di Stato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la mancata notifica si sana se l'interessato propone comunque opposizione. Inoltre, l'ordine di demolizione penale è un atto dovuto e autonomo rispetto ai provvedimenti amministrativi. La pendenza di un giudizio amministrativo non sospende l'esecuzione penale, salvo che sia imminente una sanatoria edilizia effettiva. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Ordine di demolizione: il nuovo abuso non salva il vecchio
Il proprietario di un immobile ha presentato ricorso contro il rigetto della revoca di un ordine di demolizione per un abuso edilizio originario. Egli sosteneva che le nuove opere, realizzate successivamente e oggetto di un altro procedimento penale, non potessero essere abbattute. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'ordine di demolizione riguarda l'edificio nel suo complesso. Di conseguenza, l'obbligo di abbattimento si estende anche alle aggiunte e alle modifiche successive che inglobano l'abuso originario, poiché l'obiettivo della legge è il ripristino dello stato dei luoghi. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ordine di demolizione annullato se il reato è prescritto
Il caso riguarda un proprietario accusato di lottizzazione abusiva e altre violazioni edilizie. Il Tribunale aveva dichiarato i reati estinti per prescrizione, ma aveva comunque disposto la confisca del terreno e la demolizione del fabbricato. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso del proprietario, annullando senza rinvio l'ordine di demolizione. I giudici hanno stabilito che l'ordine di demolizione dell'opera abusiva richiede necessariamente una sentenza di condanna formale. Di conseguenza, in presenza di una dichiarazione di prescrizione del reato, l'ordine di demolizione non può essere legittimamente applicato e deve essere eliminato.
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Ordine di demolizione: il Comune non può salvare l’abuso generico
Un Comune ha impugnato l'ordinanza con cui la Corte di appello ha respinto la richiesta di revoca di un ordine di demolizione relativo a un immobile abusivo. Il Comune sosteneva di aver acquisito il bene e di averlo destinato a edilizia sociale tramite una delibera consiliare. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudice dell'esecuzione ha il potere di verificare la concretezza dell'interesse pubblico dichiarato dall'amministrazione. Nel caso specifico, la delibera comunale rappresentava una generica dichiarazione d'intenti, priva di elementi tecnici e temporali definiti, e il bando di assegnazione allegato mancava persino di firma e data. Di conseguenza, l'ordine di demolizione deve essere eseguito e il Comune è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ordine di demolizione: il silenzio-assenso non salva l’abuso
Una cittadina ha chiesto di sospendere l'ordine di demolizione di un immobile abusivo a Ischia, sostenendo di aver ottenuto un'autorizzazione paesaggistica dal Comune tramite silenzio-assenso e che la demolizione violasse il principio di proporzionalità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che per il condono edilizio di opere in aree vincolate il silenzio della Soprintendenza equivale a silenzio-rifiuto e non a consenso. Inoltre, l'immobile non era ultimato entro i termini di legge (31 dicembre 1993) e la proprietaria non ha dimostrato alcun impegno concreto nel cercare un'abitazione alternativa nei venticinque anni trascorsi dall'ordine originario. Di conseguenza, l'ordine di demolizione resta pienamente valido ed efficace.
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Ordine di demolizione: la prescrizione non salva l’abuso
I comproprietari di un immobile abusivo hanno chiesto la revoca parziale dell'ordine di demolizione, sostenendo che la struttura principale fosse coperta da prescrizione e che la sanzione dovesse colpire solo le rifiniture successive. Il Tribunale ha respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che l'immobile abusivo costituisce un tutto unitario e inscindibile. Di conseguenza, l'ordine di demolizione si estende all'intera struttura, poiché gli interventi successivi ereditano l'illegittimità dell'opera principale. I proprietari perdono il ricorso e devono sostenere le spese processuali.
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Condono edilizio: il frazionamento fittizio non ferma la ruspa
Un proprietario ha chiesto la revoca dell'ordine di demolizione di un immobile abusivo, sostenendo di aver ottenuto un condono edilizio dal Comune. Il Tribunale ha respinto la richiesta, rilevando che l'edificio originario era stato diviso artificialmente in due unità per aggirare i limiti di volume previsti dalla legge. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che il frazionamento successivo alla condanna non ha valore. Il giudice penale ha il dovere di verificare la legittimità del condono edilizio e, se questo risulta concesso violando i limiti complessivi dell'immobile unitario, deve negare la revoca della demolizione. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Ordine di demolizione: il condono dopo 19 anni non ferma le ruspe
Due comproprietarie di un immobile abusivo hanno chiesto la revoca dell'ordine di demolizione, emesso dopo una condanna penale. Le donne sostenevano di aver presentato domanda di condono edilizio nel 2004 e che l'immobile fosse l'unica casa per una di loro. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Corte ha chiarito che l'ordine di demolizione può essere sospeso solo se esiste la certezza o l'altissima probabilità di un imminente provvedimento di sanatoria da parte del Comune. Una pratica di condono ferma da diciannove anni non basta a bloccare l'abbattimento. Inoltre, la mancanza di prove concrete sulla reale situazione economica e sulla ricerca di alloggi alternativi esclude qualsiasi violazione del diritto alla casa. Le ricorrenti sono state condannate a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ordine di demolizione: la sanatoria futura non ferma la ruspa
Una proprietaria ha impugnato il rifiuto del Tribunale di revocare l'ordine di demolizione per abusi edilizi legati a una sopraelevazione. La ricorrente sosteneva che una delibera comunale per una futura variante urbanistica e una presunta domanda di sanatoria potessero bloccare l'abbattimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'ordine di demolizione può essere sospeso o revocato solo in presenza di una sanatoria effettiva e conforme al principio della doppia conformità, oppure se la pubblica amministrazione sta per adottare un atto incompatibile in tempi brevissimi. La semplice delibera programmatica del Comune o la mancanza di prova di una reale domanda di sanatoria non bastano a fermare l'esecuzione della demolizione.
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Ordine di demolizione: il condono negato dopo 25 anni di attesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una proprietaria contro il rigetto della sospensione di un ordine di demolizione. La donna aveva realizzato una casa su due livelli e un garage in un'area protetta da vincoli paesaggistici. Nonostante la presentazione di due domande di condono edilizio, il Comune aveva respinto le istanze a causa del mancato parere favorevole dell'autorità ambientale e della non conformità urbanistica. I giudici hanno chiarito che, in presenza di vincoli, il condono non può essere concesso senza l'autorizzazione paesaggistica. Inoltre, il decorso di 180 giorni senza risposta da parte dell'autorità equivale a un silenzio-rifiuto. Di conseguenza, l'ordine di demolizione deve essere eseguito, e la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ordine di demolizione: il tempo non cancella l’abuso edilizio
Il Tribunale di Reggio Calabria ha respinto la richiesta di revoca dell'ordine di demolizione di un immobile abusivo presentata dal proprietario. Quest'ultimo ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'ordine fosse prescritto o estinto insieme alla pena principale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'ordine di demolizione non è una pena, ma una sanzione amministrativa con funzione ripristinatoria. Di conseguenza, questa misura non è soggetta a prescrizione e non si estingue con il decorso del tempo, potendo essere eseguita anche a distanza di molti anni dal reato edilizio. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Ordine di demolizione: l’ambiente vince sul diritto alla casa
La proprietaria di una villa abusiva di tre piani, situata all'interno del Parco Nazionale del Vesuvio, ha impugnato l'ordine di demolizione del manufatto. La ricorrente ha sostenuto che l'abbattimento avrebbe violato il suo diritto all'abitazione e il principio del ne bis in idem, considerata l'acquisizione del bene da parte del Comune. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno chiarito che l'ordine di demolizione ha natura di sanzione amministrativa ripristinatoria e non punitiva. Inoltre, il diritto alla casa non è assoluto e deve essere bilanciato con la tutela dell'ambiente, specialmente in aree protette, in assenza di una comprovata situazione di indigenza della responsabile.
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Ordine di demolizione: le villette ereditate vanno abbattute
Due eredi hanno impugnato l'ordine di demolizione di un immobile abusivo, composto da tre villette, costruito dal padre defunto. Le ricorrenti sostenevano la nullità della notifica originaria, il decorso del tempo e la violazione del diritto all'abitazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'ordine di demolizione non è una sanzione penale ma una misura ripristinatoria. Di conseguenza, esso è caratterizzato dall'imprescrittibilità e non si estingue con il passare degli anni. Inoltre, il diritto al domicilio non è assoluto e deve cedere di fronte alla tutela del territorio, specialmente in presenza di abusi edilizi di rilevante entità. Le ricorrenti perdono la causa e devono sostenere le spese processuali.
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Ordine di demolizione: gli eredi perdono sul seminterrato
Gli eredi di un costruttore abusivo hanno contestato l'ordine di demolizione di un intero fabbricato a Napoli, sostenendo che il piano seminterrato fosse preesistente e non dovesse essere abbattuto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il loro ricorso. I giudici hanno chiarito che l'intero immobile " stato realizzato abusivamente da zero, con ripetute violazioni dei sigilli. Di conseguenza, l'ordine di demolizione deve colpire l'intera struttura unitaria, compreso il seminterrato, poich) l'abuso edilizio riguarda l'edificio dalle fondamenta al tetto. Gli eredi sono stati inoltre condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ordine di demolizione: la stabilità non salva l’abuso edilizio
Il caso riguarda il ricorso presentato da un cittadino contro il rigetto della sua richiesta di revoca di un ordine di demolizione per un immobile abusivo. Il proprietario sosteneva che abbattere la parte abusiva avrebbe compromesso la stabilità dell'intera struttura legittima. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'ordine di demolizione non è ineseguibile se comporta solo un danno economico o se le difficoltà tecniche non costituiscono un impedimento assoluto. Inoltre, l'aver proseguito i lavori abusivi con una sopraelevazione non autorizzata aggrava la colpa del proprietario. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ordine di demolizione: il condono impossibile non salva l’abuso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Erede di due soggetti condannati per abuso edilizio. La ricorrente si opponeva all'ordine di demolizione di una sopraelevazione abusiva, sostenendo che l'abbattimento avrebbe compromesso la stabilità dell'intero edificio e che la lunga attesa per la risposta alla domanda di condono avesse generato un legittimo affidamento. I giudici hanno respinto le tesi, evidenziando che le perizie tecniche escludono rischi statici e che l'immobile sorge in un'area con vincolo paesaggistico, escludendo ogni sanatoria. Inoltre, la consapevolezza dell'abusività esclude la buona fede e l'applicazione del principio di proporzionalità a tutela dell'abitazione. L'Erede perde la causa, deve demolire l'opera e pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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