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Misura Di Prevenzione — Anno 2022

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175 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misura Di Prevenzione

Provvedimenti

Foglio di via obbligatorio nullo: cancellata la condanna
Una cittadina è stata condannata per aver violato il foglio di via obbligatorio emesso dal Questore, che le vietava di rientrare in un determinato comune. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno stabilito che il foglio di via obbligatorio è illegittimo se non contiene sia l'ordine di rientro nel comune di residenza sia il divieto di ritorno nel comune da cui si viene allontanati. Trattandosi di requisiti essenziali e inscindibili, la mancanza di uno di essi rende nullo il provvedimento amministrativo. Di conseguenza, la sua inosservanza non costituisce reato, consentendo al giudice penale di disapplicare l'atto invalido e assolvere l'imputata.
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Riabilitazione da misure di prevenzione: il ricorso incompleto
Un cittadino, già sottoposto a sorveglianza speciale, ha richiesto la riabilitazione da misure di prevenzione. La Corte di appello ha respinto la domanda per due motivi autonomi: la mancata prova di una condotta costantemente buona e la partecipazione a una manifestazione non autorizzata durante il lockdown Covid-19. Il richiedente ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando però solo il secondo motivo relativo alla manifestazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Quando una decisione si fonda su più ragioni autonome, l'impugnazione deve contestarle tutte; lasciarne intatta anche solo una rende inutile il ricorso, poiché quella singola ragione è sufficiente a tenere in piedi il provvedimento di rigetto.
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Attualità della pericolosità sociale: condannato chi vede i clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'uomo, già condannato per associazione mafiosa ed estorsione, contestava l'attualità della pericolosità sociale, ritenendola basata su semplici presunzioni. I giudici hanno invece confermato che la pericolosità è attuale e concreta. Infatti, dopo la scarcerazione, l'uomo ha continuato a frequentare esponenti della criminalità organizzata e a pianificare traffici illeciti, violando persino i precedenti obblighi di soggiorno. La Suprema Corte ha ribadito che il legame con la mafia si presume persistente in assenza di prove di un effettivo recesso. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attualità della pericolosità sociale: quando il passato pesa
Il Tribunale di Palermo aveva disposto l'esecuzione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale nei confronti di un soggetto condannato per associazione mafiosa ed estorsione, dopo un lungo periodo di detenzione. Il destinatario della misura ha proposto ricorso, sostenendo che la sua buona condotta in carcere dimostrasse l'assenza di pericolosità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la buona condotta carceraria rappresenta un dovere e non prova da sola il recesso dal sodalizio criminale. Di conseguenza, l'attualità della pericolosità sociale deve ritenersi persistente, specialmente se il soggetto ritorna a vivere nello stesso territorio in cui opera il gruppo criminale di appartenenza. Il ricorrente perde la causa e deve scontare la misura di prevenzione, oltre a pagare le spese processuali.
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Cellulare vietato: limiti all’applicazione della recidiva
Un cittadino, sottoposto a misura di prevenzione con il divieto di possedere apparati di comunicazione, viene sorpreso a utilizzare un telefono cellulare. Condannato nei gradi precedenti, ricorre in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti, il diniego delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte rigetta i motivi sul possesso del telefono e sulle attenuanti, ritenendo corretta la ricostruzione dei giudici di merito. Accoglie invece il ricorso sulla recidiva: i giudici d'appello l'hanno applicata in modo automatico basandosi solo sul certificato penale. La Cassazione chiarisce che l'applicazione della recidiva richiede una motivazione specifica sulla maggiore pericolosità del reo. La sentenza viene annullata limitatamente a questo punto con rinvio per un nuovo calcolo della pena.
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Applicazione della recidiva: la pericolosità cancella i dubbi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per aver violato le prescrizioni di una misura di prevenzione personale. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e l'applicazione della recidiva, sostenendo che fosse basata solo sui precedenti penali. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non può rivalutare le prove se la motivazione d'appello è logica. Inoltre, ha confermato la correttezza dell'applicazione della recidiva, poiché il nuovo illecito non è stato occasionale, ma ha dimostrato una persistente pericolosità sociale e una chiara progressione criminosa del soggetto, giustificando l'aumento di pena. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: contatti vietati e scatta l’aggravamento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, confermando l'aggravamento di un anno della misura stessa. Il provvedimento era stato disposto a causa di ripetute violazioni delle prescrizioni, tra cui la mancata esibizione della carta precettiva durante un controllo di polizia e la frequentazione non occasionale di soggetti pregiudicati. I giudici hanno chiarito che, sebbene l'omessa esibizione del documento non costituisca reato autonomo, essa rappresenta comunque una violazione idonea a giustificare l'aggravamento della misura. Inoltre, i contatti con soggetti pregiudicati, esplicitamente vietati dal provvedimento, dimostrano una persistente pericolosità sociale e l'insofferenza alle regole dell'ordinamento. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Mancato versamento della cauzione: la disoccupazione non salva
Un cittadino sottoposto a sorveglianza speciale non ha rispettato l'obbligo di depositare la somma di duemila euro stabilita dal Tribunale. L'uomo ha giustificato il mancato versamento della cauzione dichiarando di essere disoccupato e privo di beni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del cittadino, confermando la sua condanna penale. I giudici hanno stabilito che la semplice disoccupazione non esclude la colpevolezza se non viene dimostrata con prove precise l'assoluta impossibilità di lavorare o di reperire il denaro. Inoltre, la Cassazione ha escluso la particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali dell'imputato e del protrarsi dell'inadempimento nel tempo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Tentata estorsione aggravata: il terrore non piega le vittime
Quattro soggetti hanno subito una condanna per tentata estorsione aggravata. Gli imputati volevano costringere alcune vittime a rinunciare all'acquisto di terreni agricoli privati. Per raggiungere lo scopo, hanno attuato gravi minacce, tra cui l'uccisione di animali, l'invio di fiori con messaggi intimidatori e un violento pestaggio. I giudici hanno applicato l'aggravante del metodo mafioso per via del clima di terrore generato e dei legami con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi dei condannati. I ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e risarcire le vittime e le associazioni antiracket costituite come parti civili.
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Guida senza patente: reato per chi ha l’avviso orale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un automobilista sorpreso alla guida di un camper senza patente. Il conducente era già destinatario di un avviso orale del Questore. La difesa sosteneva che la guida senza patente fosse stata depenalizzata e non costituisse più reato. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La depenalizzazione della guida senza patente non si applica a chi è sottoposto a una misura di prevenzione personale. In questi casi, la condotta integra un autonomo reato punito severamente. Il conducente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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DASPO fuori contesto: legittimo per scontri ma nullo sulla durata
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di due manifestanti contro la convalida del DASPO con obbligo di firma, emesso dopo scontri in una manifestazione non autorizzata. La difesa contestava l'applicazione del cosiddetto DASPO fuori contesto, ritenendolo illegittimo per fatti estranei allo sport. La Corte ha confermato che la legge consente tale misura per reati gravi di disordine pubblico, anche fuori dagli stadi. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso del Primo Manifestante: la durata di cinque anni era stata calcolata considerandolo recidivo per un precedente provvedimento, che però era stato revocato a seguito di assoluzione. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza limitatamente alla durata della misura per il Primo Manifestante, rinviando al Giudice per le Indagini Preliminari, mentre ha rigettato integralmente il ricorso del Secondo Manifestante.
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Copia-incolla e pericolosità sociale: la decisione del giudice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino sottoposto alla sorveglianza speciale. La difesa contestava la decisione della Corte di Appello, sostenendo che la motivazione sulla persistente pericolosità sociale fosse inesistente a causa dell'uso della tecnica del "copia-incolla". I giudici di legittimità hanno chiarito che, nei procedimenti di prevenzione, il ricorso è ammesso solo per violazione di legge, categoria in cui rientra unicamente la motivazione inesistente o del tutto apparente. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano comunque analizzato dettagliatamente la pericolosità sociale del soggetto, evidenziando un curriculum criminale ventennale e recenti sanzioni disciplinari. Di conseguenza, l'uso del copia-incolla non ha inficiato la validità del provvedimento, e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Assolto dall’usura ma perde i beni per pericolosità generica
La Corte di Cassazione ha confermato la sorveglianza speciale e la confisca dei beni nei confronti di un uomo ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente contestava l'uso di fatti coperti da una precedente assoluzione parziale per definire la sua pericolosità generica. I giudici hanno chiarito che, nonostante l'assoluzione per i reati più gravi come l'usura, la condanna parziale per reati minori e la presenza di altre denunce consentono al giudice della prevenzione di valutare autonomamente la pericolosità del soggetto. Anche i ricorsi dei familiari, terzi interessati intestatari fittizi dei beni, sono stati dichiarati inammissibili poiché non hanno dimostrato un'autonoma capacità economica per l'acquisto degli immobili confiscati.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: no alla prevenzione
Il Ricorrente ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro una decisione della Corte di Cassazione che confermava la misura di prevenzione della sorveglianza speciale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che questo rimedio eccezionale spetta solo al condannato contro una sentenza penale di condanna definitiva. Non si applica alle misure di prevenzione, per le quali la legge prevede lo strumento della revoca. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Notifica al domicilio eletto: quando il ricorso tardivo costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità dell'appello presentato da una cittadina contro una misura di prevenzione e la confisca di una somma di denaro. La difesa sosteneva che il termine di dieci giorni per impugnare dovesse decorrere dalla consegna personale del provvedimento da parte delle forze dell'ordine. Al contrario, i giudici hanno stabilito che la regolare notifica al domicilio eletto, avvenuta precedentemente tramite posta elettronica certificata sia al difensore sia alla destinataria, è l'unico atto idoneo a far decorrere i termini per il ricorso. La successiva consegna personale aveva il solo scopo di avviare la fase esecutiva della misura. Di conseguenza, l'appello tardivo è stato respinto e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: la villa di famiglia batte il catasto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla madre e dalla sorella di un soggetto sottoposto a misura di prevenzione. Le ricorrenti chiedevano l'esclusione di due particelle catastali, tra cui una piscina, dalla confisca di prevenzione, sostenendo di averle acquistate legittimamente. La Suprema Corte ha confermato che la confisca colpisce l'immobile nella sua interezza, inclusi accessori e pertinenze, anche se mancano i dettagli catastali specifici nel provvedimento originario. Trattandosi di un unico complesso immobiliare, denominato la villa di famiglia, l'intera proprietà è legittimamente acquisita dallo Stato. Le ricorrenti sono state condannate al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: il carcere non salva i beni illeciti
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione dei beni e l'applicazione della sorveglianza speciale nei confronti di un soggetto ritenuto vicino a un'associazione mafiosa. Il ricorrente contestava l'attualità della sua pericolosità sociale, sostenendo che la sua condotta criminale risalisse a molti anni prima e che la detenzione avesse interrotto la sua operatività. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la detenzione non cancella automaticamente la pericolosità sociale, soprattutto in presenza di un lungo e qualificato percorso all'interno del sodalizio criminale. Inoltre, i giudici hanno confermato la legittimità della confisca dei beni, inclusa un'azienda e diversi immobili, a causa della netta sproporzione tra i redditi leciti dichiarati e il valore del patrimonio accumulato, non giustificato da entrate lecite.
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Riabilitazione dalle misure di prevenzione: assolto ma pericoloso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino, già sottoposto a sorveglianza speciale per legami con la criminalità organizzata, che chiedeva la riabilitazione dalle misure di prevenzione. Il ricorrente sosteneva di aver cambiato vita, evidenziando la sua assoluzione dal reato di associazione mafiosa e la sua attività di imprenditore agricolo. Tuttavia, i giudici hanno confermato il diniego della Corte d'appello. Per ottenere la riabilitazione, non basta non commettere reati o essere assolti in sede penale, ma serve la prova positiva della rottura definitiva con l'ambiente criminale e una condotta di vita costantemente improntata al rispetto delle regole sociali. Nel caso specifico, la presenza di un'interdittiva antimafia recente e la mancanza di prove su un lavoro stabile e lecito hanno impedito la concessione del beneficio.
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Carcere e pericolosità sociale: la Cassazione nega sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per tre anni. Il ricorrente, indiziato di appartenere a un'associazione mafiosa, contestava la sussistenza della sua pericolosità sociale attuale, sostenendo che la motivazione dei giudici di appello fosse solo apparente e che la sua buona condotta in carcere dimostrasse un cambiamento di vita. La Suprema Corte ha chiarito che nei procedimenti di prevenzione il ricorso per cassazione è limitato alle sole violazioni di legge. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano ampiamente motivato la persistenza della pericolosità sociale, evidenziando il ruolo di spicco del soggetto nel clan e il legame con il capo cosca. Di conseguenza, il comportamento carcerario regolare non basta a cancellare la pericolosità sociale, confermando la misura applicata.
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Confisca antimafia: annullato il sequestro senza prove di mafia
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il decreto di confisca antimafia emesso nei confronti di un imprenditore, accusato di appartenere a Cosa Nostra. I giudici di secondo grado avevano disposto il sequestro dell'intero patrimonio basandosi sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e su precedenti vicende penali, tra cui una rissa. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che i giudici di merito non hanno dimostrato in modo concreto la natura e la portata del reale contributo fornito dall'imprenditore all'associazione criminale. Inoltre, è mancata una corretta ricostruzione del nesso temporale tra la presunta pericolosità sociale e l'acquisto dei singoli beni. Ora la Corte d'Appello dovrà riesaminare il caso, verificando se esistano prove solide dell'effettiva appartenenza al clan prima di poter confermare la misura patrimoniale.
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