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Misura Di Prevenzione — Anno 2022

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175 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misura Di Prevenzione

Provvedimenti

Confisca di prevenzione e pericolosità attuale: ricorsi respinti
La Corte di Cassazione ha confermato la sorveglianza speciale e la confisca di immobili, aziende e conti correnti a carico di due soggetti e dei loro familiari. I ricorsi contestavano la sussistenza della pericolosità sociale e la sproporzione patrimoniale, evidenziando precedenti assoluzioni penali e percorsi rieducativi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili le impugnazioni. I giudici hanno chiarito che il procedimento di prevenzione è autonomo rispetto al processo penale. L'assoluzione penale non impedisce di valutare i fatti storici per dimostrare la confisca di prevenzione e pericolosità attuale. I beni rimangono definitivamente acquisiti dallo Stato.
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Rivalutazione della pericolosità sociale: i limiti delle misure
Un cittadino, dopo una lunga detenzione, chiedeva la rivalutazione della pericolosità sociale per cancellare la sorveglianza speciale. Tuttavia, l'interessato si trovava già sottoposto alla misura di sicurezza della libertà vigilata per tre anni. I giudici territoriali stabilivano il non luogo a provvedere, poiché la legge vieta l'esecuzione contemporanea della sorveglianza speciale durante la libertà vigilata. Il condannato proponeva ricorso per Cassazione contestando la mancata verifica dell'attualità del pericolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'esame sull'attualità della pericolosità deve avvenire solo al termine della misura di sicurezza in corso. Di conseguenza, il cittadino deve prima scontare la libertà vigilata e solo successivamente subire la verifica per la misura preventiva, evitando inutili duplicazioni giurisdizionali.
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Rendiconto dell’amministratore giudiziario: accolto il ricorso
Il Tribunale non aveva approvato alcune voci del rendiconto dell'amministratore giudiziario relative a compensi gia autorizzati per se e per i propri consulenti tecnici. I giudici di merito ritenevano errata l'imputazione dei pagamenti sui conti dei soggetti proposti, applicando le norme sulla contabilita separata previste dal Codice Antimafia del 2011. L'ex amministratore ha ricorso in Cassazione. La Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che, per le procedure avviate prima del 2011, si applica la normativa previgente e non il testo del 2011. Inoltre, la verifica del rendiconto non giudica la responsabilita dell'amministratore, ma serve a controllare la regolarita dei conti e sanare eventuali errori. La Cassazione ha annullato il provvedimento e rinviato la causa al Tribunale per un nuovo esame.
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Violazione del foglio di via obbligatorio: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un mese di arresto per un cittadino che ha violato il foglio di via obbligatorio. Il Questore gli aveva vietato il rientro nel Comune di Como a causa della sua pericolosità sociale, desunta da precedenti penali e segnalazioni per reati contro il patrimonio e l'ordine pubblico. Il destinatario ha impugnato la decisione sostenendo che il provvedimento si basasse su meri sospetti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che il giudice penale può solo verificare la legittimità formale e la motivazione del provvedimento amministrativo, senza potersi sostituire alle valutazioni di merito del Questore sulla pericolosità del soggetto. Di conseguenza, il cittadino perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Presenza dell’imputato in udienza: no al rinvio automatico
L'Imputato, sottoposto agli arresti domiciliari per altra causa, non si presenta all'udienza penale a suo carico. Il difensore chiede il rinvio, ma il giudice rifiuta. Successivamente, l'Imputato ricorre in Cassazione lamentando la violazione del suo diritto alla presenza dell'imputato in udienza. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'imputato agli arresti domiciliari ha l'onere di chiedere tempestivamente l'autorizzazione a comparire. Se non lo fa, il giudice non ha l'obbligo di disporre d'ufficio la sua traduzione. Inoltre, l'eventuale nullità per mancata partecipazione deve essere eccepita immediatamente dal difensore, pena la sanatoria. L'Imputato viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Pericolosità sociale: la Cassazione frena sui vecchi reati
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. I giudici di secondo grado avevano confermato la misura basandosi su fatti risalenti nel tempo, ignorando del tutto che il Tribunale di Sorveglianza avesse recentemente concesso al soggetto l'affidamento in prova con una valutazione pienamente positiva della sua condotta. La Suprema Corte ha stabilito che, sebbene le due misure siano astrattamente compatibili, il giudice non può ignorare elementi favorevoli sopravvenuti. L'omissione di tale valutazione rende la motivazione apparente. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento, ordinando un nuovo esame che valuti la reale e attuale pericolosità sociale del soggetto.
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Attualità della pericolosità sociale: il passato non basta
Il caso riguarda Il Sottoposto, a cui era stata applicata la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per tre anni. I giudici di merito avevano confermato la misura basandosi solo sui suoi vecchi precedenti penali e sul legame di parentela con un esponente della criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Sottoposto, stabilendo che i giudici non possono presumere in automatico la persistenza del legame criminale dopo molti anni di carcere. È invece obbligatorio accertare l'attualità della pericolosità sociale. Nel valutare questo requisito, i giudici devono considerare elementi positivi come la liberazione anticipata ottenuta per buona condotta e l'effettivo percorso di rieducazione del soggetto. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Misura di prevenzione: la detenzione cancella l’automatismo
L'Imputato, sottoposto alla sorveglianza speciale, veniva condannato per aver guidato senza patente. La difesa eccepiva che l'efficacia della misura di prevenzione era sospesa, poiché l'uomo era stato detenuto per oltre tre anni e non vi era stata la necessaria rivalutazione della sua pericolosità sociale al momento della scarcerazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che una detenzione superiore a due anni sospende l'esecuzione della misura. Di conseguenza, senza un espresso giudizio di persistenza della pericolosità da parte del tribunale competente, la misura di prevenzione non riprende a operare e non si configura il reato. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di condanna, rinviando il caso alla Corte d'Appello per un nuovo esame dei fatti.
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Intestazione fittizia di beni: l’auto di lusso resta confiscata
Il Tribunale di Roma ha confermato la confisca di un'auto di lusso formalmente intestata a una società, ritenendo l'acquisto simulato. Le indagini hanno dimostrato che il veicolo era rimasto nella reale disponibilità di un soggetto sottoposto a misure di prevenzione. La società ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la regolarità del contratto di locazione del mezzo e il pagamento dei canoni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'apparente regolarità dei pagamenti non esclude l'intestazione fittizia di beni. Ciò che rileva è l'effettivo utilizzo del veicolo da parte del soggetto indagato. La società è stata condannata alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: il DNA e i video reggono in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per furto in abitazione aggravato. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti basata su tracce di DNA e riprese di videosorveglianza, chiedendo una nuova valutazione delle prove. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può riesaminare il merito della vicenda o proporre ricostruzioni alternative dei fatti. Il compito della Corte è solo verificare la coerenza logica della motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, l'uomo perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: la povertà non cancella la pericolosità
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale a causa dei suoi numerosi precedenti per spaccio di droga. L'uomo era fuggito all'estero per evitare la misura, per poi costituirsi anni dopo e riprendere subito le attività illecite e le frequentazioni con pregiudicati. La difesa sosteneva l'assenza di una reale pericolosità attuale e faceva leva sul basso tenore di vita del ricorrente, che percepiva il reddito di cittadinanza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la sorveglianza speciale. I giudici hanno chiarito che la pericolosità sociale è attuale e che, per applicare la misura, non serve dimostrare un tenore di vita lussuoso, ma basta accertare che i proventi dei reati abbiano costituito la principale fonte di sostentamento del soggetto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Sorveglianza speciale: la detenzione non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale per la durata di un anno nei confronti di un giovane soggetto dedito allo spaccio di stupefacenti. Il ricorrente contestava la misura sostenendo la mancanza di attualità della sua pericolosità sociale, la giovane età e l'assenza di profitti significativi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando che la reiterazione sistematica di reati legati alla droga, unita alla totale assenza di redditi leciti, dimostra che il soggetto viveva abitualmente con i proventi dell'attività illecita. Inoltre, i giudici hanno chiarito che il periodo trascorso in detenzione non cancella automaticamente la pericolosità sociale, rendendo legittimo il giudizio prognostico di recidiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: nullo il sequestro
Un imprenditore ha ottenuto un contributo a fondo perduto di oltre 17.000 euro previsto dal Decreto Sostegni. La Procura ha disposto il sequestro preventivo della somma ipotizzando il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche, poiché l'uomo aveva omesso di dichiarare di essere destinatario di un'interdittiva antimafia prefettizia. La Corte di Cassazione ha annullato il sequestro senza rinvio. I giudici hanno chiarito che l'interdittiva antimafia non rientra tra le misure di prevenzione che precludono per legge l'accesso ai contributi pubblici. Di conseguenza, non sussiste alcun obbligo di dichiarazione in tal senso e l'omissione non costituisce reato, rendendo illegittima l'applicazione analogica sfavorevole della norma penale. La somma sequestrata deve essere interamente restituita all'avente diritto.
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Pericolosità sociale: assolto dal commercio, no alla sorveglianza
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un Gestore di una Palestra, revocando la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Il provvedimento originario si fondava sull'ipotesi di pericolosità sociale del soggetto, ritenuto dedito al commercio di sostanze anabolizzanti. Tuttavia, l'uomo era stato assolto dai reati associativi e di commercio di farmaci nocivi, riportando solo una condanna non definitiva per ricettazione. I giudici di legittimità hanno chiarito che un singolo episodio di ricettazione, reato a consumazione istantanea, non può dimostrare la dedizione ad attività delittuose richiesta dalla legge. Di conseguenza, mancando il presupposto dell'abitualità della condotta illecita, la Cassazione ha annullato senza rinvio i decreti precedenti, disponendo la revoca immediata della misura di prevenzione.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: no sulla confisca
Il Ricorrente ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto contro la decisione della Cassazione che confermava la confisca di un immobile nell'ambito di una misura di prevenzione. La difesa sosteneva che i giudici avessero ignorato prove decisive sulla provenienza lecita dei fondi usati per l'acquisto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che questo rimedio straordinario è applicabile solo alle sentenze che determinano un giudicato definitivo nei confronti di un condannato. Di conseguenza, lo strumento non può essere utilizzato contro i provvedimenti provvisori o di prevenzione. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca di prevenzione: perché il ricorso dei terzi è nullo
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso contro la confisca di prevenzione di beni intestati a terzi. I giudici hanno chiarito che i terzi interessati, per partecipare al procedimento, devono munire il proprio difensore di una procura speciale alle liti. Inoltre, il soggetto proposto non ha un interesse concreto a impugnare la confisca se si limita a sostenere che i beni appartengono realmente ai terzi, senza dimostrare la liceità del loro acquisto o un proprio vantaggio reale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Omesso versamento della cauzione: la povertà non è reato
Un uomo sottoposto a misura di prevenzione personale è stato condannato per l'omesso versamento della cauzione di 300 euro alla Cassa delle ammende. L'imputato si è difeso allegando una grave situazione di indigenza economica e lo stato di necessità. La Corte d'appello ha confermato la condanna, ritenendo la somma modesta e la documentazione incompleta. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che l'impossibilità economica esclude la colpevolezza. I giudici di merito avrebbero dovuto verificare la reale situazione finanziaria dell'imputato, anche usando i propri poteri d'ufficio, anziché respingere la difesa con una motivazione apparente. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Patente finta al controllo: condanna per uso di atto falso
Un conducente, sottoposto all'obbligo di dimora e privo di patente, viene fermato dalla polizia stradale. Durante il controllo, esibisce due patenti di guida nigeriane contraffatte, spacciandole per valide a livello internazionale. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna per violazione della misura di prevenzione e per il reato di uso di atto falso (art. 489 c.p.). I giudici chiariscono che mostrare documenti falsi alle forze dell'ordine integra pienamente il reato contestato, respingendo la richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attualità della pericolosità sociale: la Cassazione nega sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da un Padre e da sua Figlia contro l'applicazione della sorveglianza speciale e la confisca di 25.000 euro. Il Padre contestava l'attualità della pericolosità sociale, sostenendo che i reati contestati fossero troppo datati e richiamando i propri problemi di salute. La Figlia rivendicava la proprietà del denaro sequestrato, giustificandolo come regalo di nozze. I giudici hanno confermato la legittimità dei provvedimenti: la pericolosità del Padre è supportata da una biografia criminale ininterrotta, culminata nel recente possesso di armi e droga. Inoltre, la tesi della Figlia sulla provenienza lecita del denaro è stata smentita dalla sproporzione rispetto ai redditi familiari dichiarati. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: un passaggio in auto costa il terreno
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di un terreno nei confronti di un soggetto ritenuto vicino a un clan mafioso. Il Proposto contestava il provvedimento, sostenendo che la sua pericolosità sociale fosse legata a un singolo e sporadico episodio del 1994, quando aveva accompagnato un esponente di spicco della criminalità organizzata presso il covo di un latitante. I giudici hanno invece stabilito che tale condotta, per la riservatezza del contesto, dimostrava un inserimento stabile e consapevole nel clan già all'epoca degli acquisti immobiliari. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità del sequestro e della successiva acquisizione del bene da parte dello Stato.
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