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Manleva — Anno 2022

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120 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Manleva

Provvedimenti

Responsabilità solidale negli appalti: no ai risarcimenti
Un lavoratore, escluso illegittimamente dalla propria cooperativa appaltatrice, ha richiesto il pagamento delle retribuzioni maturate durante il periodo di estromissione direttamente all'impresa committente. Il lavoratore ha invocato la responsabilità solidale negli appalti ai sensi dell'articolo 29 del decreto legislativo 276 del 2003. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che la responsabilità solidale negli appalti copre esclusivamente i trattamenti retributivi legati all'effettivo svolgimento dell'attività lavorativa. Poiché il lavoratore non ha prestato servizio durante il periodo di estromissione, le somme dovute dalla cooperativa hanno natura risarcitoria e non retributiva. Di conseguenza, l'impresa committente non è tenuta a risponderne in solido. Il lavoratore perde la causa e deve restituire le somme eventualmente già percepite.
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Efficacia temporale della polizza: l’impresa vince
Un cittadino ha subito danni da infiltrazioni d'acqua nella propria casa a causa di lavori stradali comunali eseguiti da un'impresa edile. Il Tribunale ha condannato il Comune e l'impresa, ma ha escluso la copertura dell'assicurazione dell'impresa. In appello, i giudici hanno ritenuto la polizza applicabile ai lavori stradali, ma hanno negato il risarcimento sostenendo che l'impresa non avesse provato che il danno fosse avvenuto durante l'efficacia temporale della polizza. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'impresa: il primo giudice aveva già accertato che il danno era avvenuto nel periodo di validità del contratto e, non essendo stata impugnata sul punto dall'assicurazione, tale circostanza era ormai coperta da giudicato. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Prescrizione aliud pro alio: nessun risarcimento dopo 10 anni
Un acquirente ha acquistato un quadro rivelatosi falso dopo vent'anni. Il venditore finale ha chiamato in causa i precedenti intermediari fino al venditore originario, che aveva consegnato l'opera nel 1989. La Corte di Cassazione ha stabilito che il termine per chiedere la risoluzione del contratto e il risarcimento si prescrive in dieci anni. La prescrizione aliud pro alio inizia a decorrere dal momento della consegna del bene (1989) e non dalla scoperta della falsità (avvenuta nel 2011). L'ignoranza del compratore costituisce un mero ostacolo di fatto che non sospende il decorso del tempo. La Suprema Corte ha quindi accolto il ricorso del venditore originario, dichiarando prescritta l'azione nei suoi confronti.
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Erogazione di acqua non potabile: il gestore paga i danni
Una società utente ha chiesto il risarcimento dei danni al gestore del servizio idrico a causa dell'erogazione di acqua non potabile con livelli di arsenico superiori ai limiti di legge. Il gestore ha chiamato in causa l'ente regionale per essere manlevato da ogni responsabilità. Il Tribunale ha condannato il gestore ma ha dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario sulla domanda di manleva, ritenendola di competenza del giudice amministrativo. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che sia la domanda di risarcimento dell'utente sia la domanda di garanzia contro l'ente regionale spettano alla giurisdizione del giudice ordinario. L'erogazione di acqua non potabile costituisce infatti un inadempimento contrattuale e la domanda di garanzia ne rappresenta un diretto riflesso.
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Compensi professionali dell’avvocato: maxi pretese e prove reali
Un professionista ha richiesto oltre seicentomila euro per l'attività difensiva svolta in favore di un dirigente in un lungo processo penale. Il Tribunale ha liquidato trentamila euro, ritenendo non provata la particolare complessità del caso, e ha condannato le società datrici di lavoro a tenere indenne il dirigente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso principale del legale, confermando che la determinazione dei compensi professionali dell'avvocato deve basarsi sulle prestazioni effettivamente provate e sulle tariffe vigenti, senza automatismi di maggiorazione. Ha inoltre dichiarato inammissibile il ricorso incidentale delle società, confermando la decisione di merito.
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Rimborso spese legali del dipendente: la forma batte la sostanza
Un medico (Il Lavoratore) ha chiesto all'Azienda Ospedaliera il rimborso delle spese legali sostenute per difendersi in un processo penale per un presunto errore medico, poi archiviato. L'Azienda ha rifiutato il pagamento perché il dipendente non l'aveva informata preventivamente della nomina del difensore, violando il contratto collettivo. Dopo aver perso nei primi due gradi di giudizio, il medico ha fatto ricorso in Cassazione ma ha successivamente depositato una formale rinuncia. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato estinto il giudizio, confermando la perdita del diritto al rimborso spese legali del dipendente e disponendo la compensazione delle spese di questo grado.
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Contratto autonomo di garanzia: banca bloccata dal ritardo
Una società appaltatrice impugna la decisione che la obbligava a rimborsare il garante, il quale aveva pagato una banca a seguito dell'inadempimento di un appalto di servizi informatici. La Corte d'Appello aveva ritenuto inammissibile il ricorso, escludendo l'applicazione del termine di decadenza semestrale previsto dalla legge sul presupposto che si trattasse di un contratto autonomo di garanzia. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società appaltatrice. I giudici chiariscono che la qualificazione come contratto autonomo di garanzia non esclude automaticamente l'applicazione del termine di decadenza per l'azione del creditore, a meno che le parti non lo abbiano espressamente escluso nel contratto. La causa viene quindi rinviata alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Diritto di regresso: l’impresa edile vince contro il produttore
I proprietari di una villetta subiscono gravi infiltrazioni d'acqua a causa della rottura del tetto in plastica dopo una grandinata. L'impresa edile che ha eseguito i lavori viene condannata a risarcire i proprietari, ma chiede di essere tenuta indenne dal produttore dei materiali difettosi. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del produttore, confermando che l'impresa edile ha il pieno diritto di regresso nei suoi confronti ai sensi del Codice del Consumo. Questo diritto si applica anche se il rapporto originario derivava da un contratto di appalto, poiché la legge equipara l'appalto alla vendita quando l'obiettivo è la fornitura di beni di consumo. Il produttore deve quindi rimborsare l'impresa edile per i danni risarciti ai clienti.
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Rimborso tariffa depurazione: prova al gestore e non all’utente
Alcuni cittadini hanno richiesto il rimborso tariffa depurazione al gestore idrico a causa del malfunzionamento del depuratore locale. Il Tribunale aveva rigettato la domanda, ritenendo che spettasse agli utenti dimostrare il cattivo funzionamento dell'impianto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei cittadini, stabilendo un principio fondamentale: spetta al gestore del servizio idrico dimostrare il corretto funzionamento dell'impianto di depurazione nel periodo di fatturazione, e non all'utente provarne l'inefficienza. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio al Tribunale di Napoli per una nuova decisione.
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Clausola di contenimento: acqua non potabile e limiti di danno
Alcuni utenti hanno citato in giudizio il Gestore Idrico per ottenere il risarcimento dei danni causati dalla mancata dearsenificazione dell'acqua e la riduzione del canone. Gli utenti avevano inserito una clausola di contenimento per limitare la domanda entro la competenza del Giudice di Pace. Il Tribunale ha tuttavia disposto una riduzione indefinita dei costi, superando tale limite. Inoltre, il Tribunale ha negato la giurisdizione ordinaria sulla domanda di manleva del Gestore verso la Regione e ha condannato il Gestore a pagare le spese a favore di un ente rimasto contumace. La Cassazione ha accolto il ricorso del Gestore Idrico, stabilendo che la clausola di contenimento impedisce di superare i limiti di valore, che il giudice ordinario è competente sulla manleva e che non si possono liquidare le spese a favore del contumace.
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Domanda di garanzia impropria: gestore idrico contro la Regione
Un'azienda privata ha chiesto il risarcimento dei danni al Gestore del servizio idrico per la mancata dearsenificazione dell'acqua potabile. Il Gestore ha chiamato in causa la Regione per essere sollevato da ogni responsabilità. Il Tribunale ha dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario sulla richiesta contro l'ente pubblico. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Gestore, stabilendo che la domanda di garanzia impropria proposta dal gestore del servizio idrico contro l'ente pubblico spetta alla giurisdizione del giudice ordinario. Questa domanda rappresenta infatti il riflesso della causa principale di risarcimento danni, già radicata davanti al giudice civile. La sentenza viene quindi cassata con rinvio.
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Vendita di aliud pro alio: compra una casa, riceve un magazzino
L'Acquirente ha acquistato dall'Azienda Venditrice un immobile destinato a uso abitativo, rivelatosi poi un magazzino privo di licenza edilizia, allaccio idrico, scarico fognario e abitabilità. L'Acquirente ha quindi chiesto la risoluzione del contratto per grave inadempimento. I giudici di merito hanno accolto la domanda, ravvisando una vendita di aliud pro alio. L'Azienda Venditrice ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando tra l'altro la mancata attivazione dell'Acquirente per sanare i vizi e ottenere i canoni di locazione dall'inquilina. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la consegna di un immobile privo di abitabilità e di allacci essenziali configura una vendita di aliud pro alio. L'Acquirente vince definitivamente la causa, ottenendo la risoluzione del contratto e il risarcimento del danno, mentre l'Azienda Venditrice viene condannata a pagare le spese di giudizio.
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Fondo di garanzia INPS: niente rimborso al committente
I Lavoratori di una cooperativa in liquidazione hanno ottenuto la condanna del Committente al pagamento del TFR non corrisposto, in virtù della responsabilità solidale negli appalti. Il Committente ha successivamente richiesto di essere rimborsato dall'Istituto Previdenziale, pretendendo di sostituirsi ai dipendenti nell'accesso al Fondo di garanzia INPS. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta del Committente. I giudici hanno stabilito che il pagamento del TFR da parte del Committente estingue il credito dei lavoratori, facendo venire meno il presupposto dell'inadempimento necessario per attivare il Fondo di garanzia INPS. Quest'ultimo ha natura previdenziale e solidaristica, volta a tutelare esclusivamente i lavoratori e non a sollevare i terzi coobbligati dai loro doveri di legge.
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Inoperatività della polizza assicurativa: l’azienda paga i danni
Alcuni acquirenti hanno citato in giudizio L'Azienda venditrice per gravi difetti di costruzione degli immobili acquistati. L'Azienda ha chiamato in causa l'impresa costruttrice e la Compagnia Assicurativa per essere sollevata da ogni responsabilità. La Corte d'Appello ha condannato L'Azienda, escludendo la copertura assicurativa poiché mancavano il collaudo e l'abitabilità dell'edificio. L'Azienda ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'inoperatività della polizza assicurativa fosse un'eccezione in senso stretto, non rilevabile d'ufficio dal giudice. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la contestazione sull'operatività della copertura costituisce una mera difesa e può essere rilevata d'ufficio dal giudice se risulta dai documenti di causa. Di conseguenza, L'Azienda è stata condannata a pagare le spese legali alla Compagnia Assicurativa.
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Ristrutturazione edilizia e distanze legali: tetto da demolire
Una proprietaria ha fatto causa a una società costruttrice lamentando che il rifacimento del tetto di un edificio vicino violasse le distanze dal confine. La società sosteneva si trattasse di una semplice ristrutturazione. La Corte d'Appello ha invece accertato che l'intervento, avendo aumentato l'altezza di novanta centimetri e modificato la forma del tetto creando un sottotetto potenzialmente abitabile, costituiva una nuova costruzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che ogni modifica che aumenta altezza o volume si qualifica come nuova costruzione. Di conseguenza, l'opera rientra nella disciplina della ristrutturazione edilizia e distanze legali, obbligando il costruttore alla riduzione in pristino (demolizione) e al risarcimento dei danni, oltre a dover tenere indenni gli acquirenti degli appartamenti.
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Apparenza del diritto: la banca paga per il fax del marito
Una correntista ha citato in giudizio un istituto di credito chiedendo la restituzione di oltre cinquantamila euro. La banca aveva venduto i titoli della donna, costituiti in pegno, basandosi su un fax inviato dal marito, non intestatario del conto. La Corte d'Appello ha condannato la banca, escludendo la validità dell'ordine di vendita. La Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso della banca. I giudici hanno chiarito che nei contratti formali, come la gestione di titoli, non trova applicazione il principio dell'apparenza del diritto. Di conseguenza, la banca non poteva fare affidamento sulle istruzioni del coniuge senza una procura scritta. La banca è stata quindi condannata a risarcire la cliente per l'operazione non autorizzata.
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Cessione di ramo d’azienda: paga l’acquirente e non il cedente
Un ente pubblico ha fatto causa all'appaltatore per gravi infiltrazioni d'acqua in un complesso residenziale. L'appaltatore ha chiamato in causa la società subentrante nei lavori di impermeabilizzazione per essere sollevato dalle responsabilità. La società subentrante ha sostenuto di non essere responsabile, avendo acquistato solo successivamente un ramo d'azienda. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società subentrante. I giudici hanno stabilito che la cessione di ramo d'azienda comporta il subentro automatico nei contratti non ancora del tutto esauriti, incluse le garanzie per i gravi difetti dell'opera. Poiché i lavori erano ancora in corso al momento del trasferimento, la società acquirente risponde dei danni strutturali causati dalle infiltrazioni d'acqua.
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Risarcimento danni da investimenti: banca vince sul ricalcolo
Alcuni risparmiatori hanno citato in giudizio un istituto di credito chiedendo il risarcimento danni da investimenti per l'acquisto di obbligazioni argentine, lamentando la violazione degli obblighi informativi. La banca ha chiamato in causa il proprio funzionario per essere manlevata. La Corte d'Appello ha accertato la responsabilità della banca (per due terzi) e del dipendente (per un terzo), calcolando il danno sulla base del valore dei titoli al momento della domanda giudiziale (2006). La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della banca e del funzionario sul calcolo del danno: il valore dei titoli deve essere accertato al momento della decisione finale e non della domanda. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello per ricalcolare il risarcimento.
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Cointestazione dossier titoli: la banca paga ma il coerede perde
Una coerede contesta alla banca il trasferimento di titoli ereditari a favore del fratello, avvenuto nonostante la sua formale opposizione scritta. La Corte d'Appello accerta la paritaria cointestazione dossier titoli e condanna la banca a risarcire la donna, obbligando il fratello a rimborsare l'istituto di credito per aver incassato più della sua quota. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del fratello. I giudici confermano che l'opposizione di un cointestatario blocca la facoltà di disposizione disgiunta. Inoltre, il fratello avrebbe dovuto proporre appello incidentale per contestare la comproprietà dei titoli stabilita in primo grado. Vince la coerede, mentre il fratello deve rimborsare la banca e pagare le spese processuali.
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Distanze legali tra edifici: l’abuso è del venditore, chi paga?
Il Vicino ha citato in giudizio i Nuovi Proprietari per violazione delle distanze legali tra edifici a causa di una mansarda abusiva, chiedendone l'arretramento e il risarcimento dei danni. I Nuovi Proprietari hanno chiamato in causa i Venditori per essere garantiti, poiché l'abuso era stato iniziato da questi ultimi. La Corte d'Appello ha condannato i Nuovi Proprietari all'arretramento e ha escluso la responsabilità dei Venditori. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei Nuovi Proprietari limitatamente alla responsabilità dei Venditori. I giudici di legittimità hanno rilevato una grave contraddizione nella sentenza d'appello: la perizia tecnica aveva infatti dimostrato che i Venditori avevano realizzato ben due terzi della mansarda abusiva prima della vendita. La causa è stata rinviata per un nuovo esame sulla manleva.
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