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Liquidazione Giudiziale

311 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Procedura concorsuale che ha sostituito il fallimento, finalizzata a liquidare il patrimonio di un'impresa insolvente per soddisfare i creditori.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Interessi di Mora Compensi Avvocato: La Cassazione chiarisce la decorrenza
Un Avvocato ha chiesto a una Banca il pagamento dei compensi per l'attività professionale svolta. Il Tribunale ha riconosciuto gli interessi di mora a partire da trenta giorni dopo l'invio del preavviso di parcella. La Banca ha contestato questa decorrenza, sostenendo che gli interessi dovessero partire solo dalla liquidazione giudiziale del compenso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Banca, stabilendo che gli interessi di mora compensi avvocato decorrono dalla messa in mora (richiesta di pagamento o domanda giudiziale), anche se l'importo finale liquidato dal giudice è inferiore a quello inizialmente richiesto. La contestazione del cliente non impedisce la mora se la sua condotta è dilatoria.
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Liquidazione compensi avvocato: niente aumenti senza più lavoro
Un difensore ha promosso un ricorso per ottenere una maggiore liquidazione compensi avvocato dopo aver assistito un supercondominio e vari condomìni in una procedura esecutiva conclusasi con un accordo. Il legale richiedeva oltre ventidue mila euro, applicando i parametri per il pignoramento presso terzi e la maggiorazione per la difesa di una pluralità di parti. I condomìni si sono opposti, evidenziando la semplicità dell'attività svolta e l'avvenuto pagamento di un congruo acconto. I giudici di merito hanno respinto la richiesta del legale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. Il giudice possiede la facoltà discrezionale di negare l'aumento per la difesa di più soggetti se la prestazione non presenta un aggravio difensivo o questioni giuridiche differenziate.
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Rinuncia al ricorso in Cassazione: estinzione e spese azzerate
La vicenda riguarda un contenzioso tra una società commerciale e la liquidazione giudiziale di un consorzio. La società aveva impugnato un decreto del Tribunale dinanzi alla Corte di Cassazione, ma ha successivamente presentato formale rinuncia al ricorso. La liquidazione giudiziale ha accettato espressamente tale rinuncia nello stesso atto. La Corte di Cassazione ha preso atto dell'accordo tra le parti e ha dichiarato l'estinzione del giudizio. A fronte dell'adesione della controparte alla rinuncia al ricorso, i giudici non hanno pronunciato alcuna condanna al pagamento delle spese processuali, chiudendo definitivamente la vertenza senza impatti economici reciproci.
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Liquidazione giudiziale termine ricorso: no ai sessanta giorni
Un creditore garantito da fideiussione ha richiesto l'apertura della procedura concorsuale contro una società debitrice non adempiente. Dopo l'accoglimento del reclamo in appello con la dichiarazione di crisi, la società si è opposta con ricorso alla Corte di Cassazione. Il giudizio ha affrontato la tempestività dell'impugnazione. La Suprema Corte ha stabilito che per la liquidazione giudiziale termine ricorso resta rigorosamente fissato in trenta giorni. L'azienda debitrice ha notificato l'atto oltre la scadenza prevista dall'articolo 51 del Codice della Crisi. I giudici hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione tardiva della società, confermando l'apertura della procedura e condannandola alle spese di causa.
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Rinvio della causa per concordato e stop alle liti giudiziarie
Una società in liquidazione giudiziale ha chiesto la sospensione del giudizio pendente in Cassazione. La società ha motivato l'istanza con l'esistenza di una proposta di concordato avanzata da un terzo assuntore. Qualora il concordato venga approvato, la società rinnuncerà al ricorso principale. La Corte di Cassazione ha riscontrato la piena ragionevolezza della richiesta e ha disposto il rinvio della causa per concordato a nuovo ruolo, nell'attesa dell'evoluzione della procedura concorsuale.
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Liquidazione giudiziale: credito confermato e sanzione personale
Una società cessionaria di un ramo d'azienda ha impugnato la decisione che disponeva la sua liquidazione giudiziale su ricorso di un creditore. La debitrice sosteneva che il credito fosse incerto perché legato a un contratto con condizione non avverata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che per avviare la liquidazione giudiziale è sufficiente un accertamento sommaria e incidentale del credito. Inoltre, l'impossibilità di avverare la condizione contrattuale è risultata imputabile alla condotta colposa della stessa debitrice. I giudici hanno condannato al pagamento delle spese processuali la società e, in solido, il suo legale rappresentante per aver agito senza la normale prudenza.
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Concordato preventivo: la continuità non salva il piano vuoto
Un'azienda ha richiesto l'accesso alla procedura di concordato preventivo per risanare la propria posizione debitoria. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la domanda e ha aperto la liquidazione giudiziale. L'azienda ha proposto reclamo sostenendo la presenza di futuri incassi, cause attive e la disponibilità dei soci a immettere nuova liquidità. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta poiché tali elementi non figuravano nel piano originale valutato dall'attestatore. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. Il supremo consesso ha chiarito che l'astratta tutela della continuità aziendale non può sostituire la concretezza e la trasparenza del piano presentato ai creditori. L'azienda soccombente deve pagare le spese legali.
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Concordato preventivo e liquidazione: la svolta in Cassazione
Il Tribunale aveva aperto la liquidazione giudiziale nei confronti di un'azienda debitrice, rigettando la sua proposta di concordato preventivo. La Corte d'Appello ha successivamente revocato la liquidazione e ha ammesso la proposta concordataria. Il curatore della liquidazione ha quindi proposto ricorso in Cassazione. Durante il giudizio di legittimità, i creditori hanno approvato il piano a larga maggioranza e il Tribunale ha omologato definitivamente il concordato preventivo senza alcuna opposizione. Con la chiusura della procedura l'azienda e ritornata in bonis. La Suprema Corte ha dichiarato cessata la materia del contendere, poiche l'omologazione definitiva ha eliminato qualsiasi interesse del curatore a proseguire la causa.
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Concordato preventivo: stop al rinvio dopo il sequestro dei beni
Una società contesta la revoca dell'ammissione al concordato preventivo e la successiva apertura della liquidazione giudiziale. La debitrice lamenta il mancato rinvio dell'udienza per apportare modifiche alla proposta, resa irrealizzabile a seguito di un sequestro penale che ha bloccato i fondi messi a disposizione da terzi. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della società. I giudici confermano che il debitore non ha diritto a un rinvio per modificare il piano durante il procedimento di revoca. Il sequestro penale compromette la fattibilità del concordato e non costituisce causa di forza maggiore per ottenere la rimessione in termini. La proposta non garantiva più il soddisfacimento minimo del venti per cento dei creditori chirografari. La decisione conferma la liquidazione giudiziale con condanna della società al pagamento delle spese di giudizio.
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Liquidazione giudiziale: non paga i debiti e perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato l'apertura della liquidazione giudiziale a carico di una società debitrice operante nel settore navale. La vicenda nasce dal mancato pagamento dei canoni di locazione stabiliti in un contratto immobiliare, generando un debito superiore a 600.000 euro nei confronti della società creditrice. La Corte d'Appello aveva accertato lo stato di insolvenza rilevando bilanci con patrimonio netto negativo e crediti inconsistenti. Nel ricorso in Cassazione, la società debitrice ha contestato le valutazioni sui propri controcrediti e sulle prove contabili. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il giudizio di legittimità non consente un riesame dei fatti o la rivalutazione delle prove già svolta dai giudici di merito. La società soccombente è stata quindi condannata al pagamento delle spese legali.
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Principio di non contestazione e assenza del Fisco in giudizio
Una società riceve un'intimazione di pagamento e presenta ricorso. L'Ente della Riscossione non si costituisce regolarmente nel giudizio di primo grado per un errore formale. Il giudice di secondo grado rigetta l'appello dell'Ente, ritenendo che la mancata costituzione iniziale rendesse incontestabili i fatti allegati dalla società, applicando così il principio di non contestazione, e vietando la produzione di nuovi documenti. La Corte di Cassazione ribalta la decisione: stabilisce che il principio di non contestazione si applica unicamente alla parte regolarmente costituita e non al contumace. Inoltre, conferma che nel processo tributario instaurato prima della riforma del 2024 è sempre consentito depositare nuovi documenti in appello. La sentenza viene quindi cassata con rinvio ad altra sezione della Corte di Giustizia Tributaria.
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Finanza esterna nel concordato: la Cassazione esclude il piano
Una società in stato di insolvenza ha proposto ricorso per accedere al concordato preventivo, qualificando come finanza esterna nel concordato le somme che una società conferitaria avrebbe versato all'Erario a copertura dei debiti fiscali. I giudici di merito hanno dichiarato inammissibile la proposta e aperto la liquidazione giudiziale, evidenziando che le risorse promesse non erano estranee né neutrali: la società conferitaria era già tenuta a quel pagamento in forza dell'accollo dei debiti pattuito nell'atto di conferimento aziendale, e la debitrice iscriveva un corrispondente credito nel proprio bilancio. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. Il collegio ha ribadito che non si configura un effettivo apporto di finanza esterna quando le risorse impiegate derivano da obblighi contrattuali preesistenti o attingono indirettamente al patrimonio della stessa società debitrice.
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Liquidazione giudiziale: quando il ricorso in Cassazione fallisce
Una società creditrice ha chiesto l'apertura della liquidazione giudiziale nei confronti di un'impresa per debiti non pagati. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accertato lo stato di insolvenza della società debitrice sulla base di decreti ingiuntivi, debiti fiscali e bilanci negativi. Il socio ed ex amministratore, insieme alla società debitrice, ha proposto ricorso in Cassazione per contestare la decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. Il socio non possedeva la legittimazione ad agire, non essendo stato parte nel giudizio di reclamo in appello. La società debitrice ha presentato motivi confusi che richiedevano un riesame dei fatti non consentito in sede di legittimità. La liquidazione giudiziale rimane confermata con la condanna dei soccombenti alle spese legali.
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Cram down fiscale: no alla continuità prima della riforma
L'Azienda ha proposto un concordato preventivo in continuità aziendale indiretta. Non avendo ottenuto l'approvazione delle classi di creditori, ha chiesto l'omologazione forzata mediante Cram down fiscale. L'Ente Fiscale si è opposto, sostenendo che, secondo la normativa previgente alla riforma del 2024, il superamento del voto contrario del Fisco si applicava soltanto al concordato liquidatorio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente Fiscale, stabilendo che la disciplina del Cram down fiscale per il concordato in continuità non ha valore retroattivo e non può applicarsi alle procedure antecedenti alla modifica legislativa. Di conseguenza, la sentenza della Corte d'Appello è stata annullata con rinvio.
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Concordato preventivo: la vecchia legge vince sul nuovo codice
Un'azienda affronta una richiesta di fallimento avanzata dal Pubblico Ministero prima del 15 luglio 2022, data di entrata in vigore del Codice della Crisi. Successivamente, l'ente di riscossione e altri creditori chiedono la liquidazione giudiziale. L'azienda propone quindi una domanda di concordato preventivo con riserva basandosi sulle nuove norme del Codice della Crisi. I giudici di merito dichiarano inammissibile la richiesta dell'azienda ritenendola tardiva. La Corte di Cassazione conferma il rigetto del ricorso dell'azienda ma corregge la motivazione giuridica. La Suprema Corte stabilisce che la prima richiesta di fallimento, presentata prima del 15 luglio 2022, attrae l'intera vicenda sotto la vecchia Legge Fallimentare. Di conseguenza, anche la domanda di concordato preventivo presentata successivamente doveva seguire le regole previste dalla normativa precedente. L'azienda perde il ricorso ma le spese vengono interamente compensate.
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Scioglimento del preliminare ed indennità di occupazione dovuta
Una società immobiliare stipula un contratto preliminare di vendita per un immobile, concedendone il possesso immediato all'acquirente. L'acquirente entra successivamente in liquidazione giudiziale e il curatore decide lo scioglimento del contratto. La proprietaria richiede l'inserimento nello stato passivo dei crediti fiscali e di una somma a titolo di compensazione per la mancata restituzione del bene. In seguito allo scioglimento del preliminare ed indennità di occupazione negata dal Tribunale, la proprietaria ricorre in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso e stabilisce che, se il curatore trattiene l'immobile dopo il recesso, la procedura deve versare un indennizzo per l'occupazione senza titolo. La Corte chiarisce inoltre che nei giudizi di opposizione allo stato passivo si possono produrre nuovi documenti e che i tributi sui rifiuti gravano su chi detiene l'immobile.
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Inattendibilità del bilancio: esenzione negata alla società
Una società debitrice ha impugnato l'apertura della liquidazione giudiziale sostenendo di essere un'impresa minore esente dalla procedura concorsuale. A supporto della richiesta ha presentato i bilanci degli ultimi tre esercizi. I giudici hanno riscontrato l'inattendibilità del bilancio a causa dell'omessa registrazione di un ingente debito accertato con sentenza definitiva e della sopravvalutazione di crediti e immobilizzazioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la valutazione sull'attendibilità dei documenti spetta esclusivamente ai giudici di merito. Decaduta la presunzione di veridicità dei conti, la società è stata assoggettata alla liquidazione e sanzionata per lite temeraria.
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Liquidazione giudiziale società: quando l’attivo non basta
La Corte di Cassazione ha confermato l'apertura della liquidazione giudiziale società per un'impresa immobiliare in fase di liquidazione volontaria. Alcuni professionisti avevano richiesto la procedura concorsuale per ottenere il pagamento dei compensi. La società contestava il credito e sosteneva di possedere immobili con valore superiore ai debiti. La Suprema Corte ha chiarito due principi essenziali. Per chiedere la procedura non occorre un credito accertato con sentenza definitiva, essendo sufficiente una verifica incidentale del giudice. Inoltre, per le imprese non operative rileva l'insolvenza statica, ossia la reale e tempestiva capacità di realizzare l'attivo per pagare i creditori. L'incertezza sui tempi di vendita degli immobili e il costante aumento dei debiti confermano lo stato di insolvenza. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società debitrice, condannandola alle spese di giudizio.
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Liquidazione giudiziale: ricorso tardivo e sanzioni salate
Un imprenditore ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello che confermava la dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale a suo carico. L'imprenditore sosteneva di essere un'impresa minore e di non versare in stato di insolvenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per tardività. Il termine di trenta giorni decorre dalla comunicazione via PEC inviata dalla cancelleria e la procedura non è soggetta alla sospensione feriale estiva. L'imprenditore ha perso la causa ed è stato condannato alle spese di giudizio, oltre a sanzioni pecuniarie per lite temeraria e al versamento del doppio contributo unificato.
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Liquidazione giudiziale e impresa minore: conta il debito reale
Una società debitrice ha impugnato la decisione che ha disposto l'apertura della procedura concorsuale. L'impresa sosteneva di rientrare nella definizione di liquidazione giudiziale e impresa minore, vantando l'inattività e una dimensione ridotta. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha confermato che il debito complessivo superava i cinquecentomila euro, soglia limite stabilita dalla legge. I giudici hanno chiarito che il conteggio dei debiti deve considerare la situazione reale al momento dell'apertura della procedura e non solo i bilanci precedenti. Inoltre, la produzione cartacea di documenti da parte del curatore non invalida la decisione senza una concreta lesione dei diritti difensivi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e condannato la società debitrice a pagare le spese legali al creditore.
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