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Lieve Entità

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1343 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Spaccio blindato: perché non è lieve entità dello spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati contro la custodia cautelare. I giudici hanno escluso la qualificazione del reato come lieve entità dello spaccio a causa della complessa organizzazione della loro attività. Le forze dell'ordine avevano infatti scoperto una vera e propria centrale dello spaccio protetta da porte blindate in ferro, un sistema di videosorveglianza con tredici telecamere, monitor interni, bilancini di precisione e un'agenda con la contabilità dei clienti. La Suprema Corte ha stabilito che la presenza di una struttura così sofisticata e impenetrabile è incompatibile con il concetto di piccolo spaccio, anche se le dosi sequestrate al momento dell'arresto erano di modesta entità. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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No alla lieve entità nel reato di spaccio per 350g di eroina
Durante una perquisizione domiciliare, L'Imputata ha tentato di disfarsi di un calzino contenente 350 grammi di eroina gettandolo dalla finestra. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto anche bilancini di precisione, coltelli sporchi di droga e ingenti somme di denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputata, escludendo la configurabilità del reato di favoreggiamento e negando la derubricazione del fatto in lieve entità nel reato di spaccio. I giudici hanno evidenziato che l'elevata quantità di stupefacente sequestrato, idoneo a produrre circa 462 dosi, e la disponibilità di strumenti per il confezionamento dimostrano un'attività di spaccio professionale e redditizia, incompatibile con la minima offensività richiesta dalla legge. L'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Lieve entità nel reato di spaccio: negata l’attenuante per la cocaina
L'Imputato è stato condannato per la detenzione illecita di 63 grammi di cocaina (pari a 138 dosi) e per plurime cessioni di droga. Ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del fatto come fatto di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Lieve entità nel reato di spaccio non può essere riconosciuta se la valutazione complessiva degli elementi concreti (quantità di droga, possesso di ingenti somme di denaro, modalità di detenzione e professionalità dell'attività) dimostra una spiccata capacità di diffusione sul mercato. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lieve entità sostanze stupefacenti: no allo sconto con 700 dosi
L'Imputato ha proposto ricorso contro la condanna per detenzione illecita di stupefacenti, richiedendo il riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità sostanze stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che l'elevato numero di dosi ricavabili (oltre 700), le modalità di detenzione e la pluralità di cessioni in breve tempo escludono la minima offensività del fatto. Di conseguenza, l'applicazione della fattispecie attenuata è stata legittimamente negata, confermando la gravità della condotta e la personalità negativa del soggetto. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: no a sconti tardivi
Un uomo è stato condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti, nello specifico oltre 52 grammi di cocaina equivalenti a 287 dosi. L'imputato ha proposto ricorso lamentando la mancata applicazione della circostanza attenuante della lieve entità e il diniego delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la questione della lieve entità non può essere sollevata per la prima volta in Cassazione se non era stata oggetto dei motivi di appello. Inoltre, l'elevata quantità di droga e l'alto principio attivo escludono in radice la minima offensività del fatto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: spaccio reale, uso escluso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per la detenzione di sostanze stupefacenti, in particolare hashish e cocaina. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità per l'hashish e il riconoscimento dell'uso personale per la cocaina, oltre alla sospensione condizionale della pena. I giudici hanno respinto tutte le richieste. La quantità rilevante di hashish e le modalità di conservazione indicano un'attività di spaccio professionale. Inoltre, l'assenza di prove sul consumo personale di cocaina e i numerosi precedenti penali dell'uomo escludono qualsiasi beneficio di legge. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità nel reato di spaccio: negata a chi ha 325 dosi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato richiedeva il riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità nel reato di spaccio, producendo una consulenza tecnica di parte per attestare la propria tossicodipendenza. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, escludendo l'attenuante a causa di elementi oggettivi insuperabili: il possesso di un quantitativo equivalente a 325 dosi singole di cocaina, la disponibilità di materiale per il confezionamento e la commissione del fatto mentre si trovava in regime di detenzione domiciliare. La Suprema Corte ha ribadito che la consulenza di parte non può superare la valutazione complessiva del giudice sulla gravità del fatto. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che costa caro
Due imputati hanno proposto un ricorso contro patteggiamento per contestare la mancata qualificazione del reato di detenzione di stupefacenti come fatto di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è ammesso solo per motivi tassativi, come l'espressione della volontà o l'illegalità della pena. La richiesta di rivalutare i fatti per ottenere l'attenuante della lieve entità non rientra tra questi casi, poiché richiede un esame di merito precluso alla Cassazione. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Applicazione della pena su richiesta: stop ai ricorsi di merito
Il caso riguarda un uomo condannato per detenzione di stupefacenti che ha proposto ricorso contro la sentenza di applicazione della pena su richiesta. Il ricorrente lamentava la mancata qualificazione del fatto come di lieve entità, richiedendo una rivalutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di applicazione della pena su richiesta, il ricorso per cassazione è limitato a motivi specifici e non può essere utilizzato per richiedere una nuova valutazione dei fatti o del merito della condotta, a meno che non vi sia un errore manifesto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: stanza privata e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti (eroina). La polizia aveva rinvenuto oltre 360 grammi di droga nella camera da letto dell'imputato, all'interno di un appartamento condiviso. La difesa sosteneva che la droga appartenesse al coinquilino e chiedeva la riqualificazione del fatto in lieve entità, lamentando l'assenza di una perizia chimica sul principio attivo. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice non ha l'obbligo di disporre una perizia se la colpevolezza emerge da altre prove. Inoltre, l'ingente quantitativo e la condotta professionale escludono la lieve entità. L'imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: dosi minime, pene alte
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di diversi imputati condannati per associazione finalizzata al narcotraffico e spaccio di stupefacenti a Trinitapoli. Gli imputati chiedevano la riqualificazione dei fatti come ipotesi di lieve entità. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando che la gestione sistematica di una piazza di spaccio, caratterizzata da turni continui, contabilità organizzata, stabilità del gruppo e disponibilità di armi, esclude l'applicazione della lieve entità, anche in presenza di singole cessioni modeste. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese processuali.
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Pronta disponibilità del coltello: condanna inevitabile
Il caso riguarda un uomo condannato nei precedenti gradi di giudizio per porto abusivo di un'arma da taglio. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la pronta disponibilità del coltello e la mancata qualificazione del fatto come di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che stabilire la pronta disponibilità del coltello e valutare la gravità dell'episodio sono questioni di fatto, di competenza esclusiva dei giudici di merito. La Cassazione, infatti, valuta solo la corretta applicazione della legge e non può riesaminare le prove. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Porto abusivo di armi: la difesa personale non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il porto abusivo di armi, nello specifico un coltello. L'imputato si era giustificato sostenendo di portare l'arma con sé per difesa personale, temendo un'aggressione. I giudici hanno chiarito che il timore generico di subire un'aggressione non costituisce un giustificato motivo per circolare armati. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso la concessione dell'attenuante della lieve entità e della non punibilità per particolare tenuità del fatto, a causa delle dimensioni del coltello e dei numerosi precedenti penali del ricorrente, che dimostrano uno scarso autocontrollo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: quando la scorta è spaccio
L'Imputato è stato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio, dopo essere stato trovato in possesso di oltre 220 grammi di marijuana e hashish, equivalenti a più di 500 dosi singole, e di due bilancini di precisione. La difesa ha sostenuto l'uso personale e ha richiesto la riqualificazione del fatto come di lieve entità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'elevato dato ponderale della droga sequestrata esclude l'uso personale, poiché i cannabinoidi perdono efficacia nel tempo, rendendo irragionevole l'accumulo di scorte. Inoltre, la quantità di dosi ricavabili costituisce un elemento assorbente che impedisce il riconoscimento della lieve entità, dimostrando una condotta professionale e sistematica.
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Uso personale di stupefacenti: quando poche dosi costano la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di lieve entità. L'uomo era stato trovato in possesso di due dosi di crack e contanti in una nota piazza di spaccio, dopo essere stato filmato il giorno precedente mentre vendeva droga. La difesa sosteneva l'uso personale di stupefacenti, ma i giudici hanno confermato la condanna penale. La Corte ha chiarito che la destinazione a terzi si desume da elementi concreti come il confezionamento, il tentativo di fuga e i precedenti specifici. Di conseguenza, sono stati negati sia la particolare tenuità del fatto sia il beneficio della sospensione condizionale della pena, confermando la sanzione e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Lieve entità negata: il doppio fondo nella bottiglia costa caro
L'Imputato è stato condannato per detenzione di stupefacenti (marijuana, hashish e cocaina) occultati in contenitori con doppio fondo, insieme a un bilancino di precisione. La difesa ha richiesto la riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità, sostenendo l'uso personale e la mancanza di prove sulla vendita. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la diversità delle sostanze, il numero elevato di dosi (274), l'ingegnoso sistema di occultamento e la presenza di strumenti di confezionamento dimostrano un'attività di spaccio strutturata. Tali elementi escludono categoricamente la lieve entità del fatto, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Spaccio e particolare tenuità del fatto: no allo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per spaccio di cocaina suddivisa in 18 dosi. I giudici hanno confermato l'esclusione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche. La Corte ha chiarito che la lieve entità dello spaccio non comporta automaticamente la particolare tenuità del fatto, poiché i due istituti valutano elementi diversi: il primo si concentra su mezzi, modalità e quantità della droga, mentre il secondo richiede un'analisi globale della condotta, del pericolo e della non abitualità. L'Imputato, trovato con bilancino e denaro in una nota zona di spaccio, è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Terapia o spaccio? No alla lieve entità del fatto per il metadone
Un uomo, in cura presso il SerT, è stato condannato per spaccio di metadone ed eroina. La difesa ha richiesto la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità del fatto, sostenendo che la cessione fosse occasionale e amichevole e che il metadone fosse detenuto legalmente per uso terapeutico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'imputato cedeva abitualmente metadone, utilizzando anche le scorte terapeutiche fornite dal servizio sanitario, come confermato da chat WhatsApp e dal rinvenimento di flaconi non giustificati. La ripetitività delle cessioni e il valore economico escludono l'applicazione della lieve entità del fatto. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Uso personale o spaccio: negata la lieve entità per 1388 dosi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto trovato in possesso di 125 grammi di hashish, con un principio attivo del 28% idoneo a produrre ben 1388 dosi. L'imputato sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale, evidenziando la propria tossicodipendenza e la mancanza di strumenti per il confezionamento. I giudici hanno respinto la tesi difensiva, valorizzando il luogo dell'arresto (una nota piazza di spaccio) e l'incompatibilità economica tra l'acquisto dello stupefacente e il basso reddito percepito. La Suprema Corte ha escluso l'applicazione della circostanza attenuante della lieve entità, ribadendo che l'elevato numero di dosi ricavabili e il contesto dell'azione escludono la minima offensività del fatto, confermando così la rilevanza penale della condotta.
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Lieve entità nel reato di spaccio: condannato chi lancia la droga
Il caso riguarda due soggetti fermati dalle forze dell'ordine a bordo di un'auto con circa 47 grammi di cocaina e 13 grammi di hashish. Durante l'inseguimento, il passeggero ha lanciato la droga dal finestrino. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dei due imputati, escludendo l'applicazione della lieve entità nel reato di spaccio. I giudici hanno respinto la tesi del passeggero, il quale sosteneva di essere un mero spettatore o di aver commesso solo un favoreggiamento. La Suprema Corte ha chiarito che il lancio dello stupefacente dimostra la diretta disponibilità della sostanza. Inoltre, la quantità di droga e i precedenti penali di uno dei soggetti impediscono di considerare il fatto di minore gravità. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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