Il Tribunale di Roma confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di spaccio di stupefacenti. La difesa ricorreva in Cassazione, sostenendo la lieve entità del fatto per il modesto quantitativo di droga (circa 24 grammi di eroina e 2 grammi di hashish) e chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla gravità del fatto deve essere globale: la presenza di bilancini, contanti ingiustificati, materiale da taglio e precedenti penali dimostrano un'attività professionale incompatibile con la lieve entità. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è inevitabile se il domicilio proposto per gli arresti è inadeguato e condiviso con un coindagato, rendendo inefficace anche il braccialetto elettronico contro il rischio di reiterazione del reato.
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