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Lieve Entità

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1343 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Spaccio di lieve entità: il furgone organizzato nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per traffico di stupefacenti. L'imputato contestava il mancato riconoscimento dello Spaccio di lieve entità e la confisca di oltre duemila euro. I giudici hanno confermato la gravità del fatto: l'uomo trasportava morfina equivalente a 281 dosi singole da Brescia a Roma con un furgone, dimostrando un'attività organizzata e stabili legami criminali. Inoltre, la somma sequestrata è stata confiscata poiché sproporzionata rispetto al suo reddito lecito e priva di giustificazione. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione condanna il pusher in bici
Un uomo è stato condannato per spaccio continuato di stupefacenti. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto come spaccio di lieve entità, sostenendo di aver agito da solo e senza una vera organizzazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'attività non era affatto occasionale: l'uomo vendeva dosi quotidianamente da cinque anni, aveva fidelizzato dieci clienti stabili, utilizzava un telefono dedicato e si recava regolarmente in un'altra città per rifornirsi. Questa continuità e professionalità escludono l'applicazione della minore gravità. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: spacciare da soli non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per traffico di stupefacenti. La difesa chiedeva l'applicazione dell'attenuante dello spaccio di lieve entità, sostenendo che il soggetto agisse da solo in strada e con modiche quantità. I giudici hanno rigettato la richiesta evidenziando la gravità complessiva della condotta: oltre 1.600 cessioni di diverse sostanze (cocaina, eroina, crack) protratte per anni, un elevato numero di clienti, il possesso di sei telefoni cellulari e la prosecuzione dell'attività illecita persino durante gli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione e sedicimila euro di multa.
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Detenzione a fini di spaccio: la Cassazione nega la lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione a fini di spaccio. L'imputato contestava la mancata qualificazione del fatto come lieve entità e il diniego delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione degli elementi di prova e la determinazione della pena spettano esclusivamente al giudice di merito. Se la motivazione della sentenza d'appello è logica e coerente, la Cassazione non può sostituire il proprio giudizio a quello dei giudici precedenti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione dopo patteggiamento: i limiti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato che, dopo aver concordato la pena tramite patteggiamento, contestava la mancata qualificazione del reato di droga come fatto di lieve entità. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione dopo patteggiamento per contestare la qualificazione giuridica del fatto è ammesso solo in caso di errore manifesto ed evidente a prima vista. Poiché nel caso specifico la condotta era stata valutata di media rilevanza, non sussisteva alcun errore macroscopico. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità dello spaccio: quando tremila dosi costano caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di stupefacenti. L'imputato nascondeva in un sottoscala un secchio con marijuana equivalente a quasi tremila dosi e possedeva oltre settemila euro in contanti non giustificati. La difesa chiedeva il riconoscimento della lieve entità dello spaccio e delle attenuanti generiche. I giudici hanno respinto la richiesta a causa dell'ingente quantitativo di droga, delle modalità di occultamento e dell'irrilevanza della confessione tardiva. Di conseguenza, l'imputato perde definitivamente la causa, con l'obbligo di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Notifica della sentenza all’imputato assente: ricorso inutile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per spaccio di lieve entità. La difesa lamentava la mancata notifica della sentenza all'imputato assente (notifica dell'estratto della sentenza di secondo grado) e una presunta condanna per sostanze non contestate. La Suprema Corte ha chiarito che, a seguito della riforma della contumacia introdotta dalla Legge 67/2014, la notifica della sentenza all'imputato assente non è più obbligatoria se questi non ha partecipato al processo pur essendone a conoscenza. Inoltre, il giudice d'appello aveva già escluso la rilevanza della seconda sostanza ai fini della pena. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lieve entità dello spaccio: quando il ricorso è inutile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per spaccio continuato di sostanze stupefacenti. Il ricorrente lamentava la mancata concessione della circostanza attenuante della lieve entità dello spaccio, sostenendo un vizio di motivazione della sentenza d'appello. I giudici di legittimità hanno invece rilevato che le contestazioni erano una mera riproposizione di questioni già ampiamente e correttamente analizzate e respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la decisione precedente, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione blinda le pene severe
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per spaccio di lieve entità. I ricorrenti lamentavano l'eccessività della pena applicata dai giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che la determinazione della pena base e la valutazione della gravità del reato spettano esclusivamente al giudice di merito. Se la motivazione è logica e fondata su elementi concreti, come l'alto numero di cessioni (oltre 100 per un imputato e oltre 430 per l'altro) e la stabilità dell'attività illecita, la decisione non è sindacabile in sede di legittimità. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuante del lucro di speciale tenuità: sconti sulla droga
Il caso riguarda un cittadino straniero condannato per spaccio di droga di lieve entità. La Corte di appello aveva escluso l'applicazione dell'attenuante del lucro di speciale tenuità, ritenendola incompatibile con i reati di stupefacenti. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo che l'attenuante del lucro di speciale tenuità è compatibile con il reato di lieve entità se anche l'evento dannoso o pericoloso è minimo. La sentenza è stata annullata limitatamente a questo punto, con rinvio alla Corte di appello di Perugia per una nuova valutazione della pena.
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Lieve entità nei reati di droga: no allo sconto con troppe dosi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza della Corte di Appello. L'imputato chiedeva il riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità nei reati di droga per il possesso di sostanze stupefacenti. I giudici hanno respinto la richiesta evidenziando che il quantitativo di droga sequestrato era notevole e consentiva di ricavare ben 469 dosi singole. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la gravità del fatto, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Ingente quantità di stupefacenti: il peso esclude la lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per possesso di droga. L'imputato trasportava oltre 3,6 chilogrammi di principio attivo di cocaina. La difesa chiedeva il riconoscimento del fatto di lieve entità e l'esclusione dell'aggravante per ingente quantità di stupefacenti. I giudici hanno stabilito che l'enorme quantitativo di droga pura rende impossibile applicare la riduzione per lieve entità. Al contrario, tale volume giustifica pienamente l'aggravante della ingente quantità. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Traffico di stupefacenti: carcere per il boss senza sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato contestava il suo ruolo di vertice e chiedeva che il gruppo fosse qualificato come associazione minore dedita a fatti di lieve entità. I giudici hanno invece confermato la gravità del quadro indiziario, evidenziando una struttura organizzata con ruoli definiti, canali di approvvigionamento stabili e una gestione sistematica dello spaccio. La Suprema Corte ha ribadito che per escludere la lieve entità basta la presenza di modalità organizzative insidiose e continuative, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali.
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Lieve entità stupefacenti: impronta singola ma condanna intera
L'Imputato è stato condannato per detenzione di marijuana dopo il ritrovamento di quattro buste di droga in un giardino condominiale chiuso. Solo una busta recava le sue impronte digitali, per un peso inferiore a cento grammi. L'Imputato ha richiesto l'applicazione della circostanza della lieve entità stupefacenti, sostenendo che la restante droga appartenesse ad altri. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che il contesto complessivo, caratterizzato da un nascondiglio comune e dall'assenza di segni distintivi sulle confezioni, dimostra un accordo tacito tra i detentori. Di conseguenza, la gravità complessiva dell'azione esclude la lieve entità stupefacenti, confermando la condanna e l'applicazione della recidiva a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: no a sconti per incensurati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato deteneva in casa circa 340 grammi di cocaina, suddivisi in ovuli, equivalenti a oltre mille dosi. I giudici hanno respinto la richiesta di riqualificare il fatto come di lieve entità, evidenziando l'elevata quantità di droga sequestrata. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, ricordando che la semplice incensuratezza non è più sufficiente per ottenerle, soprattutto in presenza di un comportamento non collaborativo con le forze dell'ordine. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Spioncino smart e droga: niente lieve entità nei reati di droga
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di hashish e cocaina. L'imputato chiedeva il riconoscimento della "lieve entità nei reati di droga" per l'hashish. I giudici hanno respinto la richiesta evidenziando che l'uomo deteneva 11,43 grammi di sostanza (pari a 28 dosi), possedeva diversi tipi di droghe (cocaina, hashish, marijuana) e strumenti di confezionamento. Inoltre, aveva installato uno spioncino elettronico digitale per sorvegliare il pianerottolo da remoto, indice di un'attività organizzata e non occasionale. La Corte ha confermato la pericolosità del soggetto e la legittimità della pena, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità del fatto: niente sconti con 157 bustine di droga
L'Imputato è stato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti (ketamina e shaboo). Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della circostanza attenuante della lieve entità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la lieve entità del fatto può essere riconosciuta solo in presenza di una minima offensività penale della condotta. Nel caso specifico, la presenza di 157 bustine di droga, l'elevato principio attivo delle sostanze, l'abitualità della condotta e i contatti con esponenti della criminalità organizzata escludono categoricamente l'applicazione dell'attenuante. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio organizzato: no alle circostanze attenuanti generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per spaccio continuato di sostanze stupefacenti. L'Imputato lamentava il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando che l'attività di spaccio era stabile, organizzata e non occasionale, con il reclutamento di collaboratori all'estero e la disponibilità di ingenti quantitativi di droga. Il diniego delle circostanze attenuanti generiche è stato ritenuto legittimo poiché l'imputato non ha mostrato elementi positivi di condotta, limitandosi a una confessione parziale volta a proteggere i complici. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento e ricorso per cassazione: no a sconti sulla droga
L'Imputato ha concordato una pena per reati di importazione e spaccio di eroina. Successivamente, ha proposto ricorso contestando la gravità del fatto, ritenendo che dovesse essere qualificato come di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento e ricorso per cassazione, l'erronea qualificazione giuridica può essere contestata solo in presenza di un errore manifesto ed evidente a prima vista. Nel caso specifico, l'importazione di oltre tre chili di droga esclude qualsiasi ipotesi di lieve entità. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: la condanna regge contro i ricorsi generici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per il reato di spaccio di lieve entità. Durante una perquisizione domiciliare, le forze dell'ordine avevano rinvenuto diverse tipologie di droga (cocaina, eroina e hashish), un bilancino di precisione e materiale per il confezionamento. La difesa contestava la misurazione delle sostanze e l'attendibilità del narcotest, richiedendo una rivalutazione dei fatti. La Suprema Corte ha stabilito che il ricorso è inammissibile perché si limita a contestazioni generiche senza confrontarsi con le prove concrete evidenziate dai giudici di merito. Di conseguenza, l'imputata perde il ricorso e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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