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Lieve Entità

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1343 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Lieve entità dello spaccio: 389 dosi escludono lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione illecita di sostanze stupefacenti. La difesa lamentava la mancata qualificazione del reato come fatto di lieve entità e l'omessa valutazione dell'uso personale. Gli inquirenti avevano tuttavia rinvenuto strumenti di confezionamento, bilancini, denaro contante e una quantità di droga equivalente a 389 dosi. La Suprema Corte ha chiarito che la lieve entità dello spaccio deve essere esclusa quando anche uno solo degli indici di legge (come l'elevato dato ponderale) indica una significativa offensività della condotta. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: console e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno di reclusione e duemila euro di multa per detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto la droga nascosta all'interno di una console di gioco, insieme a materiale per il taglio e il confezionamento. L'imputato contestava la motivazione della sentenza d'appello e il calcolo della pena. La Suprema Corte ha stabilito che i giudici di merito hanno motivato adeguatamente la decisione, evidenziando la gravità della condotta e la personalità del soggetto, già gravato da precedenti specifici. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: perché vendere droga al bar esclude lo sconto
I Ricorrenti hanno impugnato la condanna per spaccio di sostanze stupefacenti, chiedendo la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità ai sensi dell'art. 73, comma 5 d.P.R. 309/1990. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che le cessioni ripetute di droga e la scelta di un bar come base logistica per l'attività illecita impediscono di considerare il fatto di minore gravità. Inoltre, la determinazione della pena e la valutazione delle attenuanti rientrano nei poteri discrezionali del giudice di merito, purché adeguatamente motivati. I Ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Coltivazione di sostanze stupefacenti tra i pomodori: condannati
Tre imputati sono stati condannati per la coltivazione di sostanze stupefacenti, avendo impiantato una piantagione di 273 piante di canapa indiana, nascoste tra filari di pomodori e dotate di un sistema di irrigazione. I soggetti sono stati sorpresi sul posto con le chiavi del cancello d'accesso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati. I giudici hanno escluso la lieve entità del fatto e la minima partecipazione di uno di essi, evidenziando l'organizzazione della coltivazione e l'attiva cura delle piante. La Suprema Corte ha confermato la condanna, obbligando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: perché cento dosi escludono lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva la riqualificazione del reato di detenzione di stupefacenti in spaccio di lieve entità. L'uomo era stato trovato in possesso di oltre cento dosi di droga, strumenti per il confezionamento e denaro contante. I giudici hanno chiarito che l'attenuante si applica solo quando tutti i parametri (quantità, qualità, mezzi e modalità) indicano un'offensività minima. La presenza di oltre cento dosi, unita a strumenti di confezionamento e denaro, dimostra un'attività di spaccio non modesta, escludendo l'attenuante. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: no ai domiciliari per chi vende crack
Il Tribunale di Messina ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di aver ceduto ripetutamente crack a un ospite di una comunità terapeutica. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, chiedendo la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità e la concessione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la gravità della condotta, aggravata dallo spaccio vicino a una struttura di recupero, esclude l'ipotesi di minore gravità. Inoltre, la valutazione sulla pericolosità del soggetto rende inadeguata qualsiasi misura diversa dal carcere, rendendo implicito il rifiuto del controllo elettronico. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Confisca del denaro sequestrato: illegittima senza spaccio
Il Tribunale applicava all'Imputato, tramite patteggiamento, la pena di dieci mesi di reclusione per detenzione di cocaina di lieve entità, disponendo la confisca del denaro sequestrato. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione, contestando la legittimità della misura patrimoniale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che per i reati di lieve entità non si applica la confisca obbligatoria. Inoltre, il denaro trovato in possesso del soggetto non può considerarsi profitto del reato di mera detenzione di stupefacenti, mancando un nesso diretto di derivazione causale tra la condotta e la somma. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente alla misura patrimoniale, ordinando la restituzione del denaro.
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Patteggiamento e ricorso per cassazione: i limiti dell’accordo
Il caso riguarda un uomo condannato dal Tribunale di Parma per reati in materia di stupefacenti a seguito di patteggiamento. Il difensore ha proposto ricorso lamentando la mancata applicazione dell'attenuante della lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in tema di patteggiamento e ricorso per cassazione, l'impugnazione per errata qualificazione giuridica del fatto è limitata ai soli casi di errore manifesto ed evidente. Nel caso di specie, la qualificazione era stata concordata dallo stesso imputato e il ricorso richiedeva una inammissibile rivalutazione delle prove di fatto. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Droga in auto e inammissibilità del ricorso per cassazione
Il caso riguarda un automobilista fermato con quaranta dosi di cocaina nascoste nella propria vettura. La Corte di Appello ha condannato l'uomo a due anni di reclusione per detenzione di stupefacenti di lieve entità. L'imputato ha proposto ricorso sostenendo l'uso personale della sostanza e contestando la proporzionalità della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. I giudici hanno chiarito che i motivi di ricorso non possono limitarsi a proporre una lettura alternativa delle prove e che non è possibile sollevare per la prima volta in Cassazione questioni giuridiche mai prospettate durante il giudizio di appello. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: il no della Cassazione costa caro
Il Giudice per le indagini preliminari applicava all'Imputato la pena di tre anni e sei mesi di reclusione per reati di droga, a seguito di un accordo di patteggiamento. L'Imputato proponeva ricorso per cassazione lamentando il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La legge limita rigidamente i motivi di ricorso contro patteggiamento a vizi specifici, come l'illegalità della pena o l'errata qualificazione giuridica. La contestazione sulla mancata concessione della lieve entità, non concordata nel patteggiamento, non rientra tra questi casi. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
L'Imputata è stata condannata per detenzione e spaccio di cocaina. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione richiedendo la riqualificazione del fatto come spaccio di lieve entità, giustificando la condotta con lo stato di necessità dovuto alla pandemia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che il possesso di 247 dosi di cocaina ad altissima purezza (oltre il 94%), suddivise in 42 involucri, insieme a due telefoni cellulari e denaro contante, dimostra un'attività di spaccio organizzata e non occasionale. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio dal paniere ai domiciliari: negata la lieve entità
Un uomo, sottoposto agli arresti domiciliari, gestiva una fitta attività di spaccio calando un paniere dalla finestra per consegnare la droga e ricevere il denaro. La Corte d'Appello lo condannava, escludendo la lieve entità dello spaccio. L'imputato ricorreva in Cassazione lamentando una decisione basata su semplici supposizioni e chiedendo la riqualificazione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la responsabilità dell'uomo grazie ai filmati e ai controlli della polizia. Inoltre, hanno negato la lieve entità dello spaccio a causa della continuità dell'attività, della professionalità dimostrata e della violazione dei domiciliari. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Coltivazione di stupefacenti: condanna per la serra professionale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di coltivazione di stupefacenti a carico di un uomo che aveva allestito un vero e proprio laboratorio artigianale sotterraneo. La difesa contestava la quantificazione della pena base e chiedeva il riconoscimento della lieve entità o dell'uso terapeutico. I giudici hanno invece evidenziato la gravità della condotta, data la presenza di una serra climatica professionale con dieci lampade ad alto voltaggio e un quantitativo di piante idoneo a produrre oltre 53.000 dosi. La Suprema Corte ha chiarito che non occorre una motivazione dettagliata se la sanzione finale si colloca al di sotto della media edittale, rigettando così il ricorso e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Concorso di persone nel reato: tra spaccio e violenza in casa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. L'imputato sosteneva di essere un semplice convivente estraneo ai fatti (connivenza non punibile) e di aver opposto solo una resistenza passiva. I giudici hanno invece confermato la sua responsabilita per concorso di persone nel reato. La stabile convivenza, la presenza di strumenti di confezionamento in cucina, la vendita attiva a clienti e il tentativo violento di bloccare l'ingresso ai carabinieri (sbattendo la porta e colpendoli) dimostrano la sua partecipazione attiva. Esclusa anche la lieve entita per la quantita e la varieta della droga. L'uomo e stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: la fuga non evita la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. La donna era stata sorpresa dalle forze dell'ordine mentre tentava di raccogliere una busta contenente circa 170 grammi di eroina, dandosi poi alla fuga. I giudici hanno confermato la condanna a quattro anni di reclusione e 18.000 euro di multa, escludendo l'ipotesi della lieve entità del fatto a causa del consistente quantitativo di droga e del numero di dosi ricavabili. La Cassazione ha ribadito che il giudizio di legittimità non può tradursi in una nuova valutazione dei fatti e ha respinto anche le richieste relative all'indulto e alla prescrizione, condannando la ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di sostanze stupefacenti: la Cassazione nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la condanna a quattro anni e quattro mesi di reclusione per plurimi episodi di traffico di sostanze stupefacenti. L'imputato chiedeva una rivalutazione delle prove e la riqualificazione del fatto in reato di lieve entità. La Suprema Corte ha stabilito che tali richieste non sono ammissibili in sede di legittimità, poiché richiedono un nuovo esame dei fatti, precluso alla Cassazione. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a dieci mesi di reclusione e duemila euro di multa inflitta a un imputato per spaccio di lieve entità. L'imputato aveva presentato ricorso lamentando la mancata applicazione del proscioglimento immediato. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi del ricorso erano del tutto generici, limitandosi a richiamare la norma senza fornire argomentazioni concrete. Per questo motivo, la Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: quando il ricorso è inammissibile
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la condanna per il reato di spaccio di lieve entità, che prevedeva la pena di un anno e quattro mesi di reclusione e 800 euro di multa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché i motivi presentati richiedevano una nuova valutazione delle prove e del merito della vicenda, attività precluse nel giudizio di legittimità. In particolare, la richiesta di qualificare la condotta come semplice uso personale non può essere esaminata in questa sede. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio: no al fatto di lieve entità se la droga ha valore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la condanna a quattro anni di reclusione e 18.000 euro di multa per spaccio di stupefacenti. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità, ma i giudici hanno respinto la richiesta a causa dell'elevata quantità di droga sequestrata. Inoltre, la Suprema Corte ha negato l'applicazione della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità, poiché il valore economico della sostanza non era irrisorio. Infine, la gravità della recidiva ha giustificato il severo trattamento sanzionatorio, prevalendo sulla buona condotta processuale dell'uomo. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermata la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un cittadino condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità e lamentava una violazione di legge. I giudici di legittimità hanno rilevato che la violazione di legge non era stata proposta in appello, rendendola inammissibile. Inoltre, la richiesta di considerare il fatto di lieve entità costituiva una questione di merito già risolta correttamente nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna a due anni e otto mesi di reclusione, oltre alla multa, e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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