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Lieve Entità

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1343 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Detenzione di sostanze stupefacenti: uso personale o spaccio?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti. L'Imputato, mentre si trovava agli arresti domiciliari, ha consegnato spontaneamente alle forze dell'ordine 144 grammi di hashish, suddivisi in dosi. La difesa sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale e ha richiesto la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. I giudici hanno respinto la tesi difensiva. La quantità elevata, pari a oltre mille dosi medie, il confezionamento in involucri e la facilità di approvvigionamento durante la detenzione domiciliare dimostrano l'attività di spaccio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna a due anni e venti giorni di reclusione, oltre a una multa di oltre seimila euro, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali.
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Lieve entità nel reato di spaccio: no ad automatismi numerici
L'Imputata veniva fermata dopo un monitoraggio della polizia che rivelava un'attività di spaccio continuativa a bordo di un'auto a noleggio. Trovata in possesso di cocaina e crack ad elevata purezza (fino al 95,9%), denaro contante e fogli con contabilità, veniva condannata in appello. La difesa proponeva ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità nel reato di spaccio, basandosi sul numero di dosi inferiore a 150. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la lieve entità nel reato di spaccio non può essere valutata solo su base quantitativa o statistica. È necessario un esame complessivo di tutti gli indici, quali la purezza della droga, l'organizzazione professionale e i canali di approvvigionamento. L'Imputata perde il ricorso e deve pagare le spese e la sanzione pecuniaria.
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Detenzione di stupefacenti: spaccio provato ma pena da ricalcolare
L'Imputato, trovato in possesso di ottantuno dosi di cocaina e materiale da confezionamento, contestava la condanna per spaccio sostenendo l'uso personale. La Cassazione ha confermato la penale responsabilità, evidenziando che l'assenza di reddito e la presenza di strumenti di pesatura escludono il consumo proprio. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sul trattamento sanzionatorio: i giudici di appello hanno calcolato la pena partendo da un massimo edittale errato per la lieve entità. La sentenza è stata annullata limitatamente alla determinazione della pena con rinvio alla Corte d'appello per un nuovo calcolo.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: no alla lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da diversi imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio di marijuana. Gli imputati contestavano la qualificazione dei loro ruoli all'interno del gruppo e chiedevano la riqualificazione del reato nell'ipotesi attenuata di lieve entità. La Suprema Corte ha confermato la sentenza d'appello, rilevando che l'attività del gruppo esorbitava dalla lieve entità per via dei rilevanti quantitativi di droga gestiti, dei canali stabili di approvvigionamento e dell'organizzazione strutturata con ruoli definiti. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna senza droga fisica
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un uomo condannato per spaccio di lieve entità. L'imputato sosteneva che la droga non fosse mai stata trovata nonostante la sorveglianza medica e che la motivazione dei giudici fosse carente. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso si limitava a ripetere le stesse contestazioni già respinte in appello, cercando di ottenere un nuovo esame dei fatti. Poiché il giudizio di legittimità non consente di rivalutare le prove ma solo di verificare la correttezza della legge, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: no a ipotesi future contro prove reali
Il Tribunale di Napoli aveva confermato l'obbligo di firma per un uomo sorpreso a cedere circa quattro grammi di cocaina, rifiutando di qualificare il fatto come spaccio di lieve entità. Il rifiuto si basava sull'ipotesi, ancora da verificare, che l'indagato potesse far parte di una rete criminale più ampia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, stabilendo che la valutazione sulla gravità del reato deve fondarsi esclusivamente su prove concrete e già acquisite, non su semplici ipotesi investigative future. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento e ha ordinato al Tribunale del Riesame di rivalutare il caso applicando correttamente la legge.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega sconti al recidivo
Un uomo è stato condannato a due anni di reclusione e seimila euro di multa per lo spaccio di lieve entità di 0,30 grammi di cocaina, dopo essere stato colto in flagrante. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e il diniego delle attenuanti generiche, basati su precedenti condotte. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi di quanto già esaminato in appello. Inoltre, la Cassazione non può rivalutare il merito della vicenda, ma solo verificare la logicità della motivazione della sentenza impugnata, che in questo caso è risultata solida e coerente. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sostanze stupefacenti di lieve entità: no se il taglio è letale
L'Imputato è stato condannato per detenzione di eroina e cocaina destinate allo spaccio. La cocaina era miscelata con Levamisolo, un pericoloso adulterante che ne aumentava la tossicità e il valore economico. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle sostanze stupefacenti di lieve entità e contestando l'aggravante per la sostanza da taglio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la diversità delle droghe pesanti e la presenza di sostanze letali escludono la minore gravità del fatto. Inoltre, l'aggravante per il taglio pericoloso si applica poiché l'Imputato, usando la normale diligenza, poteva prevederne la presenza.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: da acquisto a spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tre giovani sorpresi in un appartamento con diversi tipi di droga, materiale per il confezionamento e ingenti somme di denaro. Gli imputati sostenevano che si trattasse di una semplice compravendita tra loro e chiedevano la riqualificazione del fatto come ipotesi di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando il concorso nel reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. I giudici hanno valorizzato il tentativo di fuga, l'atto di nascondere la droga e l'elevata purezza della cocaina sequestrata (oltre il 99%), elementi incompatibili con la lieve entità.
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Spaccio di tre droghe diverse: escluso il fatto di lieve entità
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato chiedeva che il reato venisse riqualificato come fatto di lieve entità, sostenendo la modesta entità della condotta. I giudici hanno però confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che l'uomo deteneva diverse tipologie di droghe (marijuana, hashish e cocaina) per un totale complessivo di ben 378 dosi. La Suprema Corte ha chiarito che la diversità delle sostanze e il quantitativo non modesto escludono l'applicazione della circostanza attenuante, in quanto la condotta non presenta una minima offensività penale. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali.
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Particolare tenuità del fatto: condanna anche con lieve entità
Il Coltivatore è stato condannato per la coltivazione illecita di 15 piante di marijuana. Nonostante il giudice di merito abbia riconosciuto il reato come di lieve entità, la difesa ha richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il riconoscimento della lieve entità in materia di stupefacenti non comporta in automatico la particolare tenuità del fatto. Nel caso specifico, la coltivazione di 15 piante poteva produrre oltre duemila dosi singole, escludendo così una gravità minima del pericolo per la salute pubblica. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto: negata per hashish e cocaina
Il ricorrente è stato condannato per detenzione illecita di hashish e cocaina. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'avvenuta prescrizione del reato e richiedendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la richiesta di messa alla prova sospende il termine di prescrizione per tutta la durata del rinvio delle udienze. Inoltre, la Corte ha confermato che la fattispecie di lieve entità in materia di stupefacenti non coincide automaticamente con la particolare tenuità del fatto. Nel caso specifico, la detenzione di droghe di diversa natura in dosi non minimali esclude l'applicazione di questo beneficio, confermando la condanna del ricorrente al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: no sconti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il primo ricorrente contestava il mancato riconoscimento dell'attenuante della collaborazione, negata poiché le sue dichiarazioni non avevano concretamente interrotto l'attività del gruppo, riportando fatti già noti. Il secondo ricorrente negava l'esistenza del vincolo associativo e chiedeva la riqualificazione del reato in associazione di lieve entità. La Suprema Corte ha respinto entrambi i ricorsi: l'attività del gruppo, che fruttava circa 12.000 euro al mese con canali di approvvigionamento stabili, esclude la lieve entità. Entrambi i ricorrenti perdono il ricorso e sono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: quando la complicità supera la presenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di diversi soggetti condannati per il reato di traffico di stupefacenti e associazione a delinquere. Tra i casi esaminati, spicca la posizione di una donna che chiedeva l'assoluzione invocando la connivenza non punibile. La Suprema Corte ha chiarito che il suo non è stato un comportamento passivo, avendo attivamente procacciato clienti e organizzato le consegne di marijuana. Inoltre, i giudici hanno escluso la qualificazione dell'associazione come di lieve entità, data la struttura capillare del gruppo e l'ingente quantità di droga movimentata. La decisione conferma le condanne e impone il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Estorsione invece di giustizia privata per i debiti di droga
Il caso riguarda il collaboratore di un trafficante che, insieme a dei complici, ha minacciato e aggredito un parente accusato di aver sottratto due chilogrammi di hashish, pretendendo il pagamento di quattromila euro come risarcimento. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione, respingendo la tesi della difesa che chiedeva di qualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno chiarito che non si può invocare la tutela di un diritto quando la pretesa deriva da un'attività illecita come il traffico di stupefacenti. Inoltre, la Corte ha escluso la qualifica di lieve entità per lo spaccio continuativo e ha negato l'assorbimento del porto abusivo d'arma nell'estorsione aggravata. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: condannata la moglie che fa da corriere
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un'imputata accusata di spaccio di stupefacenti in concorso con il marito, quest'ultimo agli arresti domiciliari. La donna sosteneva che il suo ruolo fosse marginale e che l'attivita dovesse qualificarsi come fatto di lieve entita. Inoltre, chiedeva che la detenzione e la cessione della droga venissero considerate come un unico reato. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la moglie svolgeva un ruolo essenziale, fungendo da braccio operativo del marito. Le condotte di detenzione e cessione, essendo distinte nel tempo e nelle modalita, configurano reati autonomi uniti dal vincolo della continuazione e non un unico reato assorbito. L'imputata perde il ricorso ed e condannata al pagamento delle spese processuali.
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Lieve entità dello spaccio: no allo sconto se vendi in strada
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni e sei mesi di reclusione per un uomo sorpreso a detenere dosi di hashish e marijuana pronte per la vendita, insieme a denaro contante. I giudici hanno escluso la qualificazione del fatto come lieve entità dello spaccio a causa delle modalità della condotta: il soggetto vendeva la sostanza in pieno giorno, sulla pubblica via, con dosi già confezionate e denaro in piccolo taglio. La Suprema Corte ha inoltre ritenuto valide le notifiche processuali e ha confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, evidenziando che l'assenza di un lavoro e di una dimora stabile giustificano la confisca del denaro trovato in suo possesso. Il ricorso è stato rigettato.
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Ricorso contro patteggiamento: no alla lieve entità per la droga
L'Imputato, trovato in possesso di cento grammi di cocaina, materiale per il confezionamento e oltre cinquemila euro mentre era agli arresti domiciliari, ha concordato un patteggiamento. Successivamente, la difesa ha proposto ricorso per cassazione chiedendo la riqualificazione del fatto come reato di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione di una sentenza di patteggiamento è ammessa solo per errori manifesti di qualificazione giuridica. Nel caso specifico, la quantità di droga e il possesso di denaro escludono qualsiasi evidenza di lieve entità. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la condanna scatta anche senza precedenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per lo spaccio di lieve entità di cocaina. L'imputato era stato sorpreso dalla polizia mentre riceveva denaro in cambio di droga, e addosso gli erano state trovate altre dosi. La Suprema Corte ha confermato il diniego della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, evidenziando l'abitualità della condotta desunta dalle dichiarazioni dell'acquirente. I giudici hanno chiarito che la commissione di altri reati della stessa specie può essere accertata anche in via incidentale dal giudice del processo. Infine, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che ha motivato correttamente la sanzione in base alla gravità del fatto e alla reiterazione dello spaccio. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condanna anche senza perizia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti finalizzata allo spaccio. L'imputato sosteneva di essere un semplice consumatore e contestava l'efficacia del solo narcotest per dimostrare la capacità drogante della sostanza. La Suprema Corte ha chiarito che, nei casi di spaccio di lieve entità, il narcotest è sufficiente per accertare la natura della droga, senza bisogno di analisi quantitative sul principio attivo. Inoltre, il possesso di diverse droghe e di ingenti somme di denaro smentisce la tesi del consumo personale. L'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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