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Lieve Entità

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1343 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Spaccio di lieve entità negato: la Cassazione conferma le condanne
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per traffico di stupefacenti. I ricorrenti chiedevano la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando che l'elevato numero di clienti, la pluralità delle piazze di spaccio, la durata della condotta (dal 2021 al 2023) e l'ingente quantitativo di droga escludono l'ipotesi attenuata. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: la contabilità condanna il pusher
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti (nello specifico, eroina). La difesa chiedeva di qualificare il fatto come semplice uso personale, ma la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto insindacabili le prove raccolte nei gradi precedenti, tra cui le dichiarazioni di un acquirente, il sequestro di strumenti per il confezionamento (bilancino e forbici) e i fogli con la contabilità dell'attività illecita. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: ricorso generico costa caro in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per spaccio di lieve entità. I giudici di secondo grado avevano già ridotto la pena a un anno, due mesi e sei giorni di reclusione, oltre a 800 euro di multa, riqualificando il reato originario. Il ricorrente ha impugnato la decisione contestando la colpevolezza e la severità della pena. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e non si confrontavano con le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: ricorso inutile contro la pena ridotta
L'Imputato è stato condannato per il reato di spaccio di lieve entità a tre mesi e quattro giorni di reclusione, oltre a una multa di 540 euro. La Corte di Appello ha ridotto la pena originaria, discostandosi leggermente dal minimo edittale a causa dei precedenti penali specifici del soggetto. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessività della sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché le contestazioni della difesa miravano a una rivalutazione del merito, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità nel reato di spaccio: la contabilità nega lo sconto
L'Imputato è stato condannato per la detenzione illecita di circa 24 grammi di cocaina e 130 grammi di hashish. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità nel reato di spaccio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione complessiva esclude la minima offensività del fatto. Elementi come la diversità delle sostanze, il possesso di materiale per il confezionamento e un taccuino con la contabilità dell'attività illecita dimostrano una spiccata capacità di diffusione sul mercato. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: condanna inevitabile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato contestava la destinazione allo spaccio della cocaina sequestrata. I giudici hanno confermato la condanna basandosi su elementi concreti: il quantitativo di droga, la suddivisione in dosi, il nascondiglio utilizzato, il possesso di denaro senza un lavoro giustificato e l'atteggiamento sospetto durante il controllo delle forze dell'ordine. La Cassazione ha ribadito che la valutazione di queste prove spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: incastrato dalla torcia
Un uomo è stato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti dopo essere sfuggito a un controllo di polizia. Gli agenti, ripercorrendo la via di fuga, hanno rinvenuto un involucro di cocaina e hanno poi sorpreso l'indagato mentre tornava sul posto cercando qualcosa con la torcia del telefono. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna a dieci mesi di reclusione. I giudici hanno stabilito che la ricostruzione dei fatti operata nei gradi precedenti è logica e coerente, respingendo il tentativo della difesa di proporre una diversa lettura delle prove, attività preclusa nel giudizio di legittimità.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
Due soggetti sono stati condannati per spaccio continuato di hashish e marijuana. I difensori hanno proposto ricorso in Cassazione contestando l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche e chiedendo la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione dei dialoghi intercettati spetta al giudice di merito se logica. Inoltre, la qualificazione di spaccio di lieve entità è stata esclusa a causa della fitta rete di clienti, della disponibilità di diverse droghe e della professionalità della condotta. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Droga in carcere: no alla lieve entità dello spaccio
Il caso riguarda Il Ricorrente, condannato per aver tentato di introdurre hashish in un istituto penitenziario per consegnarlo a un detenuto. La difesa ha impugnato la sentenza chiedendo la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio (art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che non si può applicare la lieve entità dello spaccio a causa del peso significativo della droga, dell'elevata percentuale di principio attivo e delle modalità professionali della condotta, elementi incompatibili con una minima offensività del fatto. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Consumo di gruppo di stupefacenti: no se ci sono 395 dosi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di marijuana. L'imputato sosteneva che la sostanza fosse destinata a un consumo di gruppo di stupefacenti e che il fatto fosse di lieve entità. I giudici hanno respinto la tesi difensiva a causa del possesso di 395 dosi droganti e di materiale per il confezionamento. Per configurare il consumo di gruppo di stupefacenti, è necessaria la prova di un accordo preventivo e dell'identità certa dei partecipanti fin dall'inizio. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violazione degli arresti domiciliari: 38 minuti costano il carcere
L'Indagato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, si è allontanato da casa per circa 38 minuti a causa di una lite familiare, presentandosi poi spontaneamente dai Carabinieri. Il Tribunale del Riesame ha aggravato la misura disponendo la custodia in carcere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. I giudici hanno chiarito che la violazione degli arresti domiciliari comporta automaticamente il trasferimento in carcere, a meno che il fatto non sia di lieve entità. Nel caso specifico, l'allontanamento ingiustificato non è stato ritenuto di lieve entità, confermando così la legittimità della custodia cautelare in carcere.
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Coltivazione di stupefacenti: no alla lieve entità per maxi serre
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la coltivazione di stupefacenti. L'imputato gestiva una piantagione di 2700 piante di cannabis in una serra di 2500 metri quadri. La difesa chiedeva di qualificare il fatto come di "lieve entità" e contestava la severità della pena. I giudici hanno chiarito che l'enorme estensione della coltivazione esclude automaticamente la lieve entità, anche se l'aggravante dell'ingente quantità era stata esclusa per un campionamento insufficiente delle piante. Inoltre, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice, che ha ampiamente motivato la decisione basandosi sulla gravità concreta del fatto. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Rapina impropria: l’arma non si trova ma la condanna resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per i reati di rapina impropria aggravata dall'uso di un'arma e lesioni personali. L'Imputato contestava l'effettivo utilizzo di un'arma mai ritrovata, invocando la legittima difesa e l'attenuante della lieve entità. I giudici hanno stabilito che la ricostruzione dei fatti spetta ai giudici di merito e che la legittima difesa non è applicabile se l'aggressore colpisce per primo senza un pericolo attuale. Inoltre, l'attenuante della lieve entità è stata esclusa a causa della violenza dell'azione, avvenuta di notte. Di conseguenza, L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti in famiglia: arrestati tre fratelli
Tre fratelli, indagati per una serie incessante di episodi di spaccio di stupefacenti (cocaina ed eroina) all'interno dell'abitazione materna, hanno impugnato le misure cautelari applicate nei loro confronti (custodia in carcere e arresti domiciliari). Uno dei fratelli sosteneva di essere un mero connivente in quanto già ristretto ai domiciliari presso la stessa abitazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno confermato la gravità degli indizi, rilevando che anche il fratello ai domiciliari partecipava attivamente ai prelievi di droga nascosta nell'ascensore condominiale. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso la qualificazione del fatto come di lieve entità, data la natura sistematica, organizzata e continuativa dell'attività di spaccio di stupefacenti, incompatibile con un consumo o commercio occasionale e di minima lesività.
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Gravi indizi di colpevolezza: arresti annullati dopo tre anni
Il Tribunale di Catanzaro confermava la misura degli arresti domiciliari per il reato di spaccio a carico dell'Indagato. Quest'ultimo proponeva ricorso in Cassazione contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e l'attualità delle esigenze cautelari, dato il decorso di tre anni dai fatti. La Suprema Corte ha rigettato i motivi relativi alla colpevolezza, confermando che per le misure cautelari bastano indizi che fondino una qualificata probabilità di colpevolezza, senza il rigore del giudizio di merito. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso sull'attualità del pericolo di recidiva, ritenendo insufficiente la motivazione del Tribunale sul decorso del tempo. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente alle esigenze cautelari.
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Spaccio di lieve entità: il machete esclude lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato a quattro anni di reclusione per detenzione di droga e porto abusivo d'armi. L'imputato chiedeva il riconoscimento dello Spaccio di lieve entità, sostenendo che i giudici di merito non avessero valutato correttamente la modesta quantità di hashish sequestrata. La Suprema Corte ha invece confermato la gravità del fatto. I giudici hanno valorizzato la presenza contemporanea di cocaina e hashish, l'uso di un machete di 39 centimetri e di uno spray al peperoncino in un bosco, la complicità di un'altra persona e la recidiva specifica del soggetto. Questi elementi dimostrano un'attività professionale organizzata, escludendo l'attenuante. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: l’abitudine nega la lieve entità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione per tre soggetti accusati di spaccio di stupefacenti. I giudici hanno respinto la richiesta di considerare il fatto di lieve entità, evidenziando la sistematicità dell'attività illecita, caratterizzata dall'acquisto quotidiano di circa 50 grammi di eroina. È stata inoltre ritenuta corretta la decisione di non concedere le circostanze attenuanti generiche, a causa dei precedenti penali degli imputati e dei loro contatti con trafficanti di alto livello. Infine, la Corte ha confermato il diniego del giudizio abbreviato condizionato, poiché l'audizione dei testimoni richiesta dalla difesa non era decisiva per colmare lacune investigative. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Lieve entità spaccio: no allo sconto con 387 dosi di cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino, denominato L'Imputato, condannato per detenzione illecita di cocaina. L'Imputato possedeva un quantitativo di droga idoneo a produrre ben 387 dosi singole. La difesa sosteneva che il fatto dovesse rientrare nella fattispecie di lieve entità spaccio, prevista dall'articolo 73, comma 5, del Testo Unico sugli stupefacenti. I giudici di legittimità hanno respinto la richiesta. La Cassazione ha chiarito che il ricorso riproponeva censure già ampiamente superate nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, la richiesta pretendeva una inammissibile rivalutazione delle prove di fatto. Di conseguenza, L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Lieve entità nel reato di spaccio: negata con 403g di hashish
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato a due anni di reclusione per la detenzione di 403 grammi di hashish. L'imputato richiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità nel reato di spaccio e contestava l'applicazione della recidiva. I giudici hanno stabilito che l'ingente quantitativo di droga e la presenza di un precedente penale specifico escludono la minore gravità del fatto. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna originaria e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: tra gravità e sconti di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato era stato trovato in possesso di oltre 137 grammi di cocaina, equivalenti a circa 915 dosi individuali. La difesa contestava il trattamento sanzionatorio, lamentando contraddizioni nella valutazione della gravità del fatto e il mancato riconoscimento della lieve entità. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte di appello, evidenziando che l'elevato quantitativo di droga esclude l'ipotesi lieve. Tuttavia, i giudici di merito avevano già ridotto la pena quasi al minimo edittale, applicando le attenuanti generiche e lo sconto per il rito abbreviato. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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