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Indennità Di Mobilità

62 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Con indennità di mobilità si indica una prestazione di disoccupazione che viene riconosciuta ai lavoratori che abbiano perduto il posto di lavoro, a seguito di licenziamento, e che risultino iscritti nelle liste di mobilità.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Diritto all’indennità di mobilità: la Cassazione tutela il lavoratore
Un Lavoratore, ex dipendente di una società, aveva già beneficiato dell'indennità di mobilità. Successivamente, ha richiesto l'estensione di tale beneficio, la proroga dell'indennità di mobilità, per un periodo ulteriore, appellandosi a una specifica legge. L'INPS e il Ministero del Lavoro non avevano concesso questa proroga, sostenendo la mancanza dei requisiti formali. La Corte d'Appello ha riconosciuto il diritto del Lavoratore, ritenendo l'INPS responsabile. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che il diritto all'indennità di mobilità in proroga spetta al Lavoratore se esistono i presupposti di fatto, indipendentemente dalla sua inclusione formale negli elenchi. L'INPS deve erogare la prestazione.
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Indennità di mobilità: Reintegrazione legale vs. Effettivo ritorno al lavoro
Un Lavoratore, licenziato da un'Azienda fallita, ottenne la reintegrazione giudiziale ma non fu mai effettivamente reintegrato né ricevette le retribuzioni. Chiese l'anticipo dell'Indennità di mobilità per avviare un'attività autonoma. L'Ente Previdenziale erogò le somme, ma successivamente ne chiese la restituzione, sostenendo che la sentenza di reintegrazione rendeva l'indennità indebita. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'Indennità di mobilità non è indebita se il lavoratore, pur avendo ottenuto una sentenza di reintegrazione, non è stato concretamente riammesso al lavoro e non ha percepito le retribuzioni. Conta il ripristino effettivo del rapporto, non solo quello legale.
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Indennità di mobilità: stipendio pieno o tetto di cassa integrazione
Un lavoratore licenziato per riduzione di personale ha chiesto all'ente previdenziale il pagamento dell'indennità di mobilità parametrata al cento per cento dell'ultima retribuzione percepita prima del recesso. Il dipendente sosteneva che, non essendo mai transitato attraverso la Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria, il sussidio non dovesse subire i massimali previsti per le integrazioni salariali. L'ente previdenziale ha respinto la pretesa, calcolando l'importo esclusivamente sui parametri legali della cassa integrazione. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'ente di previdenza, rigettando il ricorso del lavoratore. La legge equipara pienamente chi viene collocato subito in mobilità a chi proviene dalla cassa integrazione: in entrambi i casi, l'importo corrisponde al trattamento di integrazione salariale spettante e non alla retribuzione piena.
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Indennità di mobilità: spetta la paga piena o il tetto CIGS?
Un lavoratore licenziato per riduzione di personale ha chiesto all'ente previdenziale il pagamento dell'indennità di mobilità in misura pari al cento per cento dell'ultima retribuzione percepita, sostenendo che tale misura piena spettasse a chi non fosse transitato preliminarmente per la Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria. L'ente di previdenza ha negato l'integrazione, avendo già erogato il trattamento corrispondente ai parametri di legge. I giudici di merito hanno respinto le pretese dell'ex dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso, stabilendo che la legge equipara i lavoratori passati dalla cassa integrazione a quelli collocati direttamente in mobilità. L'indennità di mobilità va infatti parametrata per legge al trattamento di cassa integrazione straordinaria spettante e non alla retribuzione integrale ordinaria.
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Indennità di Preavviso e Mobilità: la Cassazione chiarisce la Cumulabilità
Una lavoratrice ha ottenuto il riconoscimento dell'indennità di mancato preavviso e del TFR nello stato passivo del fallimento dell'azienda. Il Curatore ha proposto ricorso, sostenendo l'incompatibilità e la non cumulabilità tra l'indennità di mancato preavviso e l'indennità di mobilità, poiché entrambe mirano a sostenere il lavoratore durante la ricerca di una nuova occupazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che l'istituto previdenziale non è esonerato dall'erogazione dell'indennità di mobilità per il periodo coperto dall'indennità di mancato preavviso, a meno che quest'ultima non sia stata effettivamente corrisposta. La sentenza conferma la cumulabilità delle indennità.
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Salvaguardia pensionistica: negato l’accesso anticipato
Un lavoratore collocato in mobilità chiedeva l'accesso anticipato alla pensione avvalendosi del regime di salvaguardia pensionistica introdotto per mitigare gli effetti della riforma previdenziale. Il lavoratore sosteneva di poter fruire delle vecchie regole più favorevoli, nonostante durante la mobilità avesse comunque raggiunto i requisiti previsti dalla nuova legge più restrittiva. L'INPS contestava tale interpretazione, sostenendo che la deroga tutelasse solo chi rischiava di rimanere senza reddito e senza trattamento pensionistico. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'INPS. I giudici chiariscono che la misura speciale protegge esclusivamente chi subisce un vuoto di copertura economica alla scadenza degli ammortizzatori sociali. Chi matura i nuovi requisiti durante la mobilità non ha diritto al vecchio regime previdenziale.
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Indennità di mobilità: la domanda tardiva cancella il diritto
Un lavoratore, licenziato il 15 marzo 2011, ha richiesto l'indennità di mobilità presentando la domanda all'ente previdenziale solo l'8 luglio 2011. L'ente ha eccepito il mancato rispetto dei termini di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente, stabilendo che l'indennità di mobilità è equiparata a un trattamento di disoccupazione. Di conseguenza, si applica il termine di decadenza di sessantotto giorni dalla fine del rapporto di lavoro, pari a sessanta giorni dall'ottavo giorno successivo al licenziamento. Poiché la domanda è stata presentata oltre tale scadenza, il diritto è decaduto. La Suprema Corte ha rigettato la richiesta del lavoratore, compensando le spese di giudizio.
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Indennità di mobilità: l’INPS vince contro il silenzio processuale
Un lavoratore ha richiesto l'indennità di mobilità dopo la cessazione del rapporto con una società di riscossione tributi. L'INPS ha erogato solo la disoccupazione ordinaria, sostenendo che l'azienda non rientrasse tra quelle ammesse alla cassa integrazione straordinaria. I giudici di merito hanno accolto la domanda del lavoratore, ritenendo che l'INPS non avesse contestato tempestivamente questo requisito. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'INPS, stabilendo che la qualificazione giuridica dell'attività aziendale è un elemento normativo sottratto al principio di non contestazione. La causa torna in Appello per verificare se l'azienda rientri effettivamente nel campo di applicazione della prestazione.
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Indennità di mobilità: il ritardo costa caro al lavoratore
Il caso riguarda un lavoratore che ha richiesto all'INPS l'indennità di mobilità per il periodo tra il 2014 e il 2018. L'ente previdenziale ha negato la prestazione e i giudici di merito hanno dichiarato la decadenza del diritto, poiché il lavoratore ha avviato la causa oltre il termine di un anno dalla fine della procedura amministrativa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando che l'indennità di mobilità è una prestazione unitaria e temporanea. Di conseguenza, la scadenza del termine di un anno fa perdere l'intero diritto alla prestazione e non solo i singoli pagamenti mensili scaduti. Il lavoratore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Indennità di mobilità: la fine del lavoro batte la notifica
Un lavoratore, dipendente di una società fallita, ha richiesto l'indennità di mobilità dopo la cessazione dell'attività lavorativa avvenuta il 24 luglio 2012. Il lavoratore ha presentato la domanda amministrativa il 30 novembre 2012, pochi giorni dopo aver ricevuto la comunicazione formale di licenziamento dal curatore fallimentare. L'Ente Previdenziale ha eccepito la decadenza dal beneficio, sostenendo che il termine di sessantotto giorni decorresse dall'effettiva cessazione del rapporto e non dalla comunicazione tardiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente Previdenziale, stabilendo che il termine per richiedere l'indennità di mobilità decorre tassativamente dal giorno successivo alla reale fine del rapporto di lavoro. Di conseguenza, la domanda del lavoratore è stata respinta in quanto tardiva.
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Decadenza dall’indennità di mobilità: ferie senza permesso
Un lavoratore ha perso il diritto all'assegno di disoccupazione per non essersi presentato all'avviamento dei lavori socialmente utili presso un Comune. L'uomo si era giustificato sostenendo di essere in ferie, ma non aveva mai richiesto né ottenuto la necessaria autorizzazione formale, avendo scelto il periodo in modo unilaterale. La Corte di Cassazione ha confermato la decadenza dall'indennità di mobilità, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'assenza ingiustificata per ferie non autorizzate costituisce colpa grave e rifiuto ingiustificato del lavoro. Di conseguenza, il lavoratore perde definitivamente il sostegno economico e deve rimborsare le spese legali alle amministrazioni pubbliche coinvolte.
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Indennità di mobilità: il ritardo INPS non salva il lavoratore
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Istituto Previdenziale contro un lavoratore che richiedeva l'indennità di mobilità. Il lavoratore aveva presentato la domanda amministrativa nel settembre 2013, ma ha avviato la causa in tribunale solo nell'ottobre 2015, ben oltre il termine massimo di un anno e trecento giorni previsto dalla legge. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ritardo dell'ente previdenziale nel respingere la domanda non sposta in avanti i termini di decadenza per fare causa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la decisione precedente e ha rigettato definitivamente la richiesta del lavoratore, condannandolo anche al pagamento delle spese di tutti i gradi di giudizio.
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Compensazione delle spese di lite: vince la causa ma paga l’avvocato
Il Lavoratore ha ottenuto in appello il ricalcolo dell'indennità di mobilità includendo un premio aziendale. Tuttavia, il giudice ha stabilito la compensazione delle spese di lite tra le parti. Il Lavoratore ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che, avendo vinto la causa, l'Ente Previdenziale avrebbe dovuto pagare tutte le spese. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la compensazione delle spese di lite è corretta se il cittadino non presenta subito i documenti necessari, come il contratto collettivo aziendale, per dimostrare il proprio diritto, costringendo il giudice ad acquisirli d'ufficio solo in un secondo momento. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese del giudizio di legittimità.
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Salvaguardia pensionistica: l’INPS vince contro i requisiti facili
Un lavoratore chiedeva il riconoscimento della pensione di anzianità anticipata tramite la salvaguardia pensionistica, opponendosi alla decorrenza successiva stabilita dall'INPS. La Corte d'Appello aveva accolto la domanda del lavoratore, ritenendo che il beneficio si applicasse a tutti i lavoratori in mobilità. L'INPS ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, stabilendo che la salvaguardia pensionistica non spetta a chi, durante il periodo di mobilità, abbia comunque maturato i nuovi requisiti pensionistici introdotti dalla Riforma Fornero. La funzione della norma è infatti quella di tutelare solo chi rimarrebbe privo sia di reddito che di pensione. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Indennità di mobilità: sì al cumulo degli anni tra aziende
L'Istituto Previdenziale ha negato l'indennità di mobilità a un lavoratore licenziato, sostenendo che non avesse maturato i sei mesi di anzianità di servizio richiesti dalla legge presso l'ultimo datore di lavoro. Il lavoratore aveva lavorato quindici settimane per l'ultima azienda e quarantadue settimane per l'azienda precedente, da cui era stato trasferito senza alcuna interruzione del rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente previdenziale, confermando che il passaggio diretto e senza interruzioni tra le due società garantisce la conservazione dell'anzianità di servizio accumulata. Di conseguenza, il periodo precedente deve essere computato per il raggiungimento della soglia minima necessaria a ottenere la prestazione assistenziale. L'ente pubblico perde la causa e deve rimborsare le spese legali.
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Indennità di mobilità anticipata: l’INPS deve pagare tutto
Il Lavoratore ha richiesto l'erogazione dell'indennità di mobilità anticipata in un'unica soluzione per avviare un'attività autonoma. L'Istituto Previdenziale ha liquidato una sola mensilità anziché le ventiquattro spettanti, sostenendo che la cancellazione dalle liste di mobilità, avvenuta a seguito della richiesta, facesse perdere il diritto alle mensilità successive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente previdenziale, confermando che il diritto all'intero trattamento matura prima della cancellazione dalle liste. Quest'ultima rappresenta solo un effetto dell'opzione esercitata dal lavoratore e non un limite al pagamento dell'intera somma spettante.
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Indennità di mobilità: lavoro autonomo non comunicato costa caro
Il Lavoratore ha impugnato la decisione che lo obbligava a restituire all'Ente Previdenziale le somme ricevute come indennità di mobilità tra il 2006 e il 2009. La revoca del beneficio era dovuta alla mancata comunicazione, entro cinque giorni, dell'inizio di una collaborazione autonoma. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Lavoratore, confermando che l'obbligo di comunicazione preventiva è assoluto. Anche se il nuovo lavoro autonomo rientra nei limiti di reddito ed è teoricamente compatibile, il beneficiario deve informare tempestivamente l'ente pubblico. Questo adempimento permette il controllo sull'effettiva spettanza dei sussidi e contrasta il lavoro nero. Di conseguenza, il Lavoratore perde definitivamente il diritto all'indennità di mobilità per quel periodo e deve restituire l'intero importo percepito.
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Pensione o indennità di mobilità: la Cassazione nega la scelta
Un ex ufficiale di Marina, titolare di pensione di anzianità, ha richiesto l'indennità di mobilità offrendosi di rinunciare temporaneamente alla pensione. L'ente previdenziale ha negato la prestazione e la Corte d'Appello ha confermato il rifiuto. La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che l'indennità di mobilità è assolutamente incompatibile con i trattamenti pensionistici di anzianità. La legge riconosce la facoltà di opzione tra i due trattamenti esclusivamente ai titolari di pensione di invalidità, a causa della loro condizione di maggiore bisogno economico. Per chi percepisce una pensione di anzianità non esiste alcuna possibilità di scelta o rinuncia a favore del sussidio. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Indennità di mobilità: la richiesta dopo 13 anni è fuori tempo
Una lavoratrice ha richiesto l'indennità di mobilità tredici anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro, avvenuta nel 2003. L'INPS e i giudici di merito hanno respinto la domanda per il superamento del termine di decadenza di sessanta giorni previsto dalla legge. La lavoratrice ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il termine non potesse decorrere prima della conversione giudiziale del suo contratto di formazione in rapporto a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il termine di sessanta giorni dalla fine del rapporto di lavoro per richiedere l'indennità di mobilità è tassativo. L'omissione comporta la perdita definitiva del diritto, salvo casi di forza maggiore, non ravvisabili nella pendenza di una causa di conversione del contratto.
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Indennità di mobilità: la Cassazione blocca i soci di cooperative
Una socia lavoratrice di una cooperativa di vigilanza ha richiesto l'indennità di mobilità per il periodo tra il 2015 e il 2016. L'INPS si è opposto, sostenendo che tale tutela non spettasse ai soci di cooperative disciplinate dal d.P.R. n. 602/1970. La Corte d'Appello aveva dato ragione alla lavoratrice, ritenendo che la Legge Fornero avesse esteso il beneficio. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'INPS, chiarendo che la riforma del 2012 ha esteso a questi lavoratori solo l'Assicurazione Sociale per l'Impiego (ASPI) e non l'indennità di mobilità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la sentenza d'appello e rigettato la domanda originaria della lavoratrice, escludendo il diritto al beneficio.
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