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Detenzione Ai Fini Di Spaccio

133 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La detenzione di sostanze stupefacenti in quantità e con modalità tali da far presumere che siano destinate alla vendita o alla cessione a terzi, e non all'uso personale.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Cocaina e bilancini: confermata la detenzione ai fini di spaccio
Le forze dell'ordine hanno rinvenuto 266 grammi di cocaina, parzialmente divisa in dosi, oltre a due bilancini di precisione e un coltello, nella rimessa dell'abitazione dei genitori dell'imputato. L'uomo ha contestato la validità delle dichiarazioni rese durante la perquisizione e ha chiesto la riqualificazione della condotta come fatto di lieve entità. La Corte di Cassazione ha rigettato le censure e ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la detenzione ai fini di spaccio nella forma ordinaria a causa del cospicuo quantitativo di droga e della presenza di strumenti per il confezionamento, elementi che attestano una gestione professionale dell'attività illecita. L'imputato deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: no all’uso personale senza prove
Un uomo è stato trovato in possesso di circa quaranta grammi di cocaina. L'imputato ha sostenuto che la sostanza fosse destinata all'uso personale e condivisa con tre amici. Tuttavia, l'uomo non ha fornito i nomi degli altri acquirenti e non ha indicato il luogo dell'acquisto. La Corte di Cassazione ha confermato che la detenzione ai fini di spaccio risulta dimostrata dalla quantità rilevante e dalle giustificazioni generiche. Il solo peso della droga non basta a provare il reato, ma le modalità e la mancanza di prove a supporto dell'uso personale confermano l'attività illecita. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato l'imputato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: ricorso respinto e sanzione
L'Imputato propone ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello che lo ha condannato per il reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La difesa contesta sia la destinazione della droga alla vendita, sia la presunta eccessività della misura della pena inflitta. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. Le doglianze sulla detenzione ai fini di spaccio riproducono argomenti già esaminati e respinti dai giudici di merito con una motivazione logica e lineare. Inoltre, i rilievi sulla pena risultano del tutto generici e privi di un confronto critico con la decisione gravata. La Corte condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: condanna confermata, perquisizione legittima
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Lavoratore condannato per detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti. Il Lavoratore aveva impugnato la sentenza contestando la qualificazione giuridica del fatto e l'illegalità della perquisizione. La Corte ha confermato che la detenzione di circa 30 grammi di cocaina, divisa in 56 bustine, insieme a contabilità e denaro, configurava il reato. Ha inoltre ribadito che l'obbligo di informare sul diritto di difesa non si applica agli atti iniziali della polizia giudiziaria, rendendo la perquisizione legittima. Il ricorso è stato respinto, con condanna alle spese.
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Detenzione ai fini di spaccio: l’uso personale non basta a scagionare
Due imputati, condannati per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, hanno presentato ricorso in Cassazione. Essi sostenevano che la droga fosse per uso personale e contestavano il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando la condanna. Ha ritenuto che la destinazione allo spaccio fosse correttamente dedotta dalla quantità e qualità della droga, dalle modalità di occultamento e dalle condizioni economiche degli imputati. Le attenuanti sono state negate a causa di precedenti violazioni delle misure cautelari.
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Detenzione ai fini di spaccio: 41 dosi confermano la condanna
Un individuo è stato condannato per il reato di detenzione ai fini di spaccio dopo essersi disfatto di un involucro contenente sostanza stupefacente sufficiente per ricavare quarantuno dosi. L'imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la valutazione delle prove indiziarie e l'accertamento della propria responsabilità penale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso di legittimità non può richiedere una nuova ricostruzione dei fatti storici già esaminati con motivazione coerente dai giudici territoriali. La Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: casa propria ma condanna pesante
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un condannato per la detenzione ai fini di spaccio di oltre 56 grammi di hashish, da cui erano ricavabili circa 420 dosi. Lo stupefacente e un bilancino erano stati trovati all'interno di un muretto nel cortile di pertinenza esclusiva dell'abitazione dell'imputato, insieme a materiale per il confezionamento. I giudici hanno escluso la lieve entità del fatto a causa dell'elevato dato ponderale e delle modalità della condotta. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato la pena superiore al minimo edittale in ragione dei numerosi precedenti penali dell'imputato. Il ricorso è stato respinto con condanna alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: ricorso respinto e condanna
Un imputato ha impugnato la condanna per detenzione ai fini di spaccio di hashish davanti alla Corte di Cassazione. Il ricorrente contestava sia la destinazione della sostanza sia il diniego delle attenuanti generiche. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che l'atto riproponeva semplici censure di merito già respinte dai giudici territoriali con motivazioni prive di illogicità, senza mai dimostrare un consumo personale lecito. Inoltre, la presenza di precedenti penali e la gravità della condotta giustificano pienamente la negazione delle attenuanti. L'imputato perde la causa e subisce la condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: ricorso inammissibile per il trafficante
Un individuo è stato condannato per detenzione ai fini di spaccio di cocaina, trovata occultata dopo un incidente. Ha impugnato la sentenza, chiedendo il riconoscimento della continuazione con un precedente reato e l'applicazione della non punibilità per particolare tenuità del fatto, oltre a contestare la finalità di spaccio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che la valutazione del disegno criminoso spetta al giudice di merito e che la detenzione era finalizzata allo spaccio, data la quantità e le modalità di occultamento. Ha escluso la particolare tenuità del fatto, considerando la non occasionalità della condotta e il peso della sostanza.
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Detenzione ai fini di spaccio: no alla prescrizione
Un individuo subiva una condanna per il reato di detenzione ai fini di spaccio relativo a circa un chilo di hashish. L'imputato proponeva ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento della prescrizione e negando la validità del calcolo dei rinvii per sciopero degli avvocati. Inoltre, lamentava la mancata applicazione dell'attenuante della collaborazione per aver fornito informazioni generiche sul proprio fornitore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'astensione forense sospende interamente la prescrizione per tutto il periodo di rinvio. Hanno inoltre ribadito che semplici ammissioni senza reale utilità investigativa non danno diritto ad alcuno sconto di pena, confermando la condanna definitiva.
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Detenzione ai fini di spaccio: dosi minime e condanna
Un uomo è stato fermato con modeste quantità di cocaina e marijuana già suddivise in singole dosi. I giudici hanno accertato la detenzione ai fini di spaccio, valorizzando le modalità di custodia e il confezionamento della sostanza. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'uso personale, chiedendo la non punibilità per la particolare tenuità del fatto e invocando lo stato di necessità legato alle difficili condizioni economiche della propria famiglia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la cessione illecita, escluso la particolare tenuità a causa dei precedenti specifici del soggetto e rigettato la tesi dello stato di necessità mai sollevata nei gradi precedenti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: ricorso inammissibile e sanzioni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto contro la condanna per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. Nel corso di una perquisizione domiciliare, le forze dell'ordine avevano rinvenuto sostanza stupefacente utile per dodici dosi, un bilancino di precisione lanciato dalla finestra all'interno di una busta e la somma di trecentoquaranta euro in contanti nascosta agli agenti. La Corte d'Appello aveva confermato la responsabilità e la misura della pena. La Suprema Corte ha evidenziato che la semplice riproposizione dei motivi già respinti in appello rende il ricorso privo di specificità e manifestamente infondato. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: la prova tra contanti e reddito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di detenzione ai fini di spaccio. L'indagato contestava la valutazione dei giudici di merito, sostenendo l'assenza di prove dirette sulla vendita della sostanza stupefacente. La Suprema Corte ha confermato la validità degli indizi raccolti: il peso della droga, il possesso di contanti suddivisi in banconote di piccolo taglio, il reddito insufficiente a giustificare la spesa e la mancata dimostrazione dell'uso personale. Questi elementi costituiscono una prova logica inequivocabile della destinazione commerciale. L'imputato perde il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio e porto d’armi: ricorso respinto
L'Imputato propone ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per i reati di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e porto abusivo di armi. I giudici di merito avevano accertato la detenzione di quasi cinquanta grammi di cocaina con un elevato principio attivo, pari a circa l'ottantanove per cento, unitamente al possesso ingiustificato di un coltello a serramanico. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile poiché la difesa si è limitata a riproporre le stesse argomentazioni già respinte nei precedenti gradi, senza contestare in modo specifico le motivazioni della decisione impugnata. Conseguentemente, la Corte condanna L'Imputato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: le dosi bloccano il ricorso
Un uomo condannato per il reato di detenzione ai fini di spaccio ha proposto ricorso in Cassazione. L'imputato sosteneva la mancanza di prove circa la destinazione della droga a terzi. Gli elementi rilevati dalle forze dell'ordine comprendevano 47,34 grammi di resina di cannabis suddivisi in sette pezzi, sufficienti per produrre 124 dosi medie, unitamente a materiale da confezionamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la decisione dei gradi precedenti. L'insieme degli elementi logici e probatori dimostra la finalità di spaccio della sostanza. Il ricorrente deve ora pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio e strumenti di confezionamento
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per la detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La difesa sosteneva che la droga fosse destinata a un uso personale, vista la ridotta quantità e l'uso lecito degli strumenti trovati, tra cui bilancini, coltello, taglierino e mannite. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la responsabilità dell'Imputato valorizzando l'insieme del materiale da confezionamento ritrovato, combaciante con le dosi già pronte. La Cassazione ha inoltre escluso la particolare tenuità del fatto, evidenziando che il reato è avvenuto in un ambiente domestico condiviso con figli minori. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: ricorso rigettato e condanna
L'Imputato è stato fermato con un significativo quantitativo di sostanza stupefacente suddivisa in involucri pronti per la vendita all'interno della propria auto. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto anche una somma di denaro in contanti. I giudici di merito hanno condannato l'uomo per il reato di detenzione ai fini di spaccio. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di prove sulla destinazione illecita, l'errata determinazione della pena, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, l'applicazione della recidiva e la confisca del denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. La motivazione dei giudici precedenti è apparsa logica e coerente sia sulla vendita a terzi sia sulla provenienza illecita del denaro, vista la situazione reddituale dell'uomo. L'Imputato deve pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio tra dosi e principio attivo
Un indagato sottoposto all'obbligo di dimora per detenzione ai fini di spaccio ha impugnato l'ordinanza cautelare. La difesa ha sostenuto che la cannabis sequestrata presentava una percentuale irrisoria di principio attivo puro, priva di reale efficacia drogante. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il basso valore percentuale non esclude il reato se la quantità complessiva di principio attivo consente di ricavare numerose dosi singole. Nel caso di specie, il quantitativo totale permetteva di confezionare ben ottantanove dosi medie droganti. Il rinvenimento di materiale per pesatura e confezionamento presso l'abitazione conferma la destinazione della sostanza alla cessione a terzi.
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Detenzione ai fini di spaccio: uso personale o reato?
L'Imputato è stato condannato per detenzione ai fini di spaccio di cocaina, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali. Durante una perquisizione domiciliare, le forze dell'ordine hanno trovato sostanza stupefacente, un bilancino e materiale da confezionamento. L'uomo ha aggredito i militari per opporsi al controllo. La difesa ha proposto ricorso per Cassazione sostenendo l'uso esclusivamente personale della droga e l'assenza di dolo nell'aggressione a causa del buio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: i motivi riproponevano argomenti di merito già respinti in appello senza confrontarsi criticamente con la sentenza.
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Detenzione ai fini di spaccio: la Cassazione respinge il ricorso
Due uomini sono stati fermati dalle forze dell'ordine con circa cinquantadue grammi di hashish. I due hanno cercato di nascondere la sostanza e di fuggire. I giudici territoriali li hanno condannati, ritenendo le modalità di occultamento e la fuga prove evidenti della destinazione della droga alla vendita, escludendo l'uso personale. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e segnalando un errore nel testo della sentenza d'appello. La Corte Suprema ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che non si possono riesaminare i fatti in sede di legittimità e che l'errore nel testo era un semplice refuso. La decisione conferma la responsabilità per detenzione ai fini di spaccio e condanna ciascun imputato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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