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Detenzione Ai Fini Di Spaccio

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133 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Detenzione ai fini di spaccio: la Cassazione nega l’uso personale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la condanna per il reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La ricorrente contestava l'esclusione dell'uso personale e la mancata qualificazione del fatto come di lieve entità. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi, limitandosi a richiedere una nuova valutazione dei fatti già logicamente analizzati nei gradi precedenti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, respingendo il ricorso e condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: la droga nel water non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava la valutazione delle prove sulla destinazione della droga. I giudici di merito avevano accertato la colpevolezza basandosi su elementi precisi: il tentativo di disfarsi della droga gettandola nel water, il possesso di trentadue involucri contenenti quarantanove dosi, la precaria situazione economica dei soggetti e le conversazioni sul tema ascoltate da altri ospiti del bed and breakfast. La Cassazione ha ribadito che il giudizio di legittimità non può tradursi in una nuova valutazione dei fatti, confermando la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione ai fini di spaccio: la Cassazione respinge il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La ricorrente contestava la destinazione allo spaccio della droga sequestrata, chiedendo una rivalutazione dei fatti già esaminati nei precedenti gradi di giudizio. I giudici di legittimità hanno chiarito che tali contestazioni non possono essere oggetto del giudizio di Cassazione, in quanto estranee al sindacato di legittimità e prive di specifiche indicazioni su errori evidenti nella valutazione delle prove. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione ai fini di spaccio: condanna anche con pochi grammi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il reato di detenzione ai fini di spaccio di 8,9 grammi di marijuana. La difesa sosteneva l'uso personale, evidenziando il modesto quantitativo. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto provata l'attività illecita poiché l'imputato è stato sorpreso a dialogare con un acquirente nei pressi del nascondiglio della droga (un pluviale) e si è dato alla fuga alla vista delle forze dell'ordine. La Suprema Corte ha inoltre escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche a causa dei precedenti penali del soggetto, che dimostrano una condotta abituale e incompatibile con i benefici richiesti. Il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese.
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Detenzione ai fini di spaccio: il lavoro non salva il pusher
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato era stato sorpreso a cedere hashish a un acquirente e, a seguito di perquisizioni, era stato trovato in possesso di altro hashish e marijuana, oltre a una banconota da dieci euro. La difesa sosteneva l'uso personale della droga, giustificato dai redditi del soggetto, e contestava il diniego delle attenuanti generiche e la confisca del denaro. I giudici hanno confermato la condanna, evidenziando che le modalità dello scambio, il confezionamento della sostanza e la condotta violenta dell'uomo durante il trasporto con le forze dell'ordine escludono l'uso personale e la concessione di sconti di pena. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione ai fini di spaccio: la casa condanna la convivente
Tre imputati sono stati condannati per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La polizia ha rinvenuto nell'abitazione di due di essi circa 150 dosi di cocaina, strumenti di confezionamento, appunti contabili e un sistema di videosorveglianza. La difesa sosteneva l'uso personale e l'estraneità della convivente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le condanne a quattro anni di reclusione e 18.000 euro di multa ciascuno. I giudici hanno chiarito che la stabilità dell'attività illecita, unita alla presenza di strumenti di spaccio nella casa comune, dimostra la consapevole partecipazione della convivente. Inoltre, la Cassazione non può rivalutare le prove se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente.
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Detenzione ai fini di spaccio: arresti anche senza vendite provate
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari. L'uomo era stato trovato in possesso di oltre 34 grammi di cocaina, due bilancini di precisione, materiale per il confezionamento e 10.000 euro in contanti. La difesa contestava la mancanza di prove su effettivi episodi di vendita e l'assenza di un pericolo di recidiva. I giudici hanno invece confermato la legittimità della misura, stabilendo che il possesso di strumenti di confezionamento e di ingenti somme ingiustificate dimostra la detenzione ai fini di spaccio. La gravità della condotta giustifica il timore di una reiterazione del reato, rendendo necessaria la misura cautelare. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: uso personale o spaccio?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella sua cantinola, di cui possedeva le chiavi, ingenti quantitativi di cocaina, hashish e marijuana, sufficienti a confezionare oltre duemila dosi. Oltre alla droga, erano presenti strumenti di confezionamento, appunti contabili e telefoni cellulari dedicati. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità dell'imputato, evidenziando che la destinazione allo spaccio era palese e che il diniego delle circostanze attenuanti generiche era ampiamente giustificato dalla gravità dei fatti e dalla mancanza di elementi positivi a suo favore. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione ai fini di spaccio: droga nei calzini o uso personale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione ai fini di spaccio di cocaina. L'imputato era stato sorpreso in una nota piazza di spaccio con 22 dosi di cocaina nascoste nei calzini e 770 euro in contanti, senza fornire alcuna giustificazione. La difesa sosteneva l'uso personale della sostanza e richiedeva le attenuanti generiche. I giudici hanno respinto la tesi evidenziando che il confezionamento in dosi, il luogo del fermo, il possesso di denaro e i precedenti penali specifici escludono l'uso personale. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e inflitto una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: il ricorso generico costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per il reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. La donna aveva contestato la decisione della Corte di Appello lamentando una generica violazione di legge e la mancata valutazione di elementi che avrebbero dovuto portare al suo proscioglimento. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi del ricorso erano del tutto generici e privi di un reale collegamento con la sentenza impugnata. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna, obbligando la ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: quando l’aiuto diventa complicità
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato ha proposto ricorso per Cassazione, sostenendo la propria estraneità ai fatti e affermando che la droga appartenesse esclusivamente a un altro soggetto. Secondo la difesa, la sua condotta poteva al massimo integrare il reato di favoreggiamento personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta solo al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, la condanna a due anni e due mesi di reclusione è stata confermata, con l'aggiunta della condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: il bilancino che incastra
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la condanna a dieci mesi di reclusione per detenzione ai fini di spaccio. L'imputato contestava la valutazione delle prove e l'utilizzabilità delle dichiarazioni di un coindagato. I giudici hanno chiarito che il ricorso in legittimità non può richiedere una rivalutazione dei fatti. Inoltre, la condanna si fonda solidamente sugli esiti della perquisizione domiciliare, che ha rivelato la presenza di sostanza stupefacente già suddivisa in dosi, materiale per il confezionamento e un bilancino elettronico di precisione. Questi elementi costituiscono prove oggettive e inequivocabili dell'attività di spaccio, rendendo irrilevanti le altre censure. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: uso personale o condanna?
Il ricorrente è stato condannato per il reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la droga fosse destinata all'uso personale e lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la destinazione allo spaccio era stata ampiamente provata nei precedenti gradi di giudizio e che i gravi precedenti penali dell'uomo impedivano la concessione delle attenuanti. La Cassazione non può rivalutare i fatti se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: quando le bustine vuote incastrano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La difesa sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale e contestava il diniego delle attenuanti e l'entità della pena. I giudici hanno però confermato la colpevolezza, evidenziando che il ritrovamento nell'appartamento di bustine vuote per il confezionamento e la distribuzione della sostanza dimostrano l'attività di spaccio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato i motivi di ricorso, confermando la condanna e disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: uso personale escluso dalla logica
Il caso riguarda un uomo accusato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato sosteneva che la droga fosse destinata esclusivamente all'uso personale. Tuttavia, i giudici di merito hanno ritenuto che le concrete modalità di conservazione e confezionamento della sostanza dimostrassero una chiara attività di spaccio, basandosi su logiche e coerenti massime di esperienza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall'uomo, confermando la decisione precedente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende, perdendo definitivamente la causa.
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Confisca per sproporzione: perdi i contanti anche senza spaccio
Un uomo, condannato per detenzione di cocaina e crack ai fini di spaccio, ha impugnato la confisca di oltre 72.000 euro trovati a casa sua, sostenendo che la semplice detenzione non provasse che il denaro fosse il profitto dello spaccio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, anche se il denaro non è il profitto diretto del reato di detenzione, la misura è legittima come confisca per sproporzione. Gli accertamenti patrimoniali hanno infatti dimostrato che il condannato percepiva un reddito mensile di circa 1.980 euro, del tutto incompatibile con l'accumulo di una cifra così elevata. La Cassazione ha quindi confermato la perdita definitiva del denaro a favore dello Stato.
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Detenzione ai fini di spaccio: la droga in casa incastra l’ospite
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti in concorso con il proprietario dell'appartamento in cui si trovava. L'imputato sosteneva che la droga nell'abitazione appartenesse solo al proprietario e che quella addosso fosse per uso personale. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando prove schiaccianti: continui contatti in strada con terzi, la presenza di effetti personali nella casa, il rinvenimento di marijuana sul comodino e sotto il cuscino dove l'uomo si era seduto, oltre a 2,6 grammi di cocaina nelle sue tasche. La Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: la Cassazione nega i benefici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. I giudici di merito avevano accertato la destinazione allo spaccio basandosi su elementi concreti: il confezionamento in dosi, il nascondiglio nel bagno e la fuga del soggetto alla vista della polizia. La Suprema Corte ha chiarito che, in presenza di una doppia conforme decisione dei giudici di primo e secondo grado, non è possibile chiedere una rivalutazione dei fatti in sede di legittimità. Inoltre, la richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto è stata ritenuta tardiva perché non presentata nei motivi d'appello, mentre la richiesta di pene sostitutive è stata giudicata troppo generica. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione ai fini di spaccio: condanna anche senza confessione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo trovato in possesso di 24 grammi di hashish. La sentenza stabilisce un principio chiave sulla detenzione ai fini di spaccio: non è necessaria la confessione per provare il reato. Un insieme di prove, come la quantità della sostanza, le modalità di confezionamento, le dichiarazioni di un testimone (anche se poi parzialmente ritrattate) e il contenuto di messaggi telefonici, è sufficiente a dimostrare che la droga era destinata alla vendita e non all'uso personale. L'imputato ha perso il ricorso e la sua condanna è diventata definitiva.
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Detenzione ai fini di spaccio: 22 grammi e un bilancino bastano
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per detenzione ai fini di spaccio a carico di un soggetto trovato in possesso di 22,7 grammi di hashish. La decisione si basa su elementi oggettivi che escludono l'uso personale: la sostanza era sufficiente per 154 dosi, suddivisa in involucri e accompagnata da un bilancino di precisione. Questi indizi, valutati nel loro insieme, dimostrano in modo inequivocabile l'intenzione di vendere la droga. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, respingendo anche la richiesta di applicare la non punibilità per la lieve entità del fatto, data la gravità della condotta e il pericolo creato.
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