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Detenzione Ai Fini Di Spaccio

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133 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Detenzione ai fini di spaccio: bilancino e bustine contano più della quantità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per detenzione ai fini di spaccio di un soggetto trovato in possesso di hashish e marijuana. Sebbene la quantità non fosse l'unico elemento, la presenza di un bilancino di precisione, bustine per il confezionamento e la diversità delle droghe sono stati ritenuti indizi decisivi. La sentenza stabilisce un principio chiaro: per distinguere l'uso personale dallo spaccio, il giudice deve valutare l'insieme delle circostanze. Gli strumenti per pesare e confezionare la droga, uniti ad altri elementi, costituiscono una prova sufficiente dell'intenzione di vendere, anche se la quantità di stupefacente non è elevata.
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Detenzione ai fini di spaccio: auto e contanti incastrano l’imputato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un individuo accusato di detenzione ai fini di spaccio. L'uomo era stato fermato in auto vicino casa con diverse tipologie di stupefacenti, una cospicua somma di denaro e precedenti specifici. La difesa sosteneva l'uso personale, ma i giudici hanno ritenuto che l'insieme degli elementi (modalità di occultamento, varietà delle sostanze, contanti e precedenti) provasse in modo logico l'intenzione di vendere la droga. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva e obbligando l'imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione ai fini di spaccio: bilancino e dosi bloccano il ricorso
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato condannato per detenzione ai fini di spaccio. La condanna non si basava solo sulla quantità di droga trovata (dato ponderale), ma anche sul rinvenimento di strumenti per il confezionamento delle dosi. Secondo la Corte, il ricorso era generico e non contestava specificamente tutti gli elementi di prova valorizzati nella sentenza precedente. L'imputato è stato quindi condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria, confermando di fatto la sua responsabilità.
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Detenzione ai fini di spaccio: bustine e quantità incastrano l’imputato
Un uomo, condannato per possesso di droga, presenta ricorso in Cassazione sostenendo che la sostanza fosse per uso personale. La Corte Suprema ha respinto la sua tesi, confermando la condanna per detenzione ai fini di spaccio. I giudici hanno stabilito un principio chiaro: non è solo la quantità a contare, ma anche altri indizi. In questo caso, il ritrovamento di bustine di cellophane identiche a quelle usate per custodire la droga è stato decisivo per provare l'intenzione di vendere. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché chiedeva alla Corte di rivalutare i fatti, compito che spetta esclusivamente ai giudici di merito e non alla Cassazione.
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Detenzione ai fini di spaccio: condanna anche senza dosi pronte
La Cassazione ha confermato la condanna per detenzione ai fini di spaccio a carico di un commerciante. Nel retrobottega del suo negozio erano stati trovati circa 27 grammi di cocaina, materiale per il confezionamento e una somma di denaro. L'imputato si era difeso sostenendo che la droga non fosse destinata alla vendita, data l'assenza di dosi già pronte o di bilancini. Tuttavia, la Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che la valutazione degli indizi (quantità, materiale per il taglio, denaro e tentativo di occultamento) spetta ai giudici di merito e che la loro conclusione fosse logica e ben motivata. L'imputato ha perso il ricorso ed è stato condannato a pagare le spese e una sanzione.
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Detenzione ai fini di spaccio: condannato per droga nell’androne
Un uomo viene condannato per detenzione ai fini di spaccio dopo essere stato sorpreso con sostanze stupefacenti nell'androne di un condominio. La finalità di spaccio è stata dedotta dalle modalità di occultamento della droga e dalla sua presenza ingiustificata in quel luogo. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando il ricorso dell'imputato inammissibile. I giudici hanno ritenuto che i motivi del ricorso fossero generici e non criticassero in modo specifico le argomentazioni logiche della sentenza precedente. La condanna è quindi diventata definitiva, con l'obbligo per l'imputato di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Droga nel fanale e spaccio in pizzeria: condanna definitiva
La Cassazione conferma la condanna per due soggetti per detenzione ai fini di spaccio. Il primo aveva suggerito di nascondere cocaina e hashish nel fanale posteriore di un'auto. Il secondo usava la sua pizzeria come base logistica per la vendita di droga, avvalendosi di un intermediario e di un linguaggio codificato. La Corte ha ritenuto le prove solide e le modalità operative (occultamento e copertura commerciale) incompatibili con l'ipotesi del 'fatto di lieve entità', respingendo i ricorsi e rendendo le condanne definitive.
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Detenzione ai fini di spaccio: 95 dosi non sono uso personale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per detenzione ai fini di spaccio di un individuo trovato in possesso di un notevole quantitativo di droghe (95 dosi di hashish, 3 di eroina e 1 di cocaina). La difesa sosteneva l'uso personale, ma i giudici hanno respinto questa tesi. Il principio di diritto stabilito è che la grande quantità e la diversità delle sostanze sono elementi sufficienti a dimostrare l'intenzione di vendere, escludendo così l'uso personale. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva e obbligandolo al pagamento di una somma alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti: bilancino e dosi incastrano l’imputato
Un uomo viene condannato per detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. Egli si difende sostenendo che la droga fosse per uso personale. La Corte di Cassazione respinge il suo ricorso, stabilendo un principio chiaro: il solo superamento della quantità massima consentita per uso personale non è una prova automatica di spaccio, ma lo diventa se unito ad altri elementi. In questo caso, la varietà delle droghe, la loro suddivisione in dosi, le modalità di occultamento e il possesso di strumenti per pesare e confezionare hanno reso inverosimile la tesi dell'uso personale. La condanna è quindi confermata.
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Detenzione ai fini di spaccio: 540 dosi e bilancino, non è uso personale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo trovato in possesso di un'ingente quantità di hashish (pari a 540 dosi), eroina, un bilancino di precisione e denaro. L'imputato sosteneva che la droga fosse per uso personale, ma i giudici hanno stabilito che la combinazione di questi elementi dimostra in modo inequivocabile la finalità di **detenzione ai fini di spaccio**. La presenza di una droga che l'imputato non consumava (l'eroina) e degli strumenti tipici dell'attività di vendita ha reso la sua difesa non credibile. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva.
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Detenzione ai fini di spaccio: cocaina e contanti, condanna certa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un individuo trovato in possesso di cocaina per 28 dosi e denaro non giustificato. La difesa basata sull'uso personale è stata respinta. La sentenza stabilisce un principio chiaro: per configurare la detenzione ai fini di spaccio non conta solo la quantità della sostanza, ma un insieme di indizi. Tra questi, le modalità di detenzione (in pubblica via) e il possesso di contanti sospetti sono elementi decisivi. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva e confermando la validità della valutazione complessiva delle prove fatta dai giudici di merito.
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Spaccio come stile di vita: condanna per detenzione confermata
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per detenzione ai fini di spaccio. Un uomo era stato ritenuto colpevole sulla base di prove solide: le Forze dell'Ordine lo avevano osservato mentre riceveva una richiesta di droga e avevano trovato all'interno di un container gli strumenti per confezionare le dosi. L'imputato ha presentato ricorso sostenendo una valutazione errata dei fatti, ma la Corte lo ha dichiarato inammissibile. I giudici hanno chiarito che non possono riesaminare le prove. La condanna è stata quindi resa definitiva, sottolineando che lo spaccio costituiva per l'imputato un vero e proprio 'stile di vita' e non un evento occasionale.
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Detenzione ai fini di spaccio: padre condannato, la scusa dei figli non regge
Un uomo viene condannato per detenzione ai fini di spaccio dopo essere stato trovato con 112 grammi di marijuana, suddivisi in 76 bustine. L'imputato si difende sostenendo che la droga fosse per l'uso personale dei suoi due figli, noti consumatori. La Corte di Cassazione, però, conferma la condanna. I giudici ritengono la versione dell'uomo illogica e incompatibile con le prove. La grande quantità di sostanza, sufficiente per 571 dosi, il confezionamento in dosi e il tentativo di disfarsi della droga lanciandola dal balcone dimostrano chiaramente l'intenzione di spacciare. La Corte esclude anche l'ipotesi del fatto di lieve entità proprio a causa dell'ingente quantitativo.
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Spaccio di droga: 300 dosi e contanti confermano la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per detenzione ai fini di spaccio nei confronti di un individuo trovato in possesso di 61 grammi di marijuana. L'imputato sosteneva che la droga fosse per uso personale e che il fatto fosse di lieve entità. I giudici hanno respinto la sua tesi, dichiarando il ricorso inammissibile. La decisione si basa su un insieme di prove schiaccianti: la quantità della sostanza (sufficiente per 300 dosi), il ritrovamento di 300 euro in banconote di piccolo taglio e di materiale per il confezionamento. Questi elementi, uniti ai precedenti penali dell'imputato, hanno dimostrato in modo inequivocabile l'intenzione di vendere la droga, escludendo così l'uso personale e qualsiasi forma di clemenza.
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Detenzione ai fini di spaccio: 291 dosi non sono uso personale
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per detenzione ai fini di spaccio, respingendo la tesi dell'uso personale. Un soggetto era stato trovato in possesso di una quantità di stupefacente da cui si potevano ricavare quasi 300 dosi singole, oltre a materiale per il confezionamento. Secondo i giudici, questi elementi oggettivi sono incompatibili con un consumo puramente personale. La Corte ha ribadito che la valutazione sulla destinazione della droga spetta al giudice di merito, che deve considerare tutte le circostanze del caso. L'enorme quantitativo e gli strumenti per la preparazione delle dosi sono stati ritenuti prove sufficienti per escludere l'uso personale e configurare il reato di spaccio. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Droga e pochi soldi: scatta la detenzione ai fini di spaccio
La Corte di Cassazione conferma la condanna per detenzione ai fini di spaccio a carico di una persona trovata con 168 grammi di marijuana. La difesa sosteneva l'uso personale, ma i giudici hanno ritenuto decisivi altri elementi. L'ingente quantitativo (oltre 500 dosi), la presenza di strumenti per il confezionamento e le modeste condizioni economiche dell'imputata, incompatibili con l'acquisto di una scorta così ampia, hanno creato un quadro probatorio inequivocabile. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva e aggiungendo il pagamento di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione ai fini di spaccio: 18 grammi bastano per la condanna?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo trovato in possesso di 18 grammi di hashish. La difesa sosteneva che la droga fosse per uso personale, ma i giudici hanno respinto questa tesi. L'elemento decisivo non è stata solo la quantità, ma soprattutto la modalità di confezionamento: la sostanza era già suddivisa in otto dosi pronte per la vendita. Questa circostanza, secondo la Corte, dimostra in modo inequivocabile l'intenzione di commettere il reato di detenzione ai fini di spaccio. L'appello dell'imputato è stato quindi dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva e confermando che le modalità di presentazione della droga sono un indizio fondamentale per provare lo spaccio.
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Pochi grammi, molti indizi: confermata la detenzione per spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per detenzione ai fini di spaccio, stabilendo che la colpevolezza non si basa solo sulla quantità di droga. Nel caso specifico, un uomo è stato condannato sulla base di un insieme di indizi: il tentativo di disfarsi della sostanza, la sua presenza lontano da casa e i precedenti penali. La difesa aveva chiesto di riconoscere il reato come 'fatto di lieve entità', ma la richiesta è stata respinta. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile, poiché mirava a una nuova valutazione dei fatti, e ha chiarito che la valutazione complessiva degli elementi è sufficiente a provare l'intenzione di spacciare.
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Detenzione ai fini di spaccio: senza soldi non basta per salvarsi
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per detenzione ai fini di spaccio, stabilendo un principio chiaro. Anche in assenza di denaro, elementi come la quantità della droga, il suo confezionamento in singole dosi e il comportamento dell'imputato (come la fuga) sono sufficienti a dimostrare l'intenzione di vendere. La Corte ha respinto la tesi difensiva dell'uso personale, ritenendo il ricorso un tentativo non consentito di rivalutare i fatti. È stata inoltre negata l'applicazione della non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa dei precedenti penali specifici dell'imputato, che indicavano un comportamento abituale.
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Detenzione ai fini di spaccio: bilancini e bustine valgono la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un imputato accusato di detenzione ai fini di spaccio. Nonostante la difesa sostenesse l'uso personale, i giudici hanno ritenuto decisiva la presenza, oltre alla sostanza (hashish per 157 dosi), di due bilancini di precisione e materiale per il confezionamento. La sentenza stabilisce un principio chiaro: la destinazione allo spaccio non si prova solo con la quantità, ma con una valutazione complessiva di tutti gli 'elementi sintomatici'. Anche i precedenti penali specifici dell'imputato hanno contribuito a rafforzare la tesi dell'accusa. La Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, rendendo definitiva la condanna.
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