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De Plano — Anno 2026

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468 provvedimenti applicano questo termine

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Provvedimenti

Ricorso personale in Cassazione: il fai-da-te costa carissimo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato direttamente dall'Imputato contro la condanna per danneggiamento. L'ordinanza ribadisce che il ricorso personale in Cassazione non è più consentito dalla legge. L'Imputato aveva impugnato autonomamente la decisione della Corte d'Appello, violando l'obbligo di farsi rappresentare da un difensore abilitato. Di conseguenza, i giudici hanno respinto l'atto senza esaminare il merito della vicenda e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione personale: la difesa fai-da-te costa cara
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per ricettazione. L'imputato aveva proposto il ricorso per cassazione personale, ossia firmandolo e presentandolo autonomamente senza l'assistenza di un difensore abilitato. I giudici hanno chiarito che, a seguito della riforma del 2017, la legge vieta espressamente questa modalità, richiedendo obbligatoriamente la firma di un avvocato iscritto all'albo speciale delle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, oltre al rigetto del ricorso per difetto di legittimazione, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo vieta il ricorso
Un imputato, dopo aver concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello, ha proposto ricorso per Cassazione. La difesa lamentava la mancata applicazione del principio del ne bis in idem per un reato asseritamente già giudicato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia implicita ai motivi di appello non concordati. Di conseguenza, non è possibile contestare in sede di legittimità questioni precedentemente rinunciate per ottenere uno sconto di pena. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: il fai-da-te costa 3.000 euro
Il Condannato ha proposto personalmente un ricorso contro diciotto provvedimenti emessi dal Magistrato di sorveglianza relativi a reclami sullo stato detentivo. Il Tribunale di sorveglianza ha trasmesso gli atti alla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso. La legge stabilisce infatti che il ricorso personale in Cassazione non è più consentito al cittadino. L'atto deve essere obbligatoriamente firmato da un avvocato abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, la Corte ha respinto la richiesta e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patrocinio in Cassazione negato: ricorso inammissibile e multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da una cittadina contro il diniego delle misure alternative alla detenzione. Il motivo dell'inammissibilità risiede nel fatto che il difensore della donna non era iscritto all'albo speciale per il patrocinio in Cassazione. Di conseguenza, la firma sul ricorso è stata considerata priva di valore legale. Oltre al rigetto della domanda di affidamento in prova e detenzione domiciliare, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revisione della sentenza: condannato uno, assolto l’altro
Il Condannato, ritenuto colpevole in via definitiva di estorsione aggravata, ha proposto istanza di revisione della sentenza. La richiesta si fondava sull'inconciliabilità con un'altra decisione irrevocabile che aveva assolto il Coimputato per lo stesso fatto, ritenendo inattendibile la Persona Offesa. La Corte di appello ha dichiarato inammissibile la richiesta senza fissare l'udienza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che la valutazione preliminare non può trasformarsi in un giudizio di merito anticipato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza e ha ordinato l'apertura del giudizio di revisione.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti della Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento proposto dalla difesa di un imputato condannato per associazione a delinquere e truffa. Il difensore lamentava l'omessa motivazione del giudice sulla mancata pronuncia di una causa di non punibilità. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato esclusivamente a motivi tassativi previsti dalla legge, come l'espressione della volontà, il difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, l'erronea qualificazione giuridica e l'illegalità della pena. Poiché il motivo dedotto non rientrava in questi casi, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione di tremila euro.
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Concordato in appello: l’accordo che cancella i ricorsi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per evasione dagli arresti domiciliari. L'imputato aveva concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello, ma successivamente ha proposto ricorso lamentando la violazione dell'articolo 129 del codice di procedura penale e vizi di motivazione sulla pena. I giudici di legittimità hanno ribadito che, in caso di concordato in appello, il ricorso in Cassazione è limitato esclusivamente a vizi sulla formazione della volontà delle parti, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della decisione del giudice rispetto all'accordo. Di conseguenza, le contestazioni sui motivi rinunciati o sulla quantificazione della pena legale sono inammissibili. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per Cassazione tardivo: condanna definitiva per lesioni
L'Imputato, condannato nei precedenti gradi di giudizio per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate, ha proposto un ricorso per Cassazione contestando la propria responsabilità penale e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che il termine di quarantacinque giorni per presentare l'impugnazione scadeva il 5 giugno 2025, mentre il ricorso è stato depositato solo nell'ottobre del 2025. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per via di un Ricorso per Cassazione tardivo, condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Inappellabilità della pena pecuniaria: ricorso tardivo ma senza colpa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile per tardività il ricorso di una cittadina condannata in primo grado alla sola sanzione pecuniaria. La difesa aveva erroneamente proposto appello anziché ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha ribadito il principio dell'inappellabilità della pena pecuniaria, spiegando che le sentenze che prevedono solo sanzioni in denaro possono essere impugnate unicamente tramite ricorso di legittimità. Poiché la Corte d'Appello non aveva provveduto a riqualificare l'atto, i giudici di legittimità hanno operato la riqualificazione d'ufficio, rilevando tuttavia che il successivo ricorso era ormai fuori tempo massimo. La ricorrente è stata condannata alle sole spese processuali, senza sanzioni aggiuntive verso la Cassa delle ammende per assenza di colpa nell'errore procedurale.
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Opposizione alla richiesta di archiviazione: ricorso inammissibile
Tre persone offese presentano opposizione alla richiesta di archiviazione per il reato di interferenze illecite nella vita privata. Il Giudice per le indagini preliminari respinge l'opposizione e dispone l'archiviazione. Le persone offese propongono ricorso per Cassazione contro questa decisione. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili, ribadendo che l'ordinanza di archiviazione emessa dopo l'opposizione alla richiesta di archiviazione non può essere impugnata direttamente in Cassazione, a meno che non sia affetta da anomalie macroscopiche. Di conseguenza, le persone offese perdono il ricorso e vengono condannate a pagare le spese del procedimento e una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Ordine di demolizione: l’erede paga per l’abuso della madre
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro l'ordine di demolizione di un immobile abusivo ereditato dalla madre defunta. Il ricorrente sosteneva che la procedura fosse viziata perché il giudice aveva deciso in udienza camerale anziché senza formalità, e lamentava la mancata notifica personale del provvedimento. I giudici hanno chiarito che l'ordine di demolizione è un provvedimento reale che colpisce l'immobile e mantiene la sua efficacia anche nei confronti degli eredi, senza necessità di una nuova notifica. Inoltre, la procedura con udienza camerale è corretta per garantire il diritto di difesa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: se c’è l’accordo la pena non si tocca
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sentenza emessa a seguito di concordato in appello. L'imputato lamentava una presunta difformità tra l'accordo raggiunto e la pena effettivamente applicata, oltre a un peggioramento della condanna rispetto al primo grado. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che la documentazione smentiva totalmente le lamentele del ricorrente: la Corte d'Appello aveva fedelmente applicato l'accordo, riconoscendo l'equivalenza tra le attenuanti generiche e la recidiva e riducendo la pena a un anno di reclusione (il minimo edittale). Di conseguenza, non vi è stata alcuna violazione del concordato in appello né un peggioramento della pena. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: il fai da te costa carissimo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro una sentenza della Corte d'Appello. La decisione si fonda sul fatto che l'interessato ha proposto il ricorso personalmente, senza l'assistenza di un difensore abilitato, violando le regole procedurali. Il ricorso personale in Cassazione non è infatti consentito dalla legge penale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo preclude il ricorso successivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che, dopo aver usufruito del concordato in appello rinunciando ai motivi di impugnazione sulla colpevolezza, ha cercato di contestare la motivazione della sentenza in Cassazione. I giudici hanno chiarito che il ricorso dopo il concordato è limitato a vizi della volontà, consenso del pubblico ministero o illegalità della pena. L'imputato è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricusazione del giudice: no all’estensione all’intera sezione
La Ricorrente ha proposto istanza di ricusazione contro l'intera sezione penale del Tribunale, poiché il primo giudice designato (poi astenutosi) era coniuge separato del Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la ricusazione del giudice è un istituto strettamente personale. Non è possibile estendere automaticamente il sospetto di parzialità all'intera sezione di appartenenza del magistrato, a meno che non si dimostrino motivi specifici per ogni singolo componente. La richiesta di ricusazione del giudice deve quindi basarsi su elementi concreti riferiti a ciascuna persona fisica e non a un intero ufficio. Di conseguenza, la Ricorrente ha perso la causa ed è stata condannata a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione firmato dall’imputato: l’errore costa caro
Un cittadino, condannato nei primi due gradi di giudizio, ha presentato personalmente ricorso in Cassazione. L'imputato ha firmato l'atto di tasca propria, senza l'assistenza e la firma di un difensore abilitato a patrocinare davanti alle giurisdizioni superiori. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La legge stabilisce infatti che il ricorso per cassazione firmato dall'imputato non è valido. Per impugnare una sentenza davanti alla Suprema Corte è obbligatoria la firma di un avvocato iscritto nell'albo speciale. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato a pagare le spese del procedimento e una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Reclamo giurisdizionale del detenuto: nullo il no senza udienza
Il Presidente del Tribunale di sorveglianza ha dichiarato inammissibile, con decreto emesso senza udienza ("de plano"), il reclamo giurisdizionale del detenuto contro alcune sanzioni disciplinari. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione del contraddittorio e l'incompetenza del singolo giudice. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la decisione sul reclamo giurisdizionale del detenuto spetta esclusivamente al Tribunale in composizione collegiale (più giudici) e non al singolo Presidente. Di conseguenza, il decreto emesso dal solo Presidente è affetto da nullità assoluta e insanabile. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento, ordinando un nuovo giudizio davanti al Tribunale di sorveglianza in composizione corretta.
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Ricorso per cassazione personale: la firma del detenuto non basta
Un detenuto ha presentato personalmente un ricorso scritto a mano contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, lamentando il mancato inquadramento lavorativo in carcere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione personale non è più consentito dalla legge. A seguito della riforma del 2017, l'atto deve essere obbligatoriamente firmato da un difensore abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reclamo del detenuto per il cibo: rigetto e multa salata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il rigetto del suo reclamo relativo al ritardo nella consegna di pacchi alimentari deperibili. La Corte ha chiarito che le modalità di smistamento dei pacchi non toccano i diritti soggettivi del ristretto, ma rientrano nella discrezionalità organizzativa dell'amministrazione penitenziaria. Inoltre, il ricorso è stato presentato personalmente dal detenuto, violando l'obbligo di firma da parte di un difensore abilitato al patrocinio davanti alla Cassazione. Di conseguenza, il reclamo del detenuto è stato respinto con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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