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Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (Cigs)

36 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un sostegno economico dello Stato per i lavoratori di aziende in crisi o in ristrutturazione.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Diritto all’Assunzione: Accordo Sindacale vincola la Nuova Compagnia
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto all'assunzione di un lavoratore da parte di una nuova compagnia aerea, subentrata alla precedente. Il lavoratore aveva dimostrato di possedere i requisiti previsti da un accordo sindacale, qualificato come contratto a favore di terzi. La compagnia aveva contestato l'interpretazione dell'accordo e l'onere della prova del diritto all'assunzione. La Cassazione ha respinto il ricorso della compagnia, ribadendo che l'interpretazione del contratto spetta al giudice di merito e che il lavoratore aveva correttamente provato il suo diritto.
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Indennità di mobilità: stipendio pieno o tetto di cassa integrazione
Un lavoratore licenziato per riduzione di personale ha chiesto all'ente previdenziale il pagamento dell'indennità di mobilità parametrata al cento per cento dell'ultima retribuzione percepita prima del recesso. Il dipendente sosteneva che, non essendo mai transitato attraverso la Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria, il sussidio non dovesse subire i massimali previsti per le integrazioni salariali. L'ente previdenziale ha respinto la pretesa, calcolando l'importo esclusivamente sui parametri legali della cassa integrazione. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'ente di previdenza, rigettando il ricorso del lavoratore. La legge equipara pienamente chi viene collocato subito in mobilità a chi proviene dalla cassa integrazione: in entrambi i casi, l'importo corrisponde al trattamento di integrazione salariale spettante e non alla retribuzione piena.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: vince il dipendente
Un'azienda ha intimato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo a un dipendente adducendo la soppressione della sua posizione lavorativa a seguito di una riorganizzazione interna. Il lavoratore ha impugnato il recesso contestando la violazione dell'obbligo di repêchage. La Corte d'Appello ha annullato il licenziamento ordinando la reintegrazione e il pagamento delle retribuzioni arretrate, poiché la società non ha provato l'impossibilità di ricollocare il dipendente nelle sue 23 sedi territoriali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda per difetto di specificità e autosufficienza dei motivi formulati. Il lavoratore ottiene in via definitiva la reintegrazione sul posto di lavoro e il risarcimento del danno, mentre l'azienda è stata condannata al pagamento delle spese legali e al raddoppio del contributo unificato.
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Accordi sindacali: quando manca il diritto all’assunzione
Una lavoratrice, collocata in cassa integrazione e poi in mobilità, ha citato in giudizio la nuova compagnia aerea per ottenere il diritto all'assunzione e il risarcimento del danno, richiamando gli accordi sindacali di salvaguardia occupazionale siglati durante la ristrutturazione aziendale. I giudici di merito hanno respinto la richiesta per la natura meramente programmatica dell'accordo e la mancanza di tabelle specifiche sul fabbisogno del personale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. I giudici supremi hanno stabilito che l'intesa sindacale non integra un contratto a favore di terzo se mancano criteri certi e tabelle per rendere determinabili i beneficiari. L'azienda ha mantenuto la prevalenza delle proprie esigenze organizzative nella scelta del personale.
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Indennità di mobilità: spetta la paga piena o il tetto CIGS?
Un lavoratore licenziato per riduzione di personale ha chiesto all'ente previdenziale il pagamento dell'indennità di mobilità in misura pari al cento per cento dell'ultima retribuzione percepita, sostenendo che tale misura piena spettasse a chi non fosse transitato preliminarmente per la Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria. L'ente di previdenza ha negato l'integrazione, avendo già erogato il trattamento corrispondente ai parametri di legge. I giudici di merito hanno respinto le pretese dell'ex dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso, stabilendo che la legge equipara i lavoratori passati dalla cassa integrazione a quelli collocati direttamente in mobilità. L'indennità di mobilità va infatti parametrata per legge al trattamento di cassa integrazione straordinaria spettante e non alla retribuzione integrale ordinaria.
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Fondo di garanzia INPS: pieno recupero di TFR e stipendi
Un lavoratore dipendente di una grande azienda in crisi ha ottenuto l'ammissione al passivo fallimentare per il TFR e le ultime tre mensilità non pagate. Di fronte al rifiuto dell'ente previdenziale di erogare le somme, l'uomo ha richiesto l'intervento del Fondo di garanzia INPS. L'istituto sosteneva che il dipendente avesse percepito acconti dalla procedura concorsuale e che la cassa integrazione impedisse la copertura delle ultime mensilità. I giudici hanno respinto la linea difensiva dell'ente previdenziale, non avendo quest'ultimo provato l'avvenuto pagamento parziale. La Corte di Cassazione ha confermato che il lavoratore ha pieno diritto a ottenere le ultime tre mensilità di effettivo lavoro svolto e il trattamento di fine rapporto, dichiarando inammissibile il ricorso dell'istituto e condannandolo alle spese legali.
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Incentivi all’esodo: spettano anche a chi cambia azienda
Tre dipendenti hanno rassegnato le dimissioni per passare a un'altra impresa nell'ambito di un percorso di ricollocazione promosso dalla datrice di lavoro in crisi. L'azienda ha negato il pagamento dell'integrazione di 18 mensilità sul trattamento di fine rapporto, sostenendo che l'ultimo accordo sindacale escludesse chi trovava subito un nuovo impiego. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'azienda al pagamento. I giudici hanno chiarito che l'intesa sindacale più recente ha sostituito integralmente le precedenti, estendendo gli incentivi all'esodo a tutte le forme di mobilità e risoluzione consensuale del rapporto.
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Cassa integrazione straordinaria: illegittimi i criteri generici
Un'azienda ha collocato a zero ore un dipendente per oltre dieci anni senza specificare criteri trasparenti di selezione e rotazione. Il dipendente ha agito in giudizio contestando l'illegittimità del provvedimento datoriale e chiedendo il pagamento delle differenze tra lo stipendio pieno e il trattamento economico percepito. L'azienda si è difesa eccependo la prescrizione breve, l'inerzia prolungata del dipendente e l'assenza di una formale offerta della prestazione lavorativa. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'azienda. I giudici hanno stabilito che l'adozione di parametri generici e unilaterali rende illegittima la cassa integrazione straordinaria. Il credito risarcitorio del dipendente deriva da un inadempimento contrattuale, con applicazione della prescrizione decennale ordinaria. Il silenzio del dipendente non costituisce rinuncia ai diritti e l'atto aziendale illegittimo pone automaticamente il datore in mora.
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Cessione di ramo d’azienda illegittima: stop al taglio stipendi
Una lavoratrice ha ottenuto l'annullamento del trasferimento verso una nuova società a causa di una cessione di ramo d'azienda illegittima. I giudici hanno ordinato all'azienda cedente di ripristinare il rapporto e saldare gli stipendi arretrati. L'azienda cedente ha contestato l'obbligo, chiedendo di detrarre dalle somme dovute quanto percepito dalla dipendente a titolo di Cassa Integrazione Straordinaria presso la società cessionaria. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando la piena debenza delle retribuzioni. I giudici hanno chiarito che le somme dovute dall'originario datore conservano natura retributiva e non risarcitoria. Di conseguenza, il datore cedente non può scomputare i trattamenti previdenziali o le indennità pubbliche percepite dalla lavoratrice dopo l'illegittimo trasferimento.
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Cessione di ramo d’azienda illegittima: stipendi al lavoratore
Una società cedeva un ramo d'attività trasferendo un dipendente a una nuova impresa. I giudici accertavano la nullità del trasferimento. Il lavoratore chiedeva quindi alla società originaria il pagamento delle retribuzioni maturate durante il periodo di distacco. La società cedente rifiutava il versamento sostenendo che il dipendente avesse stipulato accordi transattivi con la seconda azienda e percepito l'integrazione salariale. La Corte di Cassazione ha confermato i diritti del dipendente e ha respinto il ricorso datoriale. In caso di cessione di ramo d'azienda illegittima, il rapporto con il datore originario non si interrompe mai sul piano giuridico. L'azienda cedente deve corrispondere tutti gli stipendi arretrati senza detrarre somme o accordi economici intercorsi con la società cessionaria.
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Cassa integrazione e doppio lavoro: licenziamento per giusta causa
Un primo ufficiale di volo ha impugnato il licenziamento per giusta causa intimatogli dalla compagnia aerea datrice di lavoro. Il dipendente aveva omesso di comunicare all'azienda e all'ente previdenziale l'inizio di una nuova attività lavorativa a tempo indeterminato presso un altro vettore estero durante il periodo di cassa integrazione straordinaria. Tale condotta gli aveva consentito di percepire indebitamente il trattamento di integrazione salariale accanto alla nuova retribuzione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello, rigettando il ricorso del dipendente e dichiarando pienamente legittimo il recesso datoriale. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di comunicazione preventiva sussiste per qualsiasi attività remunerativa e la sua violazione deliberata lede irrimediabilmente il vincolo fiduciario.
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Cassa integrazione straordinaria: criteri vaghi e risarcimento
Un'azienda ha collocato un dipendente in cassa integrazione straordinaria per quasi dieci anni senza specificare criteri di scelta chiari e trasparenti. Il lavoratore ha impugnato la sospensione, chiedendo il risarcimento del danno economico subito. I giudici di merito hanno accertato la genericità dei parametri adottati dal datore di lavoro, condannando la società a corrispondere le differenze tra la retribuzione piena e l'indennità percepita. L'azienda ha proposto ricorso per cassazione lamentando vizi procedurali e contestando il calcolo del danno. La Suprema Corte di Cassazione ha respinto il ricorso datoriale. I giudici hanno confermato che la mancanza di regole oggettive e vincolanti per selezionare il personale da sospendere rende l'atto aziendale illegittimo e obbliga l'impresa a risarcire integralmente la retribuzione persa dal dipendente.
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Cassa integrazione per lavoratore in distacco: sì della Cassazione
L'Ente Previdenziale ha revocato la pensione anticipata di una lavoratrice dell'editoria, annullando i contributi figurativi accumulati durante un periodo di cassa integrazione straordinaria. Secondo l'ente, la dipendente non aveva diritto all'ammortizzatore sociale perché si trovava temporaneamente in distacco presso un'altra società. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'ente, stabilendo che la cassa integrazione per lavoratore in distacco è pienamente legittima. Il distacco, infatti, non cancella il legame con il datore di lavoro originario, che conserva la titolarità del rapporto e il potere di gestire le sospensioni lavorative. Di conseguenza, la lavoratrice conserva il diritto al prepensionamento e l'ente previdenziale deve rimborsare le spese legali.
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Prepensionamento speciale: no ai contributi di mobilità
L'Istituto Previdenziale ha impugnato la decisione che riconosceva a un ex dipendente di un'azienda editoriale il diritto al prepensionamento speciale. La Corte d'Appello aveva calcolato, per raggiungere il requisito contributivo minimo, anche i contributi figurativi del periodo di mobilità successivo alla cassa integrazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, stabilendo che per l'accesso al prepensionamento speciale dei lavoratori poligrafici valgono solo i contributi accreditati durante la cassa integrazione guadagni straordinaria. I contributi figurativi maturati successivamente durante la mobilità non possono essere computati, trattandosi di una norma eccezionale di stretta interpretazione. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Indennità di mobilità: l’INPS vince contro il silenzio processuale
Un lavoratore ha richiesto l'indennità di mobilità dopo la cessazione del rapporto con una società di riscossione tributi. L'INPS ha erogato solo la disoccupazione ordinaria, sostenendo che l'azienda non rientrasse tra quelle ammesse alla cassa integrazione straordinaria. I giudici di merito hanno accolto la domanda del lavoratore, ritenendo che l'INPS non avesse contestato tempestivamente questo requisito. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'INPS, stabilendo che la qualificazione giuridica dell'attività aziendale è un elemento normativo sottratto al principio di non contestazione. La causa torna in Appello per verificare se l'azienda rientri effettivamente nel campo di applicazione della prestazione.
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Cassa integrazione straordinaria: l’inerzia non cancella i diritti
Un'azienda ha collocato alcuni dipendenti in cassa integrazione straordinaria a zero ore, applicando criteri di scelta generici e discrezionali. Il Lavoratore ha fatto causa chiedendo il risarcimento dei danni per l'illegittimità della sospensione. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del dipendente. L'Azienda ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'inerzia del dipendente equivalesse a una rinuncia tacita e che il credito fosse prescritto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il silenzio del lavoratore non prova alcuna volontà di rinunciare ai propri diritti e che il risarcimento per inadempimento contrattuale si prescrive in dieci anni. Il Lavoratore ha quindi vinto definitivamente la causa, ottenendo il risarcimento.
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Indennità di mobilità: negata ai soci di cooperative di vigilanza
Un lavoratore, socio di una cooperativa di vigilanza con qualifica di guardia giurata, veniva licenziato per cessazione dell'attività. Gli eredi chiedevano il pagamento dell'indennità di mobilità per il periodo da settembre 2015 a luglio 2016. La Corte d'appello accoglieva la domanda, ritenendo che la legge avesse esteso tale tutela anche alle cooperative di vigilanza. L'INPS proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, chiarendo che la riforma del mercato del lavoro del 2012 ha esteso a tali cooperative solo l'assicurazione contro la disoccupazione (ASpI) e la cassa integrazione straordinaria, ma non l'indennità di mobilità, prestazione peraltro destinata a scomparire dal 2017. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato definitivamente la domanda dei familiari del lavoratore.
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Cassa integrazione e obbligo di rotazione: infermiera vince
Una lavoratrice, assunta formalmente come infermiera, viene collocata in Cassa integrazione guadagni straordinaria dall'azienda. La dipendente contesta la decisione lamentando la violazione dell'obbligo di rotazione tra i dipendenti fungibili. Il Tribunale le dà ragione, ma la Corte d'Appello ribalta la decisione ritenendo non provata l'intercambiabilità delle mansioni. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della lavoratrice: i giudici di secondo grado hanno totalmente ignorato una lettera del responsabile delle risorse umane che elogiava l'attività della donna in quel reparto, dimostrando la concreta fungibilità con i colleghi non sospesi. La Suprema Corte stabilisce che, in tema di cassa integrazione e obbligo di rotazione, spetta al lavoratore dimostrare la fungibilità delle mansioni, ma il giudice deve valutare tutte le prove documentali prodotte. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Cassa integrazione guadagni straordinaria: criteri generici nulli
Un'azienda ha collocato un dipendente in cassa integrazione guadagni straordinaria. Il lavoratore ha contestato la sospensione ritenendola illegittima a causa della genericità dei criteri di scelta adottati per individuare il personale da sospendere. La Corte d'Appello ha dato ragione al lavoratore, condannando l'azienda a risarcire i danni pari alla differenza tra lo stipendio pieno e l'assegno di integrazione salariale ricevuto. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che la semplice inerzia del lavoratore non equivale a una rinuncia ai propri diritti e che il risarcimento per l'illegittima sospensione si prescrive in dieci anni. Di conseguenza, il lavoratore vince definitivamente la causa e ha diritto al risarcimento.
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Cassa integrazione guadagni straordinaria: no a criteri generici
Un'azienda ha collocato un dipendente in Cassa integrazione guadagni straordinaria senza specificare criteri di scelta chiari e trasparenti, limitandosi a generici richiami alle esigenze aziendali. Il Lavoratore ha fatto causa chiedendo il risarcimento dei danni pari alle differenze retributive. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del provvedimento. I giudici hanno chiarito che la genericità dei criteri rende nulla la sospensione e che il diritto al risarcimento si prescrive in dieci anni (prescrizione ordinaria) e non in cinque. Inoltre, la semplice inerzia del dipendente nel contestare subito il provvedimento non costituisce una rinuncia ai propri diritti, né riduce il risarcimento dovuto dall'azienda. L'Azienda è stata condannata a pagare le differenze salariali e le spese di giudizio.
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