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Legge 92/2012 — Sezione Lavoro Civile

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498 provvedimenti

Altri anni per Legge 92/2012

Licenziamento collettivo: elenchi tardivi e dipendente risarcita
Un'azienda ha intimato un licenziamento collettivo a una dipendente, ma ha inviato la comunicazione finale obbligatoria in modo incompleto e frammentato. La prima nota, inviata prima dei licenziamenti, non conteneva i nominativi dei lavoratori coinvolti, mentre gli elenchi successivi sono stati trasmessi oltre il termine di legge. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il recesso, condannando l'azienda a pagare diciotto mensilità di indennità. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del datore di lavoro. I giudici hanno chiarito che la comunicazione dei lavoratori licenziati e dei criteri di scelta deve essere unica, trasparente e inviata tassativamente entro sette giorni dal primo licenziamento, per garantire il controllo dei sindacati e non compromettere i diritti di difesa del lavoratore.
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Licenziamento collettivo: sì al risarcimento, no ai favoritismi
La Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo intimato da un'azienda di vigilanza a un lavoratore. L'azienda aveva violato le regole procedurali inviando una comunicazione tardiva e incompleta sui criteri di scelta e sui nominativi dei dipendenti in esubero. La Corte ha chiarito che la comunicazione finale deve essere unica, trasparente e inviata entro il termine perentorio di sette giorni dal primo recesso. Inoltre, i giudici hanno respinto il ricorso del lavoratore, stabilendo che l'anzianità convenzionale (derivante da un accordo individuale) non può essere utilizzata come criterio di scelta per la selezione dei lavoratori da licenziare, poiché priva di oggettività e lesiva della parità di trattamento rispetto agli altri dipendenti. Entrambi i ricorsi sono stati rigettati, confermando il diritto del lavoratore a ricevere un'indennità risarcitoria di diciotto mensilità.
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Associazione in partecipazione: bilancio non evita l’assunzione
Un'azienda di carburanti ha impugnato le richieste di pagamento di INPS e INAIL, derivanti dalla riqualificazione in contratti di lavoro subordinato di due rapporti di associazione in partecipazione. La Corte d'Appello ha confermato la subordinazione, rilevando la mancanza di un vero rendiconto e di competenze tecniche elevate dei lavoratori. La Cassazione ha respinto i motivi dell'azienda sulla natura del rapporto, confermando che il semplice bilancio non sostituisce il rendiconto dettagliato. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sul quinto motivo per omessa pronuncia: i giudici d'appello non avevano valutato la richiesta dell'azienda di scomputare i contributi già versati alla Gestione Separata. La sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare l'importo dovuto.
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Contratto a progetto nullo: l’azienda perde e paga 400mila euro
L'Azienda ha impugnato un avviso di addebito dell'INPS di circa 400.000 euro per contributi omessi. L'ente previdenziale ha contestato la validità di un contratto a progetto stipulato con un collaboratore addetto alla gestione delle risorse umane. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che l'assenza di un progetto specifico determina la conversione automatica del rapporto in lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dall'origine. Gestire ordinariamente il personale non costituisce un progetto autonomo e circoscritto, ma una normale attività aziendale. Di conseguenza, scatta la sanzione della conversione ope legis (per legge), senza necessità di verificare come si sia svolto concretamente il rapporto di lavoro. L'Azienda è stata condannata a pagare i contributi e le spese legali.
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Tempo di vestizione: i lavoratori vincono contro la cooperativa
Alcuni operatori di una residenza sanitaria assistenziale hanno chiesto il pagamento del tempo di vestizione (indossare la divisa) e del passaggio di consegne a fine turno. La cooperativa datrice di lavoro si è opposta, sostenendo anche che i crediti fossero prescritti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della cooperativa, confermando che il tempo di vestizione, se imposto dal datore di lavoro, rientra nell'orario di lavoro effettivo e va retribuito. Inoltre, la Corte ha ribadito che la prescrizione dei crediti retributivi non decorre durante il rapporto di lavoro, ma solo dalla sua cessazione, a causa della mancanza di una tutela di stabilità reale dopo le riforme del 2012 e del 2015. I lavoratori hanno quindi vinto la causa, ottenendo il riconoscimento delle differenze retributive e il rimborso delle spese legali.
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Prescrizione dei crediti di lavoro: stop al decorso in servizio
Un lavoratore, assunto inizialmente con contratto di apprendistato poi trasformato a tempo indeterminato, ha richiesto il computo dell'intero periodo di apprendistato ai fini degli scatti di anzianità. L'Azienda si è opposta, eccependo la prescrizione dei crediti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che l'apprendistato deve essere interamente calcolato. Riguardo alla prescrizione dei crediti di lavoro, la Corte ha ribadito un principio fondamentale: nei rapporti di lavoro a tempo indeterminato privi di stabilità reale (come quelli modificati dalla Legge Fornero del 2012 e dal Jobs Act del 2015), la prescrizione non decorre durante il rapporto di lavoro, ma inizia a decorrere soltanto dalla sua cessazione. Di conseguenza, i diritti del lavoratore non erano prescritti e l'Azienda è stata condannata.
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Indennità di mobilità: negata ai soci di cooperative di vigilanza
Un lavoratore, socio di una cooperativa di vigilanza con qualifica di guardia giurata, veniva licenziato per cessazione dell'attività. Gli eredi chiedevano il pagamento dell'indennità di mobilità per il periodo da settembre 2015 a luglio 2016. La Corte d'appello accoglieva la domanda, ritenendo che la legge avesse esteso tale tutela anche alle cooperative di vigilanza. L'INPS proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, chiarendo che la riforma del mercato del lavoro del 2012 ha esteso a tali cooperative solo l'assicurazione contro la disoccupazione (ASpI) e la cassa integrazione straordinaria, ma non l'indennità di mobilità, prestazione peraltro destinata a scomparire dal 2017. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato definitivamente la domanda dei familiari del lavoratore.
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Reintegrazione nel posto di lavoro esclusa dal secondo recesso
Un dipendente pubblico riceve due licenziamenti successivi per assenze ingiustificate. Il primo provvedimento viene dichiarato illegittimo, ma il secondo resta valido perché non impugnato correttamente. Il lavoratore richiede la reintegrazione nel posto di lavoro, ma i giudici la negano poiché il secondo recesso ha comunque interrotto il rapporto. Il lavoratore propone ricorso per revocazione in Cassazione, lamentando errori di fatto. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile: le contestazioni sollevate riguardano l'interpretazione di norme giuridiche e non meri errori materiali. Di conseguenza, il lavoratore perde definitivamente la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Mobilità in deroga: l’INPS vince il ricorso in Cassazione
Un lavoratore ha percepito l'indennità di mobilità in deroga nel 2014 dopo aver esaurito la disoccupazione ASpI. L'INPS ha richiesto la restituzione delle somme, sostenendo che il decreto interministeriale escludesse i beneficiari di ASpI dal trattamento. La Corte d'Appello ha dato ragione al lavoratore, ma la Cassazione ha ribaltato la decisione. I giudici hanno stabilito che il decreto interministeriale n. 83473/2014 ha legittimamente limitato la mobilità in deroga per il 2014 alla sola prosecuzione di precedenti trattamenti di mobilità, escludendo l'ASpI. Di conseguenza, l'INPS ha il diritto di recuperare le somme erogate.
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Licenziamento per giusta causa: ricorso tardivo e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Lavoratore contro il rigetto della revocazione della sentenza che confermava il suo licenziamento per giusta causa. Il Lavoratore era stato licenziato dall'Azienda per aver indotto un terzo a mentire e per aver installato antenne difformi dal progetto. Il Lavoratore ha impugnato la decisione oltre il termine di sessanta giorni dalla comunicazione via PEC della sentenza di appello. La Suprema Corte ha chiarito che il rito speciale (Rito Fornero) attrae anche il giudizio di revocazione, rendendo tardivo il ricorso notificato oltre la scadenza calcolata dalla comunicazione di cancelleria. Il Lavoratore perde definitivamente la causa e viene condannato al pagamento delle spese e a sanzioni per lite temeraria.
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Licenziamento collettivo: azienda perde per poca trasparenza
L'Azienda ha impugnato la sentenza d'appello che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di due dipendenti per incompletezza informativa della comunicazione di avvio della procedura di mobilità. L'Azienda lamentava anche l'errata applicazione del rito ordinario anziché del rito Fornero. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la mancata conversione del rito non invalida il processo se non arreca un concreto pregiudizio alla difesa. Inoltre, ha ribadito l'illegittimità del licenziamento collettivo poiché la comunicazione iniziale non specificava i motivi per cui la riduzione del personale era limitata a un solo stabilimento, impedendo un trasparente confronto sindacale. I lavoratori ottengono la reintegrazione e il risarcimento.
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Sgravi contributivi revocati: l’onere della prova all’impresa
Una cooperativa ha impugnato un verbale di accertamento dell'INPS che revocava le agevolazioni per il mancato rispetto del contratto collettivo nazionale, avendo omesso i contributi su tredicesime e festività di dieci lavoratori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della cooperativa, confermando che l'onere della prova spetta all'impresa che richiede gli sgravi contributivi. Anche nelle cause per dichiarare l'inesistenza di un debito previdenziale, spetta al datore di lavoro dimostrare di possedere tutti i requisiti di legge per accedere ai benefici, inclusa la regolarità dei versamenti e il rispetto dei contratti collettivi. Di conseguenza, la cooperativa perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Rito Fornero e dipendenti pubblici: la Cassazione taglia i tempi
Un dirigente medico impugna il licenziamento per superamento del periodo di comporto. Il Tribunale rigetta la domanda applicando il rito Fornero. Il lavoratore propone appello oltre il termine di trenta giorni, ritenendo inapplicabile tale rito al pubblico impiego e contestando vizi formali nella notifica via PEC della sentenza. La Corte d'Appello dichiara l'appello inammissibile per tardività. La Corte di Cassazione conferma la decisione: il rito Fornero si applica anche ai dipendenti pubblici e, in ogni caso, per il principio di ultrattività del rito, l'impugnazione deve seguire i termini della procedura concretamente applicata in primo grado. Inoltre, lievi irregolarità formali della PEC non impediscono la decorrenza del termine se la sentenza è stata comunque ricevuta. Il ricorso del lavoratore viene rigettato.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: errore fatale
Un dipendente ha impugnato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato dall'azienda dopo il suo rifiuto a un demansionamento. Il lavoratore ha avviato la causa con il rito Fornero, ma ha commesso un errore procedurale: ha contestato la prima decisione sfavorevole con un reclamo anziché con un ricorso in opposizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando l'inammissibilità dell'impugnazione. I giudici hanno inoltre chiarito che, durante l'emergenza COVID-19, la sostituzione dell'udienza in presenza con lo scambio di note scritte non viola il diritto di difesa. Il lavoratore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Licenziamento collettivo: no a comunicazioni a rate
Un'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo inviando una prima comunicazione priva dei nominativi esatti dei lavoratori da licenziare, seguita da successive rettifiche e liste parziali. Il Lavoratore ha impugnato il provvedimento. La Corte d'Appello ha dichiarato risolto il rapporto di lavoro condannando l'Azienda a pagare un'indennità risarcitoria di venti mensilità, ritenendo la comunicazione iniziale incompleta e illegittimamente frammentata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che la comunicazione finale prevista dalla legge deve essere unica, esaustiva e tempestiva, per garantire trasparenza e controllo. Di conseguenza, l'Azienda perde la causa e deve pagare anche le spese legali.
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Inesistenza della notificazione: ricorso vuoto e causa persa
Un lavoratore impugna il licenziamento ma, nel notificare il ricorso alla banca datrice di lavoro, omette per errore di allegare il file del ricorso stesso, inviando solo il decreto di fissazione dell'udienza. La banca si costituisce in giudizio solo per eccepire il vizio. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del lavoratore, confermando l'inesistenza della notificazione. I giudici chiariscono che la totale mancanza dell'atto da consegnare impedisce al destinatario di conoscere la pretesa e non costituisce un semplice vizio formale. Di conseguenza, si configura l'inesistenza della notificazione, vizio insanabile che non viene sanato dalla costituzione della controparte, rendendo tardivo ogni successivo tentativo di notifica oltre i termini perentori.
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Licenziamento collettivo: la comunicazione a rate costa caro
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda confermando l'illegittimità del licenziamento collettivo intimato a un dipendente. La controversia nasce dall'inosservanza delle regole sulla comunicazione finale dei lavoratori licenziati. L'azienda aveva inviato una prima informativa incompleta, priva dei nominativi dei lavoratori in esubero, seguita da successive rettifiche frammentate ben oltre i termini di legge. I giudici hanno chiarito che la comunicazione finale non può essere parcellizzata in più atti, ma deve essere unica, tempestiva e contenere l'elenco definitivo dei dipendenti licenziati e i criteri di scelta applicati. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna dell'azienda al pagamento di un'indennità risarcitoria pari a diciotto mensilità in favore del lavoratore.
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Licenziamento collettivo: la fretta dell’azienda salva i lavoratori
Un'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo, ma ha inviato la comunicazione finale obbligatoria ai sindacati e agli uffici del lavoro in modo incompleto e prima ancora di intimare i primi licenziamenti. Successivamente ha inviato elenchi corretti e frammentati oltre i termini di legge. Due dipendenti esclusi inizialmente e poi licenziati hanno impugnato il provvedimento. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo. I giudici hanno stabilito che la comunicazione deve essere unica, trasparente e inviata tassativamente entro sette giorni dai recessi. L'azienda ha perso il ricorso ed è stata condannata a pagare le spese di giudizio e a risarcire i lavoratori.
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Anticipazione dell’indennità di mobilità: sì all’intero importo
Un lavoratore ha chiesto all'INPS l'anticipazione dell'indennità di mobilità in un'unica soluzione per l'intera durata di trentasei mesi. L'ente previdenziale ha invece concesso solo sei mensilità, sostenendo che la successiva cancellazione del lavoratore dalle liste di mobilità impedisse l'erogazione delle somme per gli anni successivi al 2012. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il diritto all'anticipazione dell'indennità di mobilità matura prima della cancellazione dalle liste, la quale costituisce solo un effetto della scelta di ricevere il pagamento anticipato. Di conseguenza, l'INPS deve erogare l'intero importo spettante e non può limitarlo al solo anno di concessione. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d'appello.
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Rito Fornero: il salto di grado costa caro al lavoratore
Un lavoratore, licenziato per superamento del periodo di comporto, ha impugnato il provvedimento tramite il Rito Fornero. Il Tribunale ha respinto il ricorso nella prima fase sommaria. Il lavoratore ha proposto direttamente reclamo in Corte d'Appello, saltando la necessaria fase di opposizione davanti allo stesso Tribunale. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che il Rito Fornero in primo grado ha una struttura bifasica: contro l'ordinanza sommaria l'unico rimedio possibile è l'opposizione dinanzi allo stesso giudice di primo grado, e non il reclamo immediato in appello. Il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese legali.
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