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D.L. 18/2020

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487 provvedimenti

Riliquidazione del trattamento pensionistico: stop agli errori
Gli eredi di un dirigente d'azienda hanno chiesto la riliquidazione del trattamento pensionistico del congiunto, includendo contributi previdenziali del fondo ex-INPDAI. In primo grado il tribunale ha accolto la domanda, ma la Corte d'appello ha ridotto la somma spettante a causa di errori di calcolo emersi tramite una nuova perizia tecnica d'ufficio. Gli eredi hanno proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'inutilità di una quarta perizia e contestando la riduzione dell'importo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della decisione d'appello. I giudici hanno stabilito che il magistrato ha il potere di disporre nuove indagini tecniche per correggere errori materiali e determinare correttamente la media retributiva degli ultimi cinque anni di lavoro. Di conseguenza, gli eredi perdono la causa e sono condannati a pagare le spese processuali.
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Cartella di pagamento e Covid: legittima la proroga dei termini
Il Contribuente ha impugnato una cartella di pagamento emessa a seguito di controlli automatizzati per IRPEF e IVA, contestando la mancata separazione delle imposte, l'omessa comunicazione di irregolarità e la tardività della notifica. La Corte di giustizia tributaria ha rigettato il ricorso, decisione confermata dalla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno chiarito che la proroga dei termini di decadenza dovuta all'emergenza Covid-19 è legittima e giustificata dalla situazione eccezionale. Inoltre, la cartella di pagamento per somme dichiarate e non versate non richiede una preventiva comunicazione di irregolarità, salvo in caso di incertezze o rettifiche. Il ricorso del Contribuente è stato dichiarato inammissibile e infondato, con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: niente sconti COVID
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un cittadino contro una sentenza di condanna. Il ricorrente chiedeva una nuova valutazione delle prove, operazione vietata in sede di legittimità. Inoltre, contestava il calcolo della prescrizione del reato, invocando una pronuncia della Corte Costituzionale sulla sospensione dei termini durante l'emergenza COVID-19. I giudici hanno chiarito che la sospensione di 29 giorni applicata nel suo caso era pienamente legittima, escludendo così la prescrizione prima della sentenza d'appello. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso ha precluso la possibilità di far valere prescrizioni successive, comportando la condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale: intascano i soldi ma si salvano col tempo
I Venditori hanno stipulato un contratto preliminare per la vendita di un terreno, incassando 160.000 euro e rilasciando una procura a vendere a favore dell'Acquirente. Successivamente, hanno venduto lo stesso terreno a un terzo soggetto per 30.000 euro. Accusati di truffa contrattuale, i Venditori sono stati condannati nei gradi precedenti. La Corte di Cassazione, pur ritenendo fondata la ricostruzione della loro responsabilità penale e l'esistenza del raggiro, ha dovuto annullare la sentenza senza rinvio. Il reato è infatti risultato estinto per prescrizione, essendo decorso il tempo massimo previsto dalla legge per perseguire l'illecito, prolungato dalle sospensioni processuali e dal periodo dell'emergenza pandemica.
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Termini massimi di custodia cautelare: Covid batte scarcerazione
Il Tribunale del Riesame di Napoli ha ripristinato le misure cautelari nei confronti di alcuni imputati per associazione mafiosa, ritenendo che i termini massimi di custodia cautelare fossero stati legittimamente sospesi per via dell'emergenza Covid-19. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la normativa emergenziale non potesse allungare i termini massimi di fase. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, stabilendo che la sospensione dei termini processuali prevista durante la pandemia si applica anche ai termini massimi di custodia cautelare nei procedimenti in cui si siano verificati effettivi rinvii delle udienze a causa dell'emergenza sanitaria. Di conseguenza, i ricorrenti restano soggetti alle misure e sono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Notifica PEC al difensore: legittima anche in emergenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da L'Imputato contro la sentenza d'appello. L'Imputato contestava la legittimità costituzionale della norma emergenziale che prevedeva la notifica PEC al difensore degli avvisi destinati all'imputato stesso. I giudici hanno ritenuto la questione manifestamente infondata, poiché il rapporto fiduciario tra assistito e difensore garantisce la piena tutela del diritto di difesa. Inoltre, i motivi di ricorso relativi alla responsabilità penale e alla determinazione della pena sono stati giudicati del tutto generici e ripetitivi di questioni già risolte nei precedenti gradi di giudizio. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Notifica al difensore: il cambio di legale non ferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per ricettazione continuata e aggravata di assegni. L'imputato contestava la validità della notifica al difensore, sostenendo che l'avviso dell'udienza di appello fosse stato inviato al precedente avvocato revocato e non al nuovo. I giudici hanno chiarito che la notifica al difensore è valida se effettuata al professionista che assisteva l'imputato al momento della fissazione dell'udienza, poiché in quel momento si cristallizza la procedura di cancelleria. Inoltre, è stata confermata la regolarità della notifica via PEC all'imputato tramite il difensore durante l'emergenza pandemica. La condanna è stata confermata con l'obbligo di pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Termine per il ricorso in Cassazione scaduto: l’azienda perde
Un'azienda ha impugnato la decisione che riconosceva la natura subordinata del rapporto di lavoro di due collaboratori. L'Ente Previdenziale si è opposto alla richiesta. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché presentato oltre il termine stabilito dalla legge. Nelle cause di lavoro non si applica la sospensione estiva dei termini, ma andava considerata solo la sospensione straordinaria di 63 giorni dovuta all'emergenza sanitaria. Di conseguenza, il termine per il ricorso in Cassazione scadeva il 20 ottobre 2020, mentre l'azienda ha notificato l'atto solo a novembre dello stesso anno. L'azienda perde la causa e deve versare un ulteriore contributo unificato.
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Sovraindebitamento e prima casa: no al blocco della vendita
Un professionista, ammesso alla procedura di sovraindebitamento, si è opposto alla vendita forzata delle proprie quote societarie e della propria abitazione principale. Il debitore sosteneva che la vendita dell'immobile dovesse essere sospesa in base alle tutele straordinarie introdotte durante l'emergenza COVID-19 per la prima casa. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi del debitore, stabilendo che la sospensione speciale delle procedure esecutive individuali non si applica alla liquidazione concorsuale del patrimonio. Tale procedura, infatti, ha base volontaria ed è finalizzata al soddisfacimento collettivo dei creditori. Di conseguenza, la vendita della casa e delle quote societarie è stata confermata come pienamente legittima. Il tema del "Sovraindebitamento e prima casa" trova così una chiara delimitazione dei confini di tutela per il debitore.
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Prescrizione del reato tributario: annullata la condanna
Il Legale Rappresentante di una società veniva condannato in appello per omesso versamento di ritenute e IVA. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando, tra i vari motivi, la mancata dichiarazione di estinzione dei reati per il decorso del tempo. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando che la prescrizione del reato tributario era già maturata prima della sentenza d'appello. Non essendovi stata rinuncia alla causa estintiva, i giudici di legittimità hanno annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando i reati estinti. Di conseguenza, l'esame dei motivi di merito relativi alla crisi aziendale e al concordato preventivo è rimasto precluso.
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Reclamo fallimentare tardivo: addio alla casa vinta all’asta
Un acquirente si aggiudica un immobile all'asta nell'ambito di un fallimento, ma non riesce a pagare il saldo del prezzo entro il termine stabilito a causa di ritardi nell'ottenimento del mutuo. Il Giudice Delegato ne dichiara la decadenza dall'aggiudicazione. L'acquirente propone opposizione, ma il Tribunale la riqualifica come reclamo fallimentare e la rigetta. La Corte di Cassazione, investita della questione, rileva d'ufficio che il reclamo originario era stato depositato oltre il termine perentorio di dieci giorni dalla comunicazione del provvedimento. Di conseguenza, la Suprema Corte dichiara inammissibile l'impugnazione iniziale e cassa senza rinvio la decisione del Tribunale. L'acquirente perde definitivamente l'immobile e viene condannato a pagare le spese processuali a causa della presentazione di un reclamo fallimentare tardivo.
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Furto in abitazione: l’impronta digitale incastra il colpevole
Un uomo è stato condannato per il reato di furto in abitazione per essersi impossessato di 13.000 euro in contanti e oggetti di valore per circa 20.000 euro. La prova decisiva è stata il ritrovamento delle sue impronte digitali fresche all'interno della casa, dove non era mai stato autorizzato a entrare. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che il reato non è prescritto, poiché il calcolo del tempo necessario alla prescrizione si basa sulla pena massima edittale senza considerare il bilanciamento con le attenuanti generiche. Inoltre, la revoca della richiesta di archiviazione da parte del Pubblico Ministero prima della decisione del giudice è pienamente legittima. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Guida in stato di ebbrezza: condanna confermata in Cassazione
Un automobilista perde il controllo del proprio veicolo, abbattendo la segnaletica stradale. All'arrivo dei Carabinieri, l'uomo mostra evidenti sintomi di alterazione e ammette di essere alla guida. Sottoposto a etilometro, registra un tasso alcolemico superiore a 2 g/l. La difesa contesta la regolarità delle notifiche d'udienza effettuate solo al difensore tramite PEC durante l'emergenza Covid-19 e l'utilizzabilità delle dichiarazioni rese nell'immediatezza del fatto. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando la condanna per guida in stato di ebbrezza. I giudici stabiliscono che le notifiche telematiche emergenziali al difensore sono pienamente valide e che il verbale di accertamento urgente, compresi i sintomi rilevati, è utilizzabile per dimostrare la responsabilità del conducente.
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Opposizione a decreto penale di condanna: no alla PEC
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la decisione del Giudice per le indagini preliminari. L'imputato aveva proposto opposizione a decreto penale di condanna inviando l'atto tramite posta elettronica certificata (PEC) nel maggio 2020. I giudici hanno chiarito che, all'epoca dei fatti, la legge non consentiva l'uso della PEC per il deposito di impugnazioni penali, nonostante l'emergenza sanitaria da Covid-19. Il principio di tassatività delle forme impone infatti il rispetto rigoroso delle modalità ordinarie di presentazione degli atti di impugnazione. Di conseguenza, l'opposizione è stata considerata non valida e la condanna è diventata definitiva, con l'obbligo per il ricorrente di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: la Cassazione cancella la condanna tardiva
L'Imputato era stato condannato in appello per un reato finanziario commesso nel giugno 2014. La difesa ha eccepito la prescrizione del reato, maturata prima della sentenza di secondo grado del dicembre 2021. La Corte d'Appello aveva erroneamente applicato la sospensione dei termini legata all'emergenza Covid-19 per calcolare un termine più lungo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, chiarendo che la sospensione emergenziale non si applica ai periodi di inattività tra il deposito dell'appello e la citazione in giudizio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per intervenuta prescrizione del reato.
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Opposizione all’esecuzione: ricorso tardivo e condanna alle spese
Il Creditore ha avviato un'azione esecutiva per un obbligo di fare contro la Debitrice. Quest'ultima ha proposto opposizione all'esecuzione, sostenendo di aver già adempiuto. Sia il Tribunale sia la Corte d'Appello hanno accolto l'opposizione della Debitrice. Il Creditore ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché tardivo. Il termine per impugnare, prorogato solo per la sospensione straordinaria legata all'emergenza Covid, scadeva il 10 settembre 2020. Il ricorso è stato invece notificato il 12 ottobre 2020. I giudici hanno chiarito che ai giudizi di opposizione all'esecuzione non si applica la ordinaria sospensione feriale dei termini estivi. Il Creditore perde la causa ed è condannato a pagare le spese di giudizio.
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Truffa contrattuale: finto proprietario condannato in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di truffa contrattuale. L'imputato si era presentato alla vittima con false generalità, fingendosi proprietario di un immobile e inducendola a stipulare un contratto di locazione nullo, incassando somme mai restituite. La difesa ha eccepito la prescrizione del reato, contestando il calcolo della sospensione per l'emergenza Covid-19, e ha richiesto una rivalutazione delle prove. La Suprema Corte ha respinto i motivi: la prescrizione non era comunque decorsa e la Cassazione non può riesaminare il merito dei fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva.
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Sospensione della prescrizione: no al blocco automatico Covid
L'Amministratore di una società, condannato per omesso versamento IVA, ha proposto ricorso in Cassazione eccependo l'avvenuta prescrizione del reato. La Corte d'appello aveva calcolato una sospensione di 64 giorni legata all'emergenza Covid-19. Tuttavia, la Cassazione ha chiarito che la sospensione della prescrizione durante la pandemia non opera in modo automatico per tutti i processi pendenti, ma richiede un'effettiva stasi processuale o la scadenza di termini specifici nel periodo emergenziale. Poiché nel caso in esame non vi erano udienze fissate né scadenze perentorie tra il 9 marzo e l'11 maggio 2020, il periodo di sospensione non poteva essere applicato. Di conseguenza, il reato si era già estinto prima della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la condanna per intervenuta prescrizione.
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Omessa notifica al difensore di fiducia: condanna annullata
L'Imputato, condannato nei primi gradi di giudizio per tentata rapina di un'autovettura e resistenza a pubblico ufficiale, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha eccepito la nullità assoluta del processo a causa del rinvio di un'udienza durante la pandemia, la cui nuova data era stata comunicata solo al difensore d'ufficio e non al difensore di fiducia precedentemente nominato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che l'omessa notifica al difensore di fiducia lede il diritto di difesa e determina una nullità generale e insanabile. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza d'appello e quella di primo grado, disponendo la trasmissione degli atti al Tribunale di Larino per la celebrazione di un nuovo e regolare processo.
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Prescrizione del reato: la Cassazione cancella la condanna
L'Imputato, condannato in primo grado per lesioni personali commesse nel 2013, ha proposto ricorso in Cassazione eccependo l'avvenuta prescrizione del reato. La Corte d'Appello aveva precedentemente respinto l'eccezione applicando la sospensione di sessantaquattro giorni legata all'emergenza Covid-19. La Suprema Corte, pur confermando la legittimità della sospensione emergenziale, ha rilevato che, calcolando il termine massimo di sette anni e sei mesi comprensivo delle interruzioni, la prescrizione del reato era comunque interamente maturata prima della decisione di legittimità. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, sancendo la definitiva estinzione del reato per decorso del tempo.
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