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D.L. 18/2020 — Anno 2022

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154 provvedimenti

Altri anni per D.L. 18/2020

Prescrizione del reato: annullata la condanna per esplosivi
L'Imputata era stata condannata in appello per detenzione di ordigni pirotecnici esplosivi e ricettazione. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione eccependo l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando che il termine massimo di prescrizione di otto anni, calcolato dall'ultimo atto interruttivo del giugno 2012, era interamente decorso nel giugno 2020, prima della citazione in appello. I giudici hanno inoltre escluso l'applicazione delle sospensioni straordinarie legate all'emergenza Covid-19, poiché il procedimento non aveva subito reali rallentamenti dovuti alla pandemia. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando i reati estinti per prescrizione del reato ed eliminando la pena inflitta.
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Dubbio sull’identità dell’imputato: ricorso respinto e sanzione
Il Tribunale di Genova dichiarava inammissibile l'incidente di esecuzione proposto da un cittadino per risolvere un presunto conflitto di competenza e correggere un errore sulle proprie generalità. Il soggetto ricorreva in Cassazione lamentando la violazione del contraddittorio, la mancata notifica al proprio tutore e il diniego di partecipazione all'udienza tramite piattaforma Teams. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso ritenendolo manifestamente infondato. I giudici hanno chiarito che, in caso di dubbio sull'identità dell'imputato, la legge prevede una procedura semplificata senza formalità iniziali. Inoltre, la richiesta di udienza a distanza era inapplicabile poiché l'udienza si era tenuta prima dell'entrata in vigore delle norme emergenziali Covid-19. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: la Cassazione annulla la condanna
L'Imputato era stato condannato per cessione di sostanze stupefacenti commessa nel 2014. Sia l'Imputato sia il Pubblico Ministero proponevano appello. L'appello dell'Imputato veniva dichiarato inammissibile perché tardivo, mentre veniva accolto quello del Pubblico Ministero per rideterminare la pena. L'Imputato ricorreva in Cassazione eccependo l'avvenuta prescrizione del reato prima della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la sospensione straordinaria dei termini legata all'emergenza COVID-19 non si applica se in quel periodo non vi erano udienze fissate o termini in corso per il caso specifico. Di conseguenza, non operando la sospensione, il termine massimo di sette anni e sei mesi era già decorso. La Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per intervenuta prescrizione del reato.
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Prescrizione del reato: calcolo errato e multa in Cassazione
L'Imputata, condannata in appello per il reato di truffa, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un errato calcolo dei periodi di sospensione legati all'emergenza COVID-19 e a uno sciopero dei difensori. Secondo la difesa, la prescrizione del reato era già maturata prima della sentenza di secondo grado. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la correttezza del calcolo effettuato dai giudici d'appello, secondo cui il termine di prescrizione scadeva successivamente alla sentenza impugnata. I giudici hanno ribadito che l'inammissibilità del ricorso impedisce la costituzione di un valido rapporto processuale e preclude la possibilità di rilevare la prescrizione del reato maturata dopo la decisione di secondo grado. Di conseguenza, l'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no alla prescrizione
L'Imputato è stato condannato per il reato di ricettazione in concorso. Ha proposto ricorso lamentando la mancata dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione e contestando la ricostruzione dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. I giudici hanno chiarito che il termine di prescrizione non era decorso prima della sentenza d'appello, a causa di diverse sospensioni (tra cui impedimenti del difensore e l'emergenza sanitaria). Poiché il ricorso è stato ritenuto inammissibile a causa di motivi generici e ripetitivi, si è impedita la costituzione di un valido rapporto processuale di impugnazione. Di conseguenza, la Suprema Corte non ha potuto rilevare la prescrizione maturata successivamente alla sentenza d'appello. L'Imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sospensione dei termini di custodia cautelare: carcere confermato
Un indagato, arrestato all'estero per gravi reati tra cui rapina e spaccio, ha richiesto la scarcerazione eccependo la scadenza dei termini massimi di detenzione. La difesa sosteneva l'inapplicabilità della sospensione dei termini legata all'emergenza Covid-19. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sospensione dei termini di custodia cautelare prevista dalla normativa emergenziale opera in modo automatico per legge. Tale blocco si estende anche ai termini delle indagini preliminari, prolungando legittimamente la durata della misura cautelare, salvo espressa richiesta contraria dell'indagato. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere.
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Sospensione condizionale della pena negata: la Cassazione annulla
Il caso riguarda un uomo condannato per furto aggravato di energia elettrica. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando il diniego della sospensione condizionale della pena, negata dai giudici d'appello senza una valida motivazione, nonostante i suoi vecchi precedenti penali consistessero solo in lievi sanzioni pecuniarie. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso fondato poiché la motivazione dei giudici di merito era del tutto carente. Tuttavia, poiché il reato risaliva al 2014, il tempo necessario per estinguere l'illecito era ormai decorso. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando il reato estinto per prescrizione.
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Fisco in ritardo: scatta il termine breve per l’impugnazione
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato in Cassazione una sentenza d'appello favorevole a due contribuenti in merito a un accertamento catastale. I contribuenti hanno eccepito che il ricorso fosse tardivo, poiché la sentenza era stata notificata alla direzione provinciale dell'Agenzia il 5 marzo 2020. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Ufficio. I giudici hanno chiarito che la notifica presso la sede locale è idonea a far decorrere il termine breve per l'impugnazione. Anche calcolando la sospensione straordinaria per l'emergenza COVID-19, il termine ultimo per proporre il ricorso era scaduto il 7 luglio 2020, mentre la notifica è avvenuta solo a novembre dello stesso anno. L'Agenzia delle Entrate è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Sospensione della prescrizione Covid: condanna definitiva
L'Imputato, condannato in appello a sei mesi di arresto per possesso ingiustificato di chiavi alterate o grimaldelli, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha sostenuto l'avvenuta estinzione del reato, contestando il calcolo del periodo di sospensione dovuto all'emergenza COVID-19. Secondo il ricorrente, la sospensione doveva limitarsi ai giorni successivi alla data dell'udienza rinviata, anziché coprire l'intero periodo emergenziale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sospensione della prescrizione opera automaticamente per l'intero periodo di sessantaquattro giorni previsto dalla legge emergenziale per tutte le udienze originariamente fissate in quell'arco temporale. Di conseguenza, la prescrizione non era maturata e la condanna è diventata definitiva, con obbligo di pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: errore fatale
Un dipendente ha impugnato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato dall'azienda dopo il suo rifiuto a un demansionamento. Il lavoratore ha avviato la causa con il rito Fornero, ma ha commesso un errore procedurale: ha contestato la prima decisione sfavorevole con un reclamo anziché con un ricorso in opposizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando l'inammissibilità dell'impugnazione. I giudici hanno inoltre chiarito che, durante l'emergenza COVID-19, la sostituzione dell'udienza in presenza con lo scambio di note scritte non viola il diritto di difesa. Il lavoratore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Violenza privata in condominio: il pugno al vicino costa caro
Un condomino è stato condannato per lesioni e tentata violenza privata per aver aggredito un vicino, colpendolo con un pugno e cercando di strappargli il cellulare per impedirgli di fotografare un gazebo in costruzione in un'area comune. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la regolarità delle notifiche durante l'emergenza Covid e l'utilizzabilità delle dichiarazioni della vittima a causa di un altro procedimento pendente a parti invertite. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le notifiche telematiche al difensore erano legittime e che le dichiarazioni della persona offesa, raccolte prima della pendenza del contro-procedimento, sono pienamente utilizzabili in base al principio del "tempus regit actum", trovando riscontro nei certificati medici.
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Nullità a regime intermedio: rinvio d’ufficio e condanna salva
L'Imputato, condannato per diffamazione nei confronti del Sindaco, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata notifica del rinvio dell'udienza d'appello, originariamente fissata durante il periodo di emergenza Covid-19. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'omesso avviso della nuova udienza configura una nullità a regime intermedio. Questa tipologia di vizio deve essere eccepita immediatamente e non può essere sollevata per la prima volta in Cassazione. Inoltre, dagli atti è emerso che l'Imputato aveva effettivamente ricevuto la notifica del rinvio tramite i Carabinieri. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sospensione termini custodia cautelare: negata la scarcerazione
Il Detenuto ha richiesto la scarcerazione sostenendo che i termini massimi della sua custodia in carcere fossero scaduti il 12 aprile 2021. Egli riteneva inapplicabile al suo caso la normativa emergenziale sul Covid-19. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la sospensione termini custodia cautelare prevista durante la pandemia si applica anche ai procedimenti in cui la scadenza finale cadeva oltre l'11 novembre 2020. Di conseguenza, il periodo di custodia è stato legittimamente prolungato per via della sospensione ex lege dal 9 marzo all'11 maggio 2020. Il ricorrente resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Notifica al difensore di fiducia: PEC contro carta in Cassazione
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la nullità del processo d'appello per omessa notifica personale del rinvio d'udienza dovuto all'emergenza Covid-19. La comunicazione era stata infatti inviata tramite PEC solo al suo avvocato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che, durante l'emergenza pandemica, la notifica al difensore di fiducia tramite posta elettronica certificata è pienamente valida ed efficace anche per l'assistito. Questa modalità eccezionale, prevista dal decreto legge n. 18/2020, si basa sul solido rapporto fiduciario tra cliente e legale, idoneo a garantire l'effettiva conoscenza dell'atto. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna dell'imputato per tentata rapina impropria e resistenza a pubblico ufficiale, ponendo a suo carico anche le spese del giudizio.
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Reato di ricettazione: quando l’acquisto incauto diventa dolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di ricettazione. L'imputato era stato trovato in possesso di un telefono cellulare e di alcune penne di provenienza furtiva all'interno della propria abitazione. La difesa sosteneva che si trattasse di un semplice incauto acquisto, avendo ricevuto i beni da un soggetto poi risultato del tutto irreperibile. I giudici hanno invece confermato la condanna, evidenziando che l'imputato, data la sua esperienza, non poteva ignorare l'origine illecita dei beni. Inoltre, la mancata identificazione del venditore dimostra la volontà di occultare la provenienza furtiva degli oggetti. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Corruzione elettorale: reato provato ma estinto per prescrizione
Il Procacciatore di voti è stato condannato in appello per corruzione elettorale per aver pattuito un pacchetto di voti in favore di un Candidato in cambio del finanziamento di una festa di quartiere. La Cassazione, pur confermando la sussistenza del reato anche in assenza di una candidatura ufficiale al momento dell'accordo, ha annullato la sentenza senza rinvio. I giudici hanno infatti rilevato l'avvenuta prescrizione del reato, maturata prima della pronuncia di secondo grado, azzerando così la condanna a otto mesi di reclusione.
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Sospensione della prescrizione: l’accordo non cancella il reato
L'Imputato, condannato per minaccia aggravata ai danni della Persona Offesa, ricorre in Cassazione lamentando la mancata dichiarazione di prescrizione del reato. Egli sostiene che i rinvii dell'udienza finalizzati alla ricerca di un accordo amichevole non avrebbero dovuto bloccare il decorso del tempo. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la sospensione della prescrizione opera pienamente quando il rinvio del processo è disposto su richiesta congiunta o con il consenso, anche implicito, delle parti. Nel caso specifico, i rinvii concordati per raggiungere un accordo hanno legittimamente congelato i termini per ben 897 giorni. Di conseguenza, il reato non era affatto estinto al momento della sentenza d'appello. L'Imputato viene quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Remissione di querela: salvo per le lesioni ma non per la violenza
Due imputati sono stati condannati in appello per i reati di tentata violenza privata e lesioni personali ai danni di una donna. Gli imputati hanno proposto ricorso per Cassazione. Nel corso del giudizio di legittimità, l'unico erede della vittima ha presentato la remissione di querela, regolarmente accettata dai ricorrenti. La Suprema Corte ha stabilito che la remissione di querela estingue il reato di lesioni personali, trattandosi di un reato procedibile a querela di parte. Al contrario, il reato di tentata violenza privata, essendo procedibile d'ufficio, non risente dell'estinzione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per lesioni personali e ha annullato con rinvio alla Corte d'appello di Napoli la decisione limitatamente alla rideterminazione della pena per la tentata violenza privata, dichiarando inammissibili i ricorsi nel resto.
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Dichiarazione di fallimento: valida anche durante il blocco Covid
Una società di carburanti ha impugnato la dichiarazione di fallimento emessa dal Tribunale durante il primo lockdown del 2020. La società sosteneva che la dichiarazione di fallimento fosse nulla perché pronunciata nel periodo di sospensione straordinaria delle procedure per l'emergenza Covid-19 e che i debiti fiscali, temporaneamente sospesi per legge, non dovessero essere conteggiati per valutarne l'insolvenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la sospensione emergenziale riguardava i termini processuali e non impediva l'adozione di provvedimenti decisori già maturi. Inoltre, la valutazione dello stato di insolvenza spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione se motivata correttamente, soprattutto quando i debiti fiscali sospesi rappresentano solo una minima parte del debito complessivo.
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Restituzione in termini negata: l’errore del legale non è forza maggiore
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un cittadino che chiedeva la restituzione in termini per presentare l'appello contro una condanna per omicidio colposo. Il difensore sosteneva che l'emergenza Covid-19 e un'informazione incompleta della cancelleria avessero costituito una causa di forza maggiore. La Suprema Corte ha chiarito che la restituzione in termini richiede un impedimento assoluto e non superabile. Nel caso specifico, la cancelleria aveva fornito un'informazione corretta al momento della richiesta e la sentenza era stata depositata nei termini prorogati dalla legge. L'errore o la mancata verifica successiva da parte del legale rientrano nella mancanza di ordinaria diligenza e non integrano la forza maggiore. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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