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d.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater — Sezione Lavoro Civile

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Rinuncia al ricorso: quando il processo si estingue
Un'azienda di trasporti ha presentato ricorso in Cassazione contro una sentenza che riconosceva a un dipendente il diritto di computare l'apprendistato ai fini dell'anzianità. Successivamente, l'azienda ha presentato una formale rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione, preso atto della regolarità della rinuncia, ha dichiarato l'estinzione del processo, rendendo definitiva la sentenza d'appello favorevole al lavoratore.
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Assegno ad personam: cosa non rientra nel calcolo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14322/2024, ha stabilito che nel calcolo dell'assegno ad personam, erogato ai dipendenti pubblici in caso di passaggio ad altra amministrazione per garantire l'irriducibilità della retribuzione, non possono essere incluse le voci variabili e aleatorie come i premi di produttività. Il caso riguardava ex dipendenti di un ente soppresso transitati in un Ministero. La Corte ha chiarito che solo le componenti retributive fisse e continuative, certe sia nell'esistenza che nell'importo, concorrono a formare la base di calcolo di tale assegno, escludendo emolumenti legati al raggiungimento di obiettivi e alla performance.
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Indennità aggiuntiva: spetta al dipendente distaccato
Un ex dipendente statale, assegnato temporaneamente a un ente poi privatizzato senza un trasferimento definitivo, ha diritto a vedersi riconosciuta l'indennità aggiuntiva di fine servizio per quel periodo. La Cassazione ha rigettato il ricorso del Fondo di Previdenza, confermando che il rapporto di lavoro resta in capo all'amministrazione di origine, rendendo computabile ai fini del beneficio anche il servizio prestato presso l'altro ente.
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Indennità aggiuntiva: spetta al dipendente ex AAMS
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'ex dipendente di un'amministrazione autonoma statale, assegnata temporaneamente a un nuovo ente senza mai essere trasferita in via definitiva, ha diritto a percepire l'indennità aggiuntiva di fine servizio anche per il periodo lavorato presso il nuovo ente. La Corte ha chiarito che, non essendoci stato un trasferimento definitivo, il rapporto di lavoro originario con l'amministrazione di appartenenza e il relativo fondo di previdenza non si è mai interrotto, rendendo valido quel periodo ai fini del calcolo dell'indennità.
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Perdita di chance: l’illegittimità non basta
Una lavoratrice del settore sanitario ha agito in giudizio contro l'azienda sanitaria per il mancato conferimento di una posizione organizzativa, lamentando l'illegittimità della procedura di selezione. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha rigettato il ricorso, stabilendo un principio fondamentale in materia di risarcimento per perdita di chance: non è sufficiente dimostrare l'illegittimità del comportamento del datore di lavoro, ma è onere del lavoratore provare la concreta e non meramente ipotetica possibilità di ottenere il risultato sperato, qualora la procedura si fosse svolta regolarmente. La Corte ha confermato la decisione d'appello che negava il risarcimento per mancanza di prova sul quantum, ossia sulla reale probabilità di successo della lavoratrice.
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Obbligo di assunzione: no se manca l’impegno
Un lavoratore ha citato in giudizio una nuova società appaltatrice per non essere stato assunto dopo un cambio di appalto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando le decisioni dei gradi precedenti. I giudici hanno stabilito che non esisteva alcun obbligo di assunzione, né per l'applicazione di un CCNL né per un impegno contrattuale specifico da parte della nuova azienda. L'inammissibilità è stata dichiarata in base alla regola della "doppia conforme", che limita il ricorso quando le sentenze di primo grado e appello sono identiche nella valutazione dei fatti.
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Estinzione del giudizio: la rinuncia chiude la causa
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio in una causa intentata da un gruppo di professionisti del settore sanitario contro un'azienda sanitaria pubblica per il pagamento di alcune quote retributive. Dopo aver perso nei primi due gradi di giudizio, i ricorrenti hanno rinunciato al ricorso in Cassazione. Tale rinuncia è stata accettata dalla controparte, portando alla chiusura del processo senza una decisione nel merito e senza statuizioni sulle spese legali.
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Retribuzione lavoro pubblico: sì a tutti i diritti
La Corte di Cassazione ha stabilito che un lavoratore del settore pubblico, il cui rapporto di lavoro subordinato era mascherato da un contratto di collaborazione poi dichiarato nullo, ha diritto alla piena retribuzione prevista dal contratto collettivo nazionale. L'ordinanza chiarisce che il diritto non si limita a un "minimo costituzionale", ma include tutte le voci retributive per il periodo in cui la prestazione è stata effettivamente svolta, in applicazione dell'art. 2126 del Codice Civile. L'appello dell'Azienda Sanitaria è stato dichiarato inammissibile.
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Estinzione del giudizio: quando la rinuncia chiude il caso
Un gruppo di dipendenti del settore sanitario, dopo aver perso nei primi due gradi di giudizio una causa contro l'ente pubblico datore di lavoro per il pagamento di indennità specifiche, ha presentato ricorso in Cassazione. Prima della decisione finale, i ricorrenti hanno formalizzato la rinuncia agli atti. Di conseguenza, la Corte Suprema ha dichiarato l'estinzione del giudizio, chiudendo definitivamente il procedimento senza una pronuncia nel merito. La Corte ha inoltre specificato che, data la rinuncia, non era dovuto alcun ulteriore versamento a titolo di contributo unificato.
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Ferie non autorizzate: la Cassazione conferma la sanzione
Una dipendente pubblica ha ricevuto una sanzione per aver usufruito di ferie senza il consenso del datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, confermando che le ferie non autorizzate sono illegittime. La sentenza ribadisce che il godimento delle ferie, pur essendo un diritto, deve essere sempre bilanciato con le esigenze organizzative dell'ente, rendendo indispensabile l'autorizzazione preventiva.
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Riammissione in servizio: nasce un nuovo rapporto
Un dipendente pubblico, dimessosi e poi riammesso in servizio dopo anni, ha contestato il calcolo della sua liquidazione finale. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo che la riammissione in servizio non fa rivivere il precedente rapporto di lavoro, ma ne costituisce uno nuovo e distinto, soggetto alla normativa vigente al momento della nuova assunzione.
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Indennità di trasferta: quando è inammissibile il ricorso
Una lavoratrice ha impugnato in Cassazione la sentenza che le negava l'indennità di trasferta giornaliera (diaria) per i suoi spostamenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, non entrando nel merito della questione. La decisione si fonda su vizi procedurali: il ricorso mancava del principio di autosufficienza, non riportando il testo della norma del CCNL invocata, e tentava di ottenere un riesame dei fatti, attività preclusa al giudice di legittimità.
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Riscatto pensione: quando matura il diritto?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13925/2024, ha respinto il ricorso di un ex dipendente che chiedeva un ricalcolo del riscatto della pensione complementare. La Corte ha stabilito che il diritto al riscatto pensione sorge al momento della cessazione del rapporto di lavoro, e non quando si maturano i requisiti per la pensione statale. Di conseguenza, il calcolo della somma da liquidare deve basarsi sui dati certi al momento della cessazione del lavoro, come il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia, e non su requisiti contributivi futuri e incerti.
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Clausola di salvaguardia: quando si applica al pro rata
Un pensionato ha richiesto la riliquidazione della propria pensione, calcolata con il sistema pro rata tra due diversi regimi, invocando una clausola di salvaguardia. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che l'applicazione di tale clausola non è automatica. È necessario un giudizio comparativo che dimostri, a parità di condizioni (retribuzioni, contributi, massimali), che il trattamento pensionistico sarebbe effettivamente deteriore. L'onere di fornire tale prova specifica ricade sul ricorrente, onere che in questo caso non è stato soddisfatto.
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Sospensione concordata lavoro: obbligo contributivo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13843/2024, ha stabilito che la sospensione concordata lavoro tra datore e dipendente non esonera dal versamento dei contributi previdenziali. Il caso riguardava un'impresa edile che si opponeva a un avviso di addebito INPS per contributi non versati durante periodi di inattività. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando che l'obbligo contributivo sussiste sempre, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge, e ha ribadito il valore probatorio della mancata contestazione delle accuse mosse dall'ente previdenziale.
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Estinzione del processo: rinuncia e accordo tra parti
La Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del processo in una controversia di lavoro a seguito di una transazione e della conseguente rinuncia al ricorso da parte della società ricorrente. L'accordo prevedeva la compensazione delle spese legali, decisione confermata dalla Corte. Viene inoltre chiarito che la rinuncia al ricorso non comporta il versamento del doppio contributo unificato.
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Clausola di salvaguardia: onere della prova pensionato
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13839/2024, ha respinto il ricorso di un pensionato che chiedeva il ricalcolo della pensione. Il caso riguardava l'applicazione della clausola di salvaguardia per i lavoratori transitati da un ente previdenziale soppresso all'INPS. La Corte ha stabilito che, per invocare tale clausola, il pensionato ha l'onere di dimostrare concretamente, attraverso un giudizio comparativo "a parità di condizioni", che il trattamento pensionistico ricevuto è deteriore rispetto a quello che avrebbe ottenuto con l'applicazione integrale del regime generale, considerando tutti i parametri contributivi e retributivi. La semplice affermazione o la presentazione di conteggi non argomentati non è sufficiente.
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Inquadramento superiore: onere della prova e CCNL
Un lavoratore del settore alimentare ha richiesto un inquadramento superiore, dal 4° al 3° livello, sostenendo di svolgere mansioni complesse e autonome. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per due motivi principali: primo, il ricorrente non ha depositato il testo integrale del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL), un adempimento necessario per permettere alla Corte di interpretarne correttamente le clausole. Secondo, nel merito, le mansioni descritte, pur richiedendo esperienza e autonomia, rientravano pienamente nella declaratoria del 4° livello già attribuito, che prevede esplicitamente attività di manutenzione, anche su macchinari complessi.
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Indennità una tantum: decisivo il sistema contributivo
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego dell'indennità una tantum alla vedova di un assicurato. La Corte ha stabilito che, per ottenere il beneficio, è necessario che la pensione del defunto fosse calcolata con il sistema contributivo, come previsto dalla l. 335/95, interpretata sistematicamente.
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Pensione in deroga: quali contributi sono validi?
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una lavoratrice che chiedeva il riconoscimento del diritto alla pensione in deroga. La Corte ha stabilito che, ai fini della deroga prevista dalla legge 503/92, sono validi solo i contributi derivanti da un effettivo rapporto di lavoro subordinato. Vengono quindi esclusi dal conteggio gli anni coperti da contribuzione volontaria o figurativa, come quella per maternità al di fuori di un rapporto di lavoro. La decisione si basa su un'interpretazione restrittiva della nozione di "lavoratore occupato", fondamentale per accedere al beneficio.
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