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Art. 671 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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790 provvedimenti

Altri anni per Art. 671 Codice di Procedura Penale

Reato continuato nello stalking tra condanne e diverse vittime
Un condannato per atti persecutori ha chiesto l'applicazione del reato continuato nello stalking per unificare quattro condanne definitive. Il Giudice dell'Esecuzione ha rigettato la richiesta. Secondo il giudice, la presenza di una vittima diversa indicava un semplice stile di vita deviante anziché un unico disegno criminoso. Inoltre, il giudice ha ignorato lo stato di tossicodipendenza documentato del responsabile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato e ha annullato la decisione. I giudici supremi hanno rilevato una motivazione apparente. La diversa identità delle persone offese non esclude automaticamente l'esistenza di un piano unitario. Il giudice deve valutare la reale genesi dei comportamenti e l'influenza della tossicodipendenza. La vicenda torna ora al giudice di merito per una nuova e corretta valutazione.
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Reato continuato negato: tre condanne non fanno un piano unico
Un imprenditore riceve tre distinte condanne penali per bancarotta, reati fiscali e indebita percezione di erogazioni pubbliche, commessi tra il 2018 e il 2022 attraverso diverse società. L'imprenditore chiede al giudice dell'esecuzione lo sconto di pena previsto per il reato continuato, sostenendo la presenza di un unico piano criminale legato alla gestione aziendale. Il giudice respinge la richiesta e la Corte di Cassazione conferma la decisione. I giudici evidenziano il notevole lasso di tempo tra gli illeciti, la diversa natura dei reati e l'assenza di un disegno unitario prefissato fin dall'origine. Di conseguenza, il ricorso dell'imprenditore viene dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Reato continuato in sede esecutiva: no allo sconto dopo anni
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato in sede esecutiva per otto diverse sentenze di condanna relative a furti, spaccio e danneggiamento commessi nell'arco di sei anni. Il Giudice dell'Esecuzione ha respinto la richiesta a causa del vasto intervallo temporale tra le condotte e della natura eterogenea dei reati, escludendo la presenza di un unico disegno criminoso originario. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la continuazione richiede un'unica programmazione preventiva e che lo stato di tossicodipendenza non costituisce prova automatica di un piano unitario. Inoltre, per le sole sentenze di patteggiamento, l'assenza di un accordo tra le parti sulla pena ex art. 188 disp. att. c.p.p. impedisce il riconoscimento del beneficio. Il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese.
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Reato continuato in fase esecutiva: no allo sconto di pena
Il Condannato ha presentato ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Giudice dell'esecuzione che ha negato la fusione delle pene relative a due distinte condanne. Il richiedente voleva ottenere il riconoscimento del reato continuato in fase esecutiva per illeciti commessi nel medesimo anno, sostenendo la presenza di un piano criminale unico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno confermato che i fatti si sono svolti in tempi diversi e privi di un preventivo disegno criminoso unitario. La Cassazione non può rivalutare i fatti già analizzati in modo coerente nel merito. Di conseguenza, il condannato deve scontare le pene separatamente ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato: lo stile di vita criminale non da sconti di pena
Il Condannato ha richiesto l'unificazione delle pene per diversi reati, tra cui rapine e furti commessi tra il 2015 e il 2021, invocando l'applicazione del reato continuato. La Corte d'appello ha respinto la richiesta, non ravvisando un disegno criminoso unitario ma solo una condotta di vita dedita al crimine. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato. I giudici hanno chiarito che spetta al richiedente dimostrare che i singoli reati fossero stati pianificati fin dall'inizio nelle loro linee essenziali. La semplice vicinanza temporale o la somiglianza dei reati non bastano, indicando piuttosto una abitualita criminosa. Il Condannato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: la Cassazione cancella il no al cumulo di pene
Il Tribunale di Imperia, in qualità di giudice dell'esecuzione, aveva respinto la richiesta di un condannato volta a ottenere il riconoscimento del reato continuato tra due condanne definitive: una per associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e l'altra per possesso e uso di documenti falsi. Il condannato sosteneva che i documenti falsi servissero proprio per attivare carte prepagate destinate alle attività illecite del gruppo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, evidenziando che il giudice di merito ha liquidato la richiesta in modo sbrigativo senza valutare gli indici concreti dell'unicità del disegno criminoso. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha disposto il rinvio per un nuovo esame.
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Reato continuato in sede esecutiva: no a istanze ripetute
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato in sede esecutiva per ridurre la pena complessiva derivante da diverse condanne. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché una precedente istanza analoga era già stata respinta. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la nuova richiesta riguardasse solo una parte dei reati precedentemente esaminati. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il rigetto originario preclude qualsiasi riproposizione, anche parziale, della domanda. Il vincolo del medesimo disegno criminoso, infatti, unisce simmetricamente tutti i reati e non può essere frazionato. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio e medesimo disegno criminoso: no a sconti di pena
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un uomo condannato per spaccio di cocaina che chiedeva l'applicazione della continuazione tra diverse sentenze. Il ricorrente sosteneva che la pausa di un anno e mezzo tra le condotte fosse dovuta solo alla necessità di trovare un nuovo fornitore, mantenendo lo stesso piano. La Suprema Corte ha invece confermato la decisione del giudice dell'esecuzione, stabilendo che la necessità di riorganizzare l'attività di spaccio con canali di approvvigionamento diversi esclude il medesimo disegno criminoso. Non basta la somiglianza delle modalità di spaccio per ottenere lo sconto di pena, occorrendo una programmazione unitaria iniziale e non una generica scelta di vita dedita al crimine.
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Reato continuato e droga: no allo sconto di pena per clan diversi
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una condannata che chiedeva il riconoscimento del reato continuato tra diverse sentenze per traffico di stupefacenti. Il giudice dell'esecuzione aveva negato l'unificazione delle pene evidenziando la totale diversità delle modalità esecutive, dei complici e delle finalità dei reati. In particolare, uno dei delitti era stato commesso per agevolare un clan mafioso, mentre l'altro riguardava un'associazione dedita al narcotraffico senza legami mafiosi. La Suprema Corte ha confermato che per configurare il reato continuato occorre una programmazione unitaria iniziale dei singoli reati, non dimostrata nel caso di specie a causa della discontinuità soggettiva e oggettiva delle condotte.
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Reato continuato e omicidio di mafia: la Cassazione impone il riesame
Il Condannato, già condannato per associazione mafiosa e per un omicidio commesso nel periodo di affiliazione, ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare le pene. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta basandosi su formule astratte, senza valutare gli elementi concreti presentati dalla difesa, come il ruolo di esecutore materiale svolto fin dall'inizio dal Condannato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può limitarsi a richiamare principi generali. Deve invece analizzare nel dettaglio se i singoli reati fossero parte di un unico programma criminoso iniziale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di rigetto, ordinando un nuovo esame del caso.
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Sospensione condizionale della pena: stop alla revoca automatica
Il Tribunale di Ancona, come giudice dell'esecuzione, unificava sotto il vincolo del reato continuato due condanne per furto inflitte a un uomo, rideterminando la pena complessiva. Tuttavia, il giudice revocava la sospensione condizionale della pena già concessa per la prima condanna, ritenendo che la pluralità di reati impedisse il beneficio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che l'unificazione dei reati esclude automatismi revocatori. Il giudice dell'esecuzione deve valutare globalmente se la sospensione condizionale della pena possa estendersi alla nuova sanzione complessiva, analizzando i limiti di legge e la possibilità che il soggetto non commetta futuri reati. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Reato continuato: niente sconti di pena senza sentenze definitive
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale contro il provvedimento che aveva unificato diverse condanne a carico del Condannato sotto il vincolo del reato continuato. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice dell'esecuzione non può applicare la continuazione se una delle sentenze non è ancora irrevocabile (definitiva). Inoltre, ha escluso qualsiasi automatismo tra la partecipazione a un'associazione mafiosa e i singoli reati commessi durante quel periodo. Per unificare le pene, è necessaria la prova rigorosa che il Condannato avesse programmato fin dall'inizio i singoli reati nei loro tratti essenziali. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento favorevole al Condannato, ordinando un nuovo giudizio.
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Reato continuato: la tossicodipendenza non basta per lo sconto
Il Tribunale di Savona ha respinto la richiesta di un condannato volta a ottenere il riconoscimento del reato continuato per diverse condanne accumulate tra il 2016 e il 2023, tra cui rapina, ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. Il condannato sosteneva che i reati fossero uniti da un unico disegno criminoso, dettato dalla necessita di procurarsi denaro per la sua tossicodipendenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la tossicodipendenza non basta da sola a unificare i reati. Per il reato continuato serve una programmazione iniziale specifica e non un generico stile di vita delinquenziale. Inoltre, i reati erano troppo distanti nel tempo e diversi tra loro. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Reato continuato: niente sconti per la carriera criminale
Il Condannato ha proposto ricorso per Cassazione contro la decisione del Giudice dell'esecuzione che ha negato il riconoscimento del reato continuato per diverse condotte di ricettazione, rapina e spaccio di stupefacenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la notevole distanza temporale tra i fatti (commessi in un arco di venti anni di vissuto criminale), la diversità delle condotte e la mancanza di prove circa una programmazione unitaria iniziale escludono l'applicazione del beneficio. Inoltre, lo stato di tossicodipendenza non era documentato e, in ogni caso, non comporta l'applicazione automatica della continuazione senza la prova di un unico disegno criminoso. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione dei reati: no allo sconto se manca il disegno unitario.
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione dei reati per unificare diverse condanne definitive accumulate negli anni, tra cui ricettazione, detenzione illegale di armi e partecipazione a un'associazione mafiosa. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, rilevando la mancanza di un disegno criminoso unitario originario, data l'enorme distanza temporale tra i fatti e l'eterogeneità dei reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato, confermando che spetta a quest'ultimo l'onere di dimostrare gli elementi specifici che provano la programmazione preventiva di tutti i reati. Il Condannato è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato in sede esecutiva: la svolta della Cassazione
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del Reato continuato in sede esecutiva tra due sentenze irrevocabili: una per estorsione commessa nel 2014 e l'altra per associazione mafiosa (reato permanente dal 2000 al 2017) già unificata ad altre estorsioni coeve. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta valorizzando unicamente il lungo lasso di tempo tra l'inizio dell'associazione e l'estorsione della prima sentenza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, evidenziando che il giudice ha omesso di considerare la natura permanente del reato associativo (protrattosi fino al 2017) e la stretta contiguità temporale tra le estorsioni. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di rigetto, disponendo il rinvio al Tribunale per una nuova valutazione sull'unicità del disegno criminoso.
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Rideterminazione della pena in continuazione: stop errori
Il Condannato ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Giudice dell'esecuzione che, nel riunire quattro diverse condanne, ha rideterminato la sanzione complessiva. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando gravi errori metodologici. Il giudice di merito non ha effettuato lo scorporo dei singoli reati per individuare la pena base del reato più grave e ha applicato aumenti cumulativi per i reati satellite senza motivazione specifica per ciascuno di essi. Inoltre, l'aumento applicato ha superato il limite della sanzione precedentemente inflitta dal giudice della cognizione, violando le garanzie di legge. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento, disponendo il rinvio per una nuova rideterminazione della pena in continuazione che rispetti l'obbligo di motivazione analitica e i limiti edittali.
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Continuazione criminosa: Cassazione batte il silenzio in appello
L'Imputata è stata condannata per resistenza a pubblico ufficiale. Successivamente alla scadenza dei termini per l'appello, un'altra condanna per un reato analogo è diventata definitiva. La difesa ha quindi presentato motivi nuovi chiedendo il riconoscimento della continuazione criminosa tra i due reati. La Corte di Appello ha ignorato la richiesta, omettendo qualsiasi motivazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputata, stabilendo che la continuazione criminosa può essere richiesta con motivi nuovi se la seconda condanna diventa definitiva dopo la scadenza dei termini di appello. I giudici di secondo grado non possono ignorare la richiesta rimandandola alla fase esecutiva. La sentenza è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Continuazione dei reati: no allo sconto se il clan è in crisi
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della continuazione dei reati tra due condanne definitive: una per traffico di stupefacenti e l'altra per tentata rapina aggravata dal metodo mafioso. Il richiedente sosteneva che entrambi i reati servissero a finanziare la stessa associazione criminale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del giudice dell'esecuzione. La Suprema Corte ha chiarito che la continuazione dei reati tra la partecipazione a un'associazione e i singoli delitti richiede la prova che questi ultimi fossero già programmati al momento dell'ingresso nel sodalizio. Nel caso specifico, le rapine erano state compiute in autonomia durante una fase di crisi del clan, escludendo un disegno criminoso unitario pianificato all'origine. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Reato continuato: la tossicodipendenza non unifica tutte le pene
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare le pene di sette diverse sentenze di condanna, principalmente legate allo spaccio di stupefacenti e all'evasione. Il giudice dell'esecuzione ha accolto parzialmente la richiesta, unificando solo tre condanne per spaccio di modica quantità commesse in un breve arco temporale e legate alla sua tossicodipendenza. Il Condannato ha proposto ricorso, sostenendo che lo stato di tossicodipendenza avrebbe dovuto giustificare l'unificazione di tutti i reati di droga. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la tossicodipendenza non basta da sola a dimostrare un unico disegno criminoso, specialmente in presenza di reati associativi complessi e ampi intervalli temporali. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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