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Art. 671 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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790 provvedimenti

Altri anni per Art. 671 Codice di Procedura Penale

Competenza del giudice dell’esecuzione e pluralità di condanne
Un condannato ha chiesto di unificare varie condanne penali applicando il vincolo della continuazione. Più giudici diversi avevano emesso le sentenze definitive di condanna. Il tribunale in composizione collegiale ha rigettato la richiesta. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione per difetto di competenza. Quando le condanne provengono da uffici giudiziari differenti, la competenza del giudice dell'esecuzione spetta all'autorità che ha pronunciato l'ultimo provvedimento diventato irrevocabile, anche se in composizione monocratica. La norma che attribuisce sempre la competenza al collegio vale soltanto se le decisioni derivano dallo stesso ufficio giudiziario. Gli atti passano quindi al giudice monocratico.
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Continuazione tra reati: vince il ricorso la condannata
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di una condannata contro l'ordinanza del Tribunale che dichiarava inammissibile la sua richiesta. La donna aveva chiesto l'applicazione della continuazione tra reati per dieci sentenze di condanna. Il giudice dell'esecuzione aveva respinto la domanda ritenendo che la questione fosse già stata decisa in un precedente procedimento riguardante nove sentenze. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice è vincolato unicamente dai reati indicati nell'istanza della parte. Poiché la decima sentenza non era stata inserita nella prima richiesta, non esisteva alcuna preclusione processuale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento e ha rinviato il caso a un altro giudice per l'esame del merito.
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Continuazione nei reati associativi: la Cassazione ribalta il no
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della continuazione nei reati associativi tra due condanne per mafia distanziate da oltre venti anni, trascorse in gran parte in stato di detenzione. Nella prima sentenza il soggetto figurava come semplice partecipante, mentre nella seconda gli e stato riconosciuto il ruolo di capo del clan. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta sostenendo che il lungo lasso di tempo in carcere e la nuova posizione apicale escludessero un disegno criminoso unitario. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza, stabilendo che la detenzione non interrompe automaticamente la partecipazione alla cosca in assenza di un formale recesso o di un'espulsione. Inoltre, il passaggio a ruoli di vertice rappresenta una progressione di carriera all'interno del medesimo sodalizio. La causa e stata rinviata per un nuovo giudizio.
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Reato continuato e condanne multiple: limiti e rigetto pena
Un condannato ha chiesto al Giudice dell'esecuzione l'applicazione del reato continuato per unificare le pene di dieci diverse sentenze di condanna per furto, droga ed evasione. Il tribunale ha accolto la richiesta solo per alcuni reati, escludendo gli altri a causa dell'ampio lasso di tempo intercorso tra le violazioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal condannato. I giudici hanno chiarito che lo stato di tossicodipendenza non basta a dimostrare una programmazione unitaria iniziale. Inoltre, una distanza temporale superiore a un anno interrompe la continuazione tra le condotte. La Corte ha confermato il corretto calcolo della pena effettuato dai giudici di merito, ordinando al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato: l’aumento della pena privo di motivazione cade
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato al Giudice dell'Esecuzione per unificare le pene stabilite in due distinte sentenze irrevocabili. Il giudice ha accolto la richiesta e ha rideterminato la pena complessiva. Tuttavia, il magistrato ha indicato gli aumenti di pena per i reati satellite senza spiegare i criteri adottati per il relativo calcolo. Il Condannato ha quindi proposto ricorso per Cassazione contestando la mancanza di motivazione sugli aumenti della sanzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato l'ordinanza limitatamente al calcolo della pena. I giudici supremi hanno riaffermato che il giudice deve motivare ogni singolo aumento di pena in modo distinto per garantire la proporzionalità della sanzione.
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Reato continuato: no allo sconto per reati improvvisi
Il Condannato ha chiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato tra una condanna per ricettazione e una per resistenza a pubblico ufficiale, accertate nel medesimo giorno e luogo. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato l'istanza sostenendo l'assenza di un piano unitario preordinato. La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che il reato continuato presuppone un'ideazione unitaria iniziale di tutti gli illeciti. La resistenza opposta alle forze dell'ordine durante un controllo improvviso costituisce una reazione estemporanea e occasionale. La semplice finalità di conservare il profitto di un precedente reato non dimostra la presenza di una preventiva programmazione. L'interessato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Continuazione dei reati: no allo sconto con reati distinti
Un condannato ha chiesto al Giudice dell'esecuzione l'applicazione della continuazione dei reati per unificare le sanzioni di tre distinte sentenze irrevocabili. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto l'istanza. La decisione si fonda sul lungo lasso temporale tra le condotte, sulla diversità dei luoghi di commissione e sulla presenza di complici differenti. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione per vizio di motivazione e violazione di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno confermato la solidità della decisione impugnata, ricordando che il giudizio di Cassazione non può rivalutare gli elementi di fatto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Continuazione dei reati: la Cassazione blocca lo sconto di pena
Un condannato ha richiesto l'unificazione delle pene previste da tre diverse sentenze irrevocabili per reati associativi ed estorsivi. La richiesta puntava ad applicare la continuazione dei reati, sostenendo la presenza di un medesimo contesto territoriale e criminale. Il giudice dell'esecuzione ha respinto la domanda analizzando nel dettaglio la genesi e le modalità dei singoli episodi. Il condannato ha quindi proposto ricorso in Cassazione per vizio di motivazione e violazione di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno ribadito che non spetta alla Cassazione ridiscutere gli accertamenti di fatto già valutati in modo logico dal giudice di merito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione nei reati: Cassazione annulla aumento di pena
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione nei reati relativi a diverse sentenze di condanna per associazione mafiosa, estorsione e violazione della sorveglianza speciale. Il Giudice dell'esecuzione ha accolto parzialmente l'istanza, applicando un aumento di pena consistente per l'estorsione ma escludendo altri reati senza idonea motivazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno riscontrato aporie logiche nell'esclusione della continuazione nei reati e una carenza motivazionale sul calcolo dell'aumento sanzionatorio, ben distante dai minimi edittali.
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Reato continuato: la Cassazione corregge il giudice ma boccia il ricorso
Il Pubblico Ministero richiede la revoca della sospensione condizionale della pena per un condannato. Nel corso del procedimento esecutivo, la difesa presenta istanza per applicare la disciplina del Reato continuato e unificare le condanne subite per vari delitti patrimoniali. Il Giudice dell'esecuzione revoca il beneficio e dichiara inammissibile la richiesta difensiva, ritenendo erroneamente che non potesse essere avanzata all'interno di un incidente già pendente. Il condannato ricorre in Cassazione. La Suprema Corte riconosce l'errore procedurale del giudice di merito, ma dichiara comunque inammissibile il ricorso correggendo la motivazione. La domanda difensiva era infatti del tutto generica e priva di elementi probatori necessari a dimostrare un disegno criminoso unitario. Il condannato deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato in sede esecutiva tra aumenti e motivazione
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato in sede esecutiva per unificare le pene derivanti da due distinte sentenze di condanna penale. Il Giudice dell'esecuzione ha accolto parzialmente l'istanza, individuando l'illecito più grave e determinando modesti aumenti di pena per i reati satellite. Il Condannato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando una carenza di motivazione circa l'entità di tali aumenti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che quando gli aumenti stabiliti per i reati minori risultano di modesta entità e rispettano il principio di proporzionalità, è sufficiente una motivazione sintetica. La pena finale ricalcolata è stata quindi confermata a carico del ricorrente con condanna al pagamento delle spese.
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Detenzione domiciliare e reati ostativi: stop ai benefici
Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile l'istanza di detenzione domiciliare presentata da un condannato. Nonostante l'espiazione della pena per il reato associativo, la condanna per tentata estorsione è stata considerata bloccante. La difesa ha ricorso in Cassazione evidenziando che l'aggravante mafiosa non era stata formalmente contestata per l'estorsione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. In materia di detenzione domiciliare e reati ostativi, la magistratura di sorveglianza ha il potere-dovere di verificare se il reato sia stato commesso concretamente per agevolare un'associazione mafiosa, esaminando anche l'ordinanza sulla continuazione. L'assenza di contestazione formale dell'aggravante non impedisce il divieto dei benefici penitenziari se la natura mafiosa emerge chiaramente dai fatti accertati.
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Continuazione dei reati: no sconti senza disegno unico
L'Imputato ha chiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento della continuazione dei reati per unificare le pene di tre distinte sentenze irrevocabili. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta a causa della marcata distanza temporale tra gli episodi delittuosi e della loro eterogeneità. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando difetto di motivazione e violazione di legge. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile l'impugnazione poiché le doglianze si limitavano a contestazioni di fatto, sollecitando un inammissibile riesame dell'istruttoria. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il rigetto e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato: la Cassazione nega lo sconto di pena
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione per ottenere il riconoscimento del reato continuato tra diverse condanne subite. La difesa ha sostenuto l'esistenza di un unico disegno criminoso valorizzando unicamente il dato temporale di alcuni episodi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il reato continuato richiede un'unitaria e preventiva programmazione dei singoli illeciti fin dal momento della prima condotta. Non basta una generale propensione al crimine o la semplice abitualità delinquenziale. Poiché i reati presentavano un ampio lasso temporale, contesti differenti, luoghi diversi e complici vari, la Cassazione ha confermato il no del giudice dell'esecuzione. Il Ricorrente deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato e tossicodipendenza: la Cassazione annulla
Un condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato e tossicodipendenza per unificare le pene di diverse condanne per reati di droga commessi in periodi distinti. La difesa ha presentato certificazioni sanitarie che attestavano uno stato di dipendenza cronica antecedente ai fatti. Il Giudice dell'Esecuzione ha respinto l'istanza evidenziando la distanza temporale tra i crimini e ritenendoli frutto di una generica scelta di vita, senza però analizzare l'impatto della dipendenza da sostanze. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'assenza di motivazione sullo stato di tossicodipendenza allegato costituisce un vizio formale grave. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza, ordinando un nuovo giudizio.
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Reato continuato e droga: la Cassazione conferma la pena
Un uomo condannato per diversi reati contro il patrimonio ed evasione ha chiesto il riconoscimento del reato continuato in fase di esecuzione per ridurre la pena totale. Il richiedente ha sostenuto che i reati fossero tutti legati a un unico programma criminoso derivante dalla sua tossicodipendenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la semplice dipendenza da stupefacenti o la vicinanza temporale tra i reati non bastano a dimostrare una preventiva e unitaria pianificazione. Inoltre, la prova dello stato di tossicodipendenza per i periodi più remoti non era documentata. La Cassazione ha quindi confermato il calcolo della pena stabilito dal giudice dell'esecuzione, condannando il ricorrente alle spese processuali.
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Reato continuato in sede di esecuzione: tossicodipendenza non basta
Un condannato ha richiesto l'applicazione del reato continuato in sede di esecuzione per unificare la pena di diverse condanne definitive. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato l'istanza evidenziando la notevole distanza temporale tra i fatti, l'eterogeneità dei reati e l'insufficienza dello stato di tossicodipendenza a dimostrare un disegno criminoso unitario. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata considerazione della propria condizione personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che le censure riguardavano valutazioni di fatto e che lo stato di dipendenza da sostanze non prova da solo la preventiva programmazione di tutti gli illeciti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato e droga: venti anni escludono lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna che chiedeva il riconoscimento del reato continuato per episodi di spaccio commessi a oltre venti anni di distanza. La difesa sosteneva che lo stato di tossicodipendenza e le patologie psichiatriche rappresentassero il legame unitario tra le condotte. I giudici hanno confermato la decisione del Giudice dell'Esecuzione: un intervallo temporale ultraventennale esclude la presenza di un unico programma criminoso preordinato fin dall'inizio. La tossicodipendenza non crea alcuna presunzione automatica di continuazione senza la prova concreta di un piano iniziale. La ricorrente e stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Reato continuato in sede esecutiva: annullato il no della Corte
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato in sede esecutiva per unificare le pene di diverse condanne irrevocabili. La Corte d'Appello ha accolto l'istanza solo parzialmente. Il giudice di merito ha concesso l'unificazione per due reati distanti nel tempo, negandola per altri illeciti commessi nello stesso giorno e nel medesimo luogo. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione evidenziando la palese illogicità della decisione. La Suprema Corte ha accolto la tesi difensiva e ha riscontrato un vizio di motivazione e la violazione dell'obbligo di conformarsi alla precedente sentenza di rinvio. Di conseguenza, la decisione impugnata è stata annullata con rinvio ad un'altra sezione della Corte d'Appello per un nuovo esame completo.
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Revoca sospensione condizionale della pena e reato continuato
Il Giudice dell'Esecuzione ha disposto la revoca sospensione condizionale della pena nei confronti di un condannato, calcolando un cumulo aritmetico di pene superiore a tre anni di reclusione. L'autorita giudiziaria ha pero ignorato che le diverse condanne erano state unificate sotto il vincolo del reato continuato, con una conseguente rideterminazione al ribasso delle singole sanzioni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'interessato e ha annullato l'ordinanza impugnata. I giudici di legittimita hanno stabilito che la revoca del beneficio non opera in modo automatico in presenza di reato continuato. Il giudice deve valutare se estendere la sospensione condizionale alla pena complessivamente ricalcolata, anziché sommare rigidamente le pene originarie ormai superate.
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