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Art. 657 Codice di Procedura Penale — Anno 2022

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64 provvedimenti

Altri anni per Art. 657 Codice di Procedura Penale

Computo della pena: decide il giudice e non il PM
Un condannato ha presentato istanza per ottenere la rideterminazione della sanzione e il computo della pena già sofferta per oltre due anni di reclusione senza titolo valido. La Corte di appello ha rigettato la domanda sostenendo che tale calcolo spettasse unicamente al Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione impugnata. I giudici di legittimità hanno chiarito che il giudice dell'esecuzione ha il dovere di intervenire quando occorre valutare la fungibilità del carcere preventivo e suddividere le singole frazioni di pena per i reati commessi.
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Rideterminazione della pena da scontare e calcolo del presofferto
Un condannato chiedeva al Tribunale la rideterminazione della pena da scontare, sostenendo l'omesso calcolo di sette mesi di custodia cautelare e di ventisei giorni di liberazione anticipata. Il Giudice dell'esecuzione accoglieva la domanda e riduceva la reclusione residua. La Procura ha proposto ricorso per cassazione, evidenziando che quel periodo di presofferto risultava già detratto in un precedente provvedimento di cumulo emesso da un'altra autorità giudiziaria. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato l'ordinanza con rinvio. I giudici hanno chiarito che il magistrato dell'esecuzione deve esaminare l'intero fascicolo esecutivo per evitare doppi sconti non dovuti sulla pena residua.
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Fungibilità della pena e mafia: niente sconti sul carcere passato
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della fungibilità della pena richiesta da un condannato per associazione mafiosa ed estorsione continuata. Il detenuto pretendeva di scomputare dalla condanna finale l'intero periodo di carcere scontato tra il 2009 e il 2014 per l'estorsione. I giudici hanno respinto la richiesta. La legge vieta di detrarre la carcerazione sofferta prima che il reato principale sia cessato. L'associazione mafiosa è un reato permanente che si è protratto fino al 2016. La detenzione carceraria non interrompe automaticamente il legame con il clan. Pertanto, spetta solo lo scorporo dell'aumento di pena stabilito per la continuazione e non dell'intero periodo già espiato.
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Scissione del cumulo e reati ostativi: carcere o domiciliari?
Un condannato richiede la detenzione domiciliare sostenendo di avere già espiato la quota di pena relativa ai reati ostativi presenti nel suo provvedimento complessivo di condanna. Il Tribunale di Sorveglianza rigetta la domanda perché l'uomo deve ancora finire di scontare la sanzione per i delitti più gravi. La Corte di Cassazione conferma la decisione e rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che l'operazione di scissione del cumulo serve per evitare che il carcere sconti delitti non ancora commessi. Il periodo di detenzione precedente alla commissione di un reato non può essere conteggiato per estinguere quel reato. Il condannato resta in carcere fino alla totale espiazione dei reati ostativi e deve pagare le spese processuali.
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Fungibilità della pena: limiti nel reato continuato
Un condannato ha ottenuto dal Tribunale il riconoscimento del reato continuato per diverse condanne passate in giudicato, rideterminando la pena complessiva a trenta anni. Il detenuto ha successivamente richiesto di anticipare la decorrenza della pena alla data del primo reato, sperando di recuperare periodi di detenzione pregressi. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta applicando i limiti dell'articolo 657 del codice di procedura penale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la fungibilità della pena opera solo per il carcere sofferto dopo la commissione del singolo reato da eseguire. Nemmeno la continuazione consente di considerare unitario il reato per eludere il criterio temporale di espiazione.
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Reato continuato: sconti negati se la vecchia pena è estinta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro la decisione del giudice dell'esecuzione in merito al riconoscimento del reato continuato per due condanne legate allo spaccio di stupefacenti. La Suprema Corte ha confermato la corretta individuazione del reato più grave basata sull'entità della pena pecuniaria. Inoltre, ha ribadito che la fungibilità della custodia cautelare sofferta per la prima condanna non può essere applicata alla seconda pena, poiché la detenzione cautelare si riferiva a un reato commesso prima di quello considerato più grave. Di conseguenza, il riconoscimento del vincolo di continuazione non ha prodotto riduzioni pratiche sulla pena residua da espiare, essendo la prima sanzione già estinta per indulto e prescrizione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Cumulo delle pene: commettere reati in cella costa caro
Il Condannato, mentre espiava una pena detentiva, ha commesso un nuovo reato. Il giudice dell'esecuzione ha quindi disposto la scissione del cumulo e la creazione di cumuli parziali, fissando la decorrenza della nuova pena alla data di cessazione dell'ultimo reato. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando il calcolo e richiedendo l'applicazione del cumulo giuridico anziché materiale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché il ricorrente non ha confutato la decisione del giudice di merito né ha spiegato come l'applicazione del criterio moderatore avrebbe inciso sulla decorrenza. Di conseguenza, la Corte ha confermato il provvedimento impugnato, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria. Il principio cardine è che la commissione di un nuovo reato durante l'espiazione comporta la scissione del cumulo delle pene.
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Isolamento diurno: sanzione penale e custodia non si compensano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro la rideterminazione della sua pena. I giudici di merito avevano stabilito un aumento a diciassette mesi per la sanzione dell'isolamento diurno. Il ricorrente sosteneva di aver già scontato tale periodo a causa del regime di sorveglianza speciale e dell'auto-isolamento in carcere. La Suprema Corte ha rigettato la tesi difensiva, stabilendo che l'isolamento diurno, in quanto vera e propria sanzione penale, non è fungibile con l'isolamento cautelare o con la custodia in regime di massima sorveglianza, disposti per motivi di sicurezza. Il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Vincolo della continuazione: stop al cumulo senza motivazione
Il Condannato ha proposto un incidente di esecuzione per ottenere la rideterminazione delle pene cumulative, invocando il vincolo della continuazione tra diversi reati. Il Giudice dell'esecuzione ha dichiarato inammissibile la richiesta con una motivazione estremamente sintetica e priva di analisi approfondita. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che il giudice non può rigettare l'istanza in modo sbrigativo. La sentenza sottolinea che il provvedimento deve esplicitare chiaramente il percorso logico e i criteri di calcolo utilizzati. Una decisione priva di questi elementi presenta una motivazione apparente, che equivale a una totale mancanza di motivazione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento impugnato, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo e più approfondito esame.
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Liberazione anticipata: no sconti futuri se la pena è già espiata
Il Detenuto ha richiesto il beneficio della liberazione anticipata per quattro semestri di detenzione. Tuttavia, il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta poiché il soggetto aveva già interamente espiato la sua pena detentiva. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di avere comunque interesse al riconoscimento di un credito di pena da utilizzare per eventuali reati futuri. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'interesse a impugnare deve essere concreto e attuale, presupponendo che la decisione possa effettivamente incidere sulla libertà del ricorrente. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che il credito di pena non può essere accumulato preventivamente per reati non ancora commessi. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Riparazione per ingiusta detenzione: sì se il reato è prescritto
Il Ricorrente ha chiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa, per la quale aveva scontato 765 giorni di custodia cautelare. La Corte d'Appello ha negato l'indennizzo applicando la fungibilità della pena con una successiva condanna. Tuttavia, quest'ultima condanna è stata annullata senza rinvio dalla Cassazione per intervenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del cittadino, stabilendo che un reato estinto per prescrizione fa venir meno la pretesa punitiva dello Stato. Di conseguenza, la pena non eseguibile non può essere compensata con il periodo di ingiusta detenzione. La decisione impugnata è stata annullata con rinvio.
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Cumulo delle pene: la Cassazione impone il calcolo più favorevole
Il Condannato ha proposto ricorso contro la decisione del Giudice dell'esecuzione che aveva rigettato la sua richiesta di rideterminazione della pena. Il ricorrente contestava il calcolo del cumulo delle pene effettuato dalla Procura, chiedendo l'applicazione di criteri più favorevoli e il riconoscimento della fungibilità per la detenzione già subita. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che, in presenza di reati commessi in tempi diversi, non si può procedere a un cumulo globale e indiscriminato. È invece necessario creare cumuli parziali e applicare, tra le diverse opzioni di calcolo legittime, quella più favorevole al reo (principio del favor rei). La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Riconoscimento sentenze straniere: niente sconti per l’assolto
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento in Italia di una sentenza di assoluzione emessa in Austria, insieme alla relativa custodia cautelare subita all'estero. Il suo obiettivo era ottenere lo scomputo di quel periodo di detenzione dalle pene che doveva ancora scontare in Italia per altri reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il riconoscimento sentenze straniere è previsto solo per le sentenze di condanna e non per quelle di assoluzione. Inoltre, la fungibilità della pena consente di calcolare la detenzione all'estero solo se questa si riferisce allo stesso identico fatto per cui si procede in Italia, circostanza esclusa nel caso in esame. Di conseguenza, il ricorrente non ha ottenuto alcuna riduzione della pena.
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Cumulo delle pene: i 30 anni di limite non coprono i nuovi reati
Il Condannato ha contestato il calcolo del cumulo delle pene effettuato dalla Procura, sostenendo che l'applicazione del limite massimo di trent'anni di reclusione (criterio moderatore) dovesse operare su tutte le condanne in modo globale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la correttezza dei calcoli parziali effettuati dal Giudice dell'esecuzione. I giudici hanno chiarito che, in caso di reati commessi in tempi diversi e intervallati da periodi di libertà, non è possibile unificare tutte le condanne in un unico blocco. Questo eviterebbe di creare un inammissibile credito di pena, impedendo che la carcerazione già scontata vada a coprire reati commessi successivamente. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Riparazione per ingiusta detenzione: la Cassazione riapre il caso
Il Richiedente, assolto dall'accusa di associazione mafiosa, ha chiesto la riparazione per ingiusta detenzione per l'intero periodo di custodia cautelare subito. La Corte d'appello ha riconosciuto l'indennizzo solo parzialmente, escludendo il periodo in cui pendeva un secondo provvedimento cautelare per altri reati, dai quali il Richiedente era stato comunque assolto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Richiedente, stabilendo che la semplice pendenza di un altro titolo cautelare non esclude il diritto all'indennizzo. Il giudice ha infatti il dovere di verificare d'ufficio se quel periodo sia stato effettivamente calcolato per ridurre un'altra pena definitiva. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione precedente, rinviando il caso per un nuovo esame che potrebbe garantire al Richiedente il risarcimento integrale.
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Divieto di bis in idem: quando il nuovo reato supera il passato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato sottoposto a custodia cautelare in carcere per spaccio di cocaina. L'indagato lamentava la violazione del Divieto di bis in idem, sostenendo che alcuni fatti fossero già stati giudicati in un precedente processo. I giudici hanno chiarito che l'identità del fatto sussiste solo in presenza di una totale corrispondenza storico-naturalistica degli eventi. Nel caso specifico, si trattava di episodi diversi per collocazione temporale e sostanze. La Corte ha inoltre precisato che la fungibilità della detenzione preventiva si applica solo nella fase di esecuzione della pena e non durante l'applicazione delle misure cautelari. L'indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Cumulo delle pene: la Cassazione corregge i calcoli errati
Il Condannato ha contestato il calcolo della pena residua da espiare, pari a quasi quaranta anni di reclusione, stabilito dal Pubblico Ministero e confermato dal Tribunale. La difesa ha denunciato gravi errori metodologici nell'applicazione del cumulo delle pene, evidenziando che i periodi di detenzione già sofferti non erano stati correttamente sottratti dai singoli cumuli parziali e che non erano stati applicati i limiti di legge previsti per mitigare la pena complessiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il calcolo del cumulo delle pene deve seguire regole precise: la pena già espiata va detratta immediatamente da ciascun cumulo parziale e il residuo deve confluire nel calcolo successivo per consentire l'applicazione dei limiti di legge più favorevoli. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo calcolo.
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Rideterminazione della pena: la multa non pagata salva il condannato
Il Condannato, punito per reati di droga, ha interamente scontato la reclusione ma non ha pagato la multa di 40.000 euro. Chiede quindi la rideterminazione della pena a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale che ha ridotto le sanzioni minime. Il giudice di primo grado rifiuta, ritenendo concluso il rapporto esecutivo. La Corte di Cassazione accoglie invece il ricorso del Condannato: finché la multa non è pagata, l'esecuzione è ancora in corso. Di conseguenza, il giudice deve ricalcolare l'intera sanzione, potendo anche compensare il carcere scontato in eccesso con la multa ancora dovuta. La sentenza viene annullata con rinvio.
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Interesse all’impugnazione: ricorso inutile se la pena è scontata
Il Tribunale di sorveglianza rigettava l'istanza di affidamento in prova avanzata da Il Condannato per una pena residua di soli otto giorni. Il Condannato proponeva ricorso per cassazione, sostenendo che il Tribunale avrebbe dovuto dichiarare il non luogo a procedere, poiché la pena era già stata interamente espiata grazie al computo della custodia cautelare per un altro reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per carenza di interesse all'impugnazione. Poiché la pena era già stata interamente scontata, l'accoglimento del ricorso non avrebbe apportato alcun beneficio concreto al ricorrente. Inoltre, la determinazione del calcolo della pena spetta al Pubblico Ministero e non al Tribunale di sorveglianza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cumulo delle pene: il limite dei trent’anni blocca i ricalcoli
Il Condannato ha proposto ricorso contro il provvedimento di rideterminazione della sua pena complessiva. La Procura Generale aveva sciolto i precedenti calcoli per crearne di nuovi, parziali, basandosi sulla data di commissione dei singoli reati e applicando il limite massimo di trent'anni di reclusione. Il Condannato sosteneva che alcune pene fossero estinte o prescritte e che non si potessero sciogliere i vecchi conteggi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la correttezza del calcolo. I giudici hanno stabilito che il cumulo delle pene deve basarsi sul momento di commissione dei reati per evitare ingiuste impunità, e che l'applicazione del limite massimo di trent'anni rendeva comunque irrilevanti i dettagliati ricalcoli numerici richiesti dalla difesa.
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