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Art. 646 Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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627 provvedimenti

Altri anni per Art. 646 Codice Penale

Condanna annullata: l’estinzione del reato per remissione di querela
Una persona è stata condannata per appropriazione indebita. Ha presentato ricorso in Cassazione. Durante il processo, la persona offesa (la vittima) ha ritirato la sua denuncia (remissione di querela). L'imputata ha accettato questo ritiro. La Corte di Cassazione ha quindi annullato la condanna precedente. Ha dichiarato l'estinzione del reato per remissione di querela, poiché il crimine non poteva più essere perseguito. L'imputata ha comunque dovuto pagare le spese processuali.
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Ricettazione di bene rubato: quando il telefono trovato è reato
Un Individuo ha trovato un telefono cellulare per terra e se ne è appropriato. Il bene era stato rubato da uno spogliatoio. L'Imputato è stato accusato di ricettazione, ma ha sostenuto si trattasse di furto di cosa smarrita. La Corte d'Appello ha confermato la condanna per ricettazione, riconoscendo che l'Imputato si era impossessato di un bene di provenienza illecita. La Cassazione ha rigettato il ricorso, ribadendo che un telefono, anche se smarrito, conserva chiari segni di proprietà (come l'IMEI), configurando furto, non appropriazione di cosa smarrita. Nel caso specifico, trattandosi di un bene già rubato, l'azione integrava la ricettazione di bene rubato. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Appropriazione indebita: il danno nel reato continuato si somma
La Cassazione ha confermato la condanna per appropriazione indebita di un ex liquidatore di una società. L'imputato aveva impugnato la sentenza della Corte d'Appello, che aveva già escluso la recidiva ma confermato la sua responsabilità. I motivi del ricorso riguardavano l'impedimento a comparire, la legittimità della querela e l'errata valutazione dell'aggravante del danno di rilevante gravità in caso di reato continuato. La Suprema Corte ha ribadito che per l'appropriazione indebita commessa in continuazione contro un'unica vittima, il danno va calcolato complessivamente.
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Omesso versamento imposta di soggiorno: peculato o appropriazione?
Un gestore di albergo non ha versato l'imposta di soggiorno raccolta dai clienti al Comune. Il Tribunale lo ha prosciolto per difetto di querela, qualificando il fatto come appropriazione indebita. Il Procuratore ha impugnato, sostenendo che si trattasse di peculato, un reato perseguibile d'ufficio. La Corte di Cassazione ha convertito il ricorso in appello, ordinando alla Corte d'Appello di Ancona di riesaminare la qualificazione del reato, considerando le modifiche legislative sull'omesso versamento imposta di soggiorno e la retroattività delle nuove norme.
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Appropriazione indebita aggravata: gestore condannato
Un professionista, incaricato della gestione di beni patrimoniali conferiti all'interno di un trust, ha incassato i canoni di locazione versati regolarmente dagli inquilini senza mai trasferirli ai legittimi beneficiari. L'amministratore ha tentato di giustificare il trattenimento delle somme eccependo una presunta compensazione con propri onorari professionali mai quantificati né documentati. I giudici hanno accertato la penale responsabilità dell'uomo per il reato di appropriazione indebita aggravata per aver abusato della propria carica fiduciaria. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna e ha respinto il ricorso presentato dal gestore fiduciario per assoluto difetto di specificità dei motivi difensivi, imponendogli il rimborso delle spese legali a favore delle parti offese e una sanzione pecuniaria a favore dello Stato.
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Appropriazione indebita: l’ex convivente condannata, ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di L'Imputata, confermando la sua condanna per appropriazione indebita. L'Imputata aveva sottratto beni e denaro dall'abitazione e dal conto corrente dell'ex convivente. I giudici di merito avevano correttamente valutato la disponibilità delle chiavi e i prelievi bancari come prove. La difesa aveva lamentato vizi di motivazione e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti. La Suprema Corte ha ritenuto le doglianze infondate e ha ribadito che la valutazione delle prove e la determinazione della pena rientrano nella discrezionalità dei giudici di merito, specialmente in presenza di precedenti penali. L'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al risarcimento della parte civile.
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Appropriazione indebita: merce aziendale e debito commerciale
Un collaboratore commerciale ha operato prima come agente e poi come procacciatore d'affari per conto di una ditta fornitrice. In tale seconda veste, l'uomo ha ricevuto partite di prodotti per un valore di oltre seimila euro da vendere ai clienti per conto dell'impresa. L'intermediario ha venduto la merce a terzi, ma ha trattenuto integralmente il denaro incassato senza versarlo al titolare della ditta. L'imputato ha sostenuto che si trattasse di un mero debito commerciale non punibile penalmente. I giudici hanno invece confermato la responsabilità per appropriazione indebita aggravata, poiché i beni appartenevano all'azienda e l'uomo ne aveva solo la detenzione provvisoria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, rendendo definitiva la condanna penale e subordinando la sospensione della pena al pagamento del risarcimento.
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Copiare file non è appropriazione indebita: la Cassazione chiarisce
Due legali rappresentanti hanno copiato file contenenti corsi di formazione da un'altra azienda. Il Tribunale aveva annullato il divieto di esercitare attività imprenditoriale, ritenendo che la copiatura di file non costituisse appropriazione indebita di file, poiché i file non sono "cose mobili" e non c'è stata "interversione del possesso" o sottrazione definitiva. La Procura ha ricorso in Cassazione. La Corte ha confermato che la mera copiatura di file, senza la loro cancellazione o spostamento definitivo, non integra il reato di appropriazione indebita, mancando la definitiva sottrazione del bene al titolare. Il ricorso della Procura è stato dichiarato inammissibile.
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Appropriazione indebita: il Lavoratore si appropria, la Cassazione conferma
Un Lavoratore, amministratore di un ramo d'azienda, ha trattenuto circa 4.000 euro incassati da clienti dell'Azienda, sostenendo di compensare un credito per retribuzioni non pagate. I giudici di merito lo hanno condannato per appropriazione indebita. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando inammissibile il suo ricorso. Ha stabilito che nel reato di appropriazione indebita non si può invocare la compensazione con un credito preesistente se questo non è certo, liquido ed esigibile al momento del fatto. Il Lavoratore non aveva dimostrato tali requisiti.
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Giudice in pensione decide: l’ordinanza è nulla per capacità del giudice
Un Giudice per le Indagini Preliminari (G.I.P.) ha respinto una richiesta di archiviazione per un indagato, ordinando nuove indagini. Il Pubblico Ministero ha presentato ricorso in Cassazione. Il G.I.P. aveva già cessato il servizio (era andato in pensione) prima di emettere l'ordinanza, sebbene l'udienza fosse precedente. La Corte ha stabilito che per i provvedimenti decisi con riserva, la **capacità del giudice** deve esistere al momento del deposito dell'atto. L'ordinanza è stata annullata e il caso tornerà al Tribunale per un nuovo esame con un giudice competente.
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Prescrizione del reato: l’appello sulla pena blocca la condanna
Un imputato subiva una condanna per appropriazione indebita, commessa entro l'11 marzo 2011. La difesa presentava appello contestando la mancata concessione della sospensione condizionale della pena e chiedendo il proscioglimento per estinzione dell'illecito. La Corte di Appello confermava la condanna, ritenendo ormai definitiva la responsabilità penale per assenza di specifica contestazione sul fatto. La Corte di Cassazione ha ribaltato tale impostazione. I giudici supremi hanno stabilito che l'impugnazione sulla pena impedisce la definitività dell'intera imputazione, consentendo il decorso del tempo processuale. Di conseguenza, la prescrizione del reato, maturata a gennaio 2019 prima della pronuncia di secondo grado, cancella le sanzioni penali inflitte. Restano tuttavia pienamente efficaci i risarcimenti stabiliti in favore della parte civile.
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Ricorso Penale Inammissibile: Appello non Deciso, Nessun Interesse
Una persona condannata per appropriazione indebita ha presentato un ricorso per Cassazione. La Corte d'Appello aveva esaminato solo l'appello della parte civile, tralasciando quello dell'imputata. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale, spiegando che l'imputata non aveva un interesse attuale e concreto a impugnare, poiché il suo appello non era ancora stato deciso. Non esisteva quindi uno svantaggio processuale da rimuovere, rendendo il ricorso prematuro e inammissibile. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione.
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Amministratore Condannato per Appropriazione Indebita: Ricorso Inammissibile
Un Amministratore di Condominio è stato condannato per appropriazione indebita. La Corte d'Appello ha confermato la condanna, ritenendo provato che l'Amministratore si fosse appropriato di somme spettanti al Condominio. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando vizi di motivazione e violazioni di legge, sostenendo che un documento decisivo fosse stato ignorato e che la pena fosse stata calcolata male. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna e l'obbligo di risarcimento al Condominio, oltre al pagamento delle spese processuali e di una sanzione alla cassa delle ammende. La sentenza sottolinea l'impossibilità per la Cassazione di riesaminare il merito delle prove.
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Appropriazione indebita: la ritenzione non è sempre reato
Un proprietario ha affidato mobili in deposito a un soggetto, che poi si è rifiutato di restituirli, sostenendo un diritto di ritenzione per servizi non pagati. Il proprietario ha denunciato l'accaduto come "appropriazione indebita". La Corte d'Appello ha assolto il depositario, ritenendo che il fatto non sussistesse e ha condannato il proprietario alle spese. La Cassazione ha confermato che la semplice ritenzione di un bene, se motivata da un preteso credito e senza l'intenzione di agire come proprietario, non configura il reato di appropriazione indebita. Ha però annullato la condanna alle spese per il proprietario, non ravvisando temerarietà nella sua querela.
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Querela per Truffa: Recidiva Rende il Reato Procedibile d’Ufficio
Un imputato, già condannato per truffa (originariamente appropriazione indebita), ha presentato ricorso in Cassazione. Contestava la tardività della querela e la procedibilità del reato. La Corte ha chiarito che il termine per la `querela per truffa` inizia quando la vittima scopre il danno, non quando il reato è commesso. Inoltre, ha ribadito che la presenza di una recidiva qualificata rende il reato di truffa procedibile d'ufficio, rendendo irrilevante la questione della querela. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna dell'imputato alle spese processuali e al pagamento di una somma alla cassa delle ammende.
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Risarcimento danni e prescrizione del reato: la condanna civile
Un dipendente accusato di appropriazione indebita viene assolto in primo grado perché il fatto non sussiste. La società danneggiata e il pubblico ministero impugnano la decisione. La Corte d'Appello dichiara la prescrizione del reato, ma condanna comunque l'imputato al risarcimento dei danni in favore dell'azienda. L'uomo ricorre in Cassazione sostenendo che senza una condanna penale precedente il giudice non potesse decidere sui danni. La Suprema Corte rigetta il ricorso: l'impugnazione della parte civile permette al giudice di verificare la responsabilità civile anche se il reato si è estinto. Viene così confermato l'obbligo di risarcimento danni e prescrizione del reato a carico del responsabile.
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Appropriazione indebita: quando la querela salva l’imputato
Un amministratore societario è stato accusato del reato di appropriazione indebita per il mancato versamento di oltre 160.000 euro di premi assicurativi alla società mandante. La difesa ha sostenuto l'invalidità della querela per tardività e difetto di legittimazione, escludendo la procedibilità d'ufficio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il reato non diventa procedibile d'ufficio per la sola presenza dell'aggravante dei rapporti d'agenzia o abuso di relazioni d'ufficio. Secondo l'articolo 649-bis del codice penale, la procedibilità d'ufficio richiede aggravanti ad effetto speciale o la condizione di incapacità della vittima. La Suprema Corte ha pertanto annullato la sentenza di condanna e rinviato il caso alla Corte d'Appello per verificare la tempestività e validità della querela.
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Appropriazione indebita: la remissione cancella la condanna
Un imprenditore subisce una condanna nei primi gradi di giudizio per il reato di appropriazione indebita di apparecchiature informatiche concesse in leasing. L'accusa contestava la mancata restituzione dei beni nei termini stabiliti dopo la risoluzione del contratto. L'imprenditore propone ricorso in Cassazione. Egli dimostra di non aver mai voluto trattenere i beni come propri, avendoli messi a disposizione della società di leasing in un deposito aziendale comunicato via PEC. Prima della decisione sui motivi del ricorso, la società di leasing presenta formale remissione della querela e l'imputato accetta la rinuncia. La Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del reato per intervenuta remissione di querela e annulla la condanna, ponendo le spese del procedimento a carico dell'imputato.
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Querela per appropriazione indebita e il ruolo del sindacato
Un rappresentante sindacale è stato indagato per il reato di appropriazione indebita per aver impiegato la carta di credito dell'associazione per scommesse personali. A seguito del sequestro della carta, il Tribunale ha annullato la misura per mancanza di una valida querela, in quanto presentata da dirigenti periferici e non dal legale rappresentante dell'ente. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che l'inerzia del rappresentante abilitasse i singoli associati ad agire. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo la disciplina della querela per appropriazione indebita: nelle associazioni non riconosciute i singoli iscritti non detengono quote del patrimonio comune e non sono persone offese dirette. Pertanto, senza la querela del legale rappresentante, l'azione penale non può proseguire.
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Appropriazione indebita del condominio: condanna e prescrizione
L'Amministratore di un immobile è stato condannato per l'appropriazione indebita del condominio relativa a una somma superiore a tremila euro incassata e mai restituita. La difesa ha sostenuto che il denaro servisse per pagare le utenze elettriche dell'edificio, presentando ricevute di pagamento durante il giudizio di appello svolto in forma scritta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che i documenti prodotti in appello senza garantire il contraddittorio alla parte pubblica sono del tutto inutilizzabili. Inoltre, la prescrizione del reato inizia a decorrere soltanto dal momento della cessazione ufficiale dalla carica dell'amministratore. L'ex gestore deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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