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Art. 640-bis Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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409 provvedimenti

Altri anni per Art. 640-bis Codice Penale

Sequestro preventivo per equivalente: risponde anche il singolo
Il Tribunale di Palermo ha confermato il sequestro preventivo per equivalente sui beni personali di un indagato per truffa aggravata in concorso. La difesa sosteneva che la Guardia di Finanza dovesse prima aggredire interamente i beni della società coinvolta prima di colpire il patrimonio personale del singolo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, in caso di concorso di persone nel reato, si applica il principio solidaristico. Di conseguenza, il sequestro può colpire indifferentemente ciascun concorrente per l'intero profitto accertato, a prescindere dalla quota effettivamente incamerata da ciascuno, purché il valore totale non superi il profitto complessivo del reato. L'indagato perde il ricorso e i suoi beni restano sotto sequestro.
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Truffa erogazioni pubbliche: conti bloccati anche senza raggiri
Il Figlio, in qualità di procuratore dell'azienda agricola del Padre, ha richiesto fondi europei omettendo di dichiarare la condanna definitiva del Padre per associazione mafiosa, circostanza che ne impediva l'erogazione. La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di oltre 14.000 euro finalizzato alla confisca, dichiarando inammissibile il ricorso del Figlio. I giudici hanno stabilito che nascondere una condanna ostativa firmando una falsa dichiarazione integra pienamente il reato di truffa erogazioni pubbliche. Inoltre, per il sequestro di somme di denaro, la motivazione sul pericolo di dispersione dei beni può essere sintetica data la naturale volatilità del denaro liquido. Il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriali: stop
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura cautelare del divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriali per la durata di un anno nei confronti di un imprenditore agricolo accusato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e autoriciclaggio. La difesa sosteneva che la misura fosse troppo generica e che non vi fosse un legame diretto tra l'attività zootecnica bloccata e la truffa contestata (relativa a un'attività di affittacamere). I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la misura interdittiva mira a prevenire la reiterazione di reati simili. Di conseguenza, il divieto può estendersi a qualsiasi attività d'impresa idonea a offrire l'occasione di commettere nuovi illeciti, come nel caso dell'azienda agricola che aveva già incassato cospicui contributi pubblici.
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Misura interdittiva professionale: stop al consulente
La Corte di Cassazione ha confermato la misura interdittiva professionale per la durata di un anno a carico di un consulente del lavoro. L'indagato era accusato di truffa aggravata ai danni dell'INPS per aver creato finti rapporti di lavoro tramite aziende inesistenti. Il professionista ha contestato la decisione lamentando l'incompatibilità dei giudici del riesame, che avevano già deciso su un sequestro nello stesso procedimento. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'incompatibilità del giudice non si applica ai procedimenti cautelari incidentali, poiché questi non decidono sul merito della colpevolezza. Di conseguenza, la misura interdittiva professionale rimane valida ed efficace.
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Integrazione probatoria d’ufficio: tra decadenza e prescrizione
Il caso riguarda due soggetti: il primo accusato di reati tributari e il secondo di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Il primo imputato contestava l'assunzione tardiva di un testimone, ma la Cassazione ha chiarito che l'integrazione probatoria d'ufficio spetta al giudice quando è assolutamente necessaria per decidere, superando anche le decadenze delle parti. Tuttavia, per entrambi gli imputati i reati sono stati dichiarati estinti per prescrizione. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la condanna del primo imputato. Per il secondo imputato, la Corte ha confermato la prescrizione dei reati ma ha annullato con rinvio la decisione sulla confisca del denaro, poiché i giudici d'appello non avevano motivato adeguatamente sull'effettivo profitto e sul reale beneficiario delle somme.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: quando non è reato
Un lavoratore socialmente utile era accusato di truffa aggravata per aver percepito sussidi INPS senza svolgere tutte le ore previste. Il Tribunale del riesame ha annullato il sequestro preventivo dei suoi beni, escludendo la truffa per mancanza di inganni e qualificando il fatto come indebita percezione di erogazioni pubbliche. Poiché i singoli sussidi mensili erano inferiori alla soglia di legge di circa quattromila euro, la condotta costituiva solo un illecito amministrativo e non un reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno confermato che le somme mensili non si cumulano per superare la soglia penale, respingendo il tentativo di rivalutare le prove in sede di legittimità.
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Confisca per equivalente: no al sequestro se il reato è tentato
Due imputati concordavano una pena per truffa aggravata finalizzata a ottenere finanziamenti pubblici, tentata truffa e sostituzione di persona. Il giudice disponeva la confisca di circa sei milioni di euro, anche nella forma della confisca per equivalente. Gli imputati proponevano ricorso in Cassazione, contestando l'applicazione della misura sul reato solo tentato e la mancanza di motivazione sul nesso con la società coinvolta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca per equivalente non può colpire il profitto di un reato solo tentato e richiede sempre una motivazione specifica, anche in caso di patteggiamento. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame della misura patrimoniale.
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Tentata truffa per contributi pubblici: condannati i proprietari
Tre proprietari hanno richiesto fondi pubblici per la ricostruzione post-sisma di immobili dichiarandoli abitabili, sebbene fossero fatiscenti e abbandonati già prima del terremoto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata truffa per contributi pubblici ai danni del Comune. I giudici hanno chiarito che l'affidamento a tecnici professionisti non esclude la responsabilità penale dei proprietari. Questi ultimi conoscevano perfettamente lo stato di inagibilità dei propri beni prima del sisma. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei proprietari, condannandoli al pagamento delle spese processuali, di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende e al risarcimento delle spese legali sostenute dal Comune, costituitosi parte civile nel processo.
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Pericolo di reiterazione del reato: arresti per il farmacista
Il Tribunale del Riesame ha confermato gli arresti domiciliari per un farmacista accusato di associazione per delinquere e truffa aggravata ai danni del Servizio Sanitario Nazionale. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la gravità degli indizi e l'adeguatezza della misura cautelare. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il pericolo di reiterazione del reato era concreto e attuale, desumibile dalla professionalità e dalla reiterazione delle condotte illecite. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Frode nelle pubbliche forniture: escluso il reato nei trasporti
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento della misura cautelare nei confronti dell'Amministratore di una società di navigazione, accusato di truffa e frode nelle pubbliche forniture. L'accusa sosteneva che l'indagato avesse nascosto avarie sulle navi per continuare a percepire sovvenzioni pubbliche regionali per il trasporto marittimo. I giudici hanno stabilito che non è configurabile il reato di frode nelle pubbliche forniture se il servizio è gestito tramite concessione e i beneficiari diretti sono i cittadini e non la pubblica amministrazione. Inoltre, non è stata provata la gravità delle avarie né l'intenzione di truffare l'ente pubblico, escludendo così i gravi indizi di colpevolezza.
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Inutilizzabilità delle intercettazioni: assolti gli imprenditori
Durante i lavori di ristrutturazione di alcune scuole finanziati dall'Unione Europea, l'impresa vincitrice ha affidato le opere in subappalto occulto. La Procura ha avviato le indagini ipotizzando la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, ottenendo l'autorizzazione alle intercettazioni. Tuttavia, i giudici hanno riqualificato il fatto come truffa aggravata comune ai danni dello Stato, poiché il rapporto contrattuale era un normale appalto a prestazioni corrispettive e non un finanziamento pubblico. Per tale reato le intercettazioni non sono consentite. La Corte di Cassazione ha confermato l'inutilizzabilità delle intercettazioni poiché l'errore sulla qualificazione del reato era presente fin dall'inizio delle indagini e non derivava da sviluppi successivi. Di conseguenza, gli imputati sono stati definitivamente assolti perché il fatto non sussiste.
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Truffa aggravata: condanna annullata per il consulente
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna inflitta a un consulente aziendale per concorso in truffa aggravata ai danni dell'INPS. L'accusa ipotizzava un meccanismo di dimissioni e assunzioni fittizie per evitare il pagamento dei contributi e del ticket di licenziamento. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della difesa, rilevando che i giudici di merito hanno omesso di accertare con precisione la reale dinamica dei fatti e l'effettiva sussistenza del reato principale prima di valutare la responsabilità del professionista. La sentenza è stata annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello.
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Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da un professionista e da due imprenditori contro il sequestro preventivo dei loro beni. Gli indagati erano accusati di concorso in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. L'agronomo aveva redatto una falsa perizia attestando lavori mai eseguiti, mentre gli imprenditori avevano emesso fatture false per operazioni inesistenti, consentendo a terzi di ottenere indebitamente fondi europei per l'ammodernamento di serre agricole. La Suprema Corte ha confermato la legittimità del sequestro, rilevando che i giudici di merito avevano ampiamente motivato la sussistenza degli indizi di colpevolezza. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche: condannata
L'Imputata è stata condannata a due anni di reclusione per il reato di truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, legato alla percezione indebita del reddito di cittadinanza, con confisca di oltre cinquemila euro. La Corte d'appello aveva accertato la falsità delle dichiarazioni fornite tramite la compilazione del modulo INPS. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando la chiarezza dei moduli, l'elemento soggettivo e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi di ricorso sono stati ritenuti generici e cumulativi. Inoltre, i giudici hanno confermato la legittimità del diniego delle attenuanti generiche, giustificato dalla presenza di un grave precedente penale per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, elemento ritenuto decisivo e assorbente rispetto a qualsiasi valutazione di elementi favorevoli.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: no alla truffa
Il caso riguarda un lavoratore accusato di aver percepito indebitamente l'assegno per lavori socialmente utili senza svolgere le ore dovute. Il Tribunale del Riesame aveva annullato il sequestro preventivo dei suoi beni, riqualificando il fatto da truffa aggravata a indebita percezione di erogazioni pubbliche. La Procura ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la riqualificazione e la mancanza di dolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura. I giudici hanno chiarito che l'omessa comunicazione delle ore lavorate configura il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche e non la truffa, poiché l'INPS si è limitata a prendere atto delle dichiarazioni senza essere indotta in errore da raggiri. Inoltre, le singole erogazioni mensili non superavano la soglia di punibilità penale prevista dalla legge.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: sequestro annullato
Il Tribunale del Riesame ha annullato il sequestro preventivo a carico di un lavoratore socialmente utile, accusato di truffa aggravata per aver percepito somme dall'INPS senza svolgere le ore lavorative dovute. La Procura ha fatto ricorso in Cassazione, contestando l'annullamento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di sequestro, il ricorso è possibile solo per violazione di legge e non per vizio di motivazione. Inoltre, hanno ribadito la differenza tra truffa e l'indebita percezione di erogazioni pubbliche: quest'ultima non richiede l'induzione in errore dell'ente. Infine, poiché le singole somme mensili percepite erano inferiori alla soglia di legge, la condotta integra solo un illecito amministrativo e non il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche, confermando l'illegittimità del sequestro.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: stop al sequestro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro l'annullamento del sequestro preventivo disposto nei confronti di un lavoratore socialmente utile. L'accusa ipotizzava il reato di truffa aggravata per l'illecita percezione di somme erogate dal Comune e dall'INPS. I giudici hanno chiarito che, in assenza di raggiri volti a indurre in errore l'ente, la condotta rientra nella diversa fattispecie di indebita percezione di erogazioni pubbliche. Poiché le singole somme mensili percepite erano inferiori alla soglia di legge, il fatto costituisce solo un illecito amministrativo e non un reato. Di conseguenza, il sequestro dei beni del lavoratore è stato definitivamente revocato, confermando la decisione del Tribunale del Riesame.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: sequestro revocato
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento del sequestro preventivo a carico di un lavoratore socialmente utile, accusato di aver percepito indebitamente somme dal Comune. Il Procuratore contestava il reato di truffa aggravata, ma la Corte ha chiarito che la condotta integra l'ipotesi di indebita percezione di erogazioni pubbliche. Poiché le somme percepite mensilmente erano inferiori alla soglia di legge di 3.999,96 euro, il fatto costituisce solo un illecito amministrativo e non un reato. Di conseguenza, il ricorso del Procuratore è stato dichiarato inammissibile, confermando la revoca del sequestro dei beni del lavoratore.
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Sequestro preventivo: conti bloccati se il ricorso è in proprio
L'Amministratore di fatto e la Legale Rappresentante di una società ottenevano indebitamente finanziamenti pubblici regionali per ristrutturare un hotel, gonfiando le spese con fatture false. Il Giudice disponeva il sequestro preventivo di oltre 370.000 euro finalizzato alla confisca. I due indagati ricorrevano in Cassazione lamentando il ritardo nella trasmissione degli atti, l'inutilizzabilità delle indagini della Guardia di Finanza e l'illegittimità del blocco dei conti societari. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando la misura. I giudici hanno chiarito che il termine di trasmissione degli atti nel riesame reale non è perentorio e che i ricorrenti, avendo agito in proprio e non per conto della società, non avevano la legittimazione per contestare il sequestro dei conti correnti aziendali.
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Riciclaggio di denaro: il finto aumento di capitale non salva
Un imprenditore è stato condannato per il reato di riciclaggio di denaro dopo aver fatto transitare tre milioni di euro, frutto di una truffa aggravata ai danni di un ente pubblico regionale, sui conti di una società terza attraverso un finto aumento di capitale. La difesa sosteneva che l'imputato avesse partecipato anche alla truffa originaria, invocando la clausola di riserva per evitare la condanna per riciclaggio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la partecipazione al reato presupposto non può basarsi su semplici sospetti, ma richiede prove concrete. Inoltre, il deposito in banca di somme illecite integra automaticamente la sostituzione del denaro sporco. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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