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Art. 640-bis Codice Penale — Anno 2023

141 provvedimenti

Altri anni per Art. 640-bis Codice Penale

Bonus cultura in contanti: è truffa aggravata e non semplice frode
L'Azienda e i suoi gestori avevano organizzato un sistema fraudolento per convertire in denaro il bonus cultura destinato ai diciottenni. Attraverso intermediari, raccoglievano le credenziali dei giovani, consegnavano loro contanti e simulavano la vendita di libri mai avvenuta, ottenendo i rimborsi dallo Stato. Il Tribunale del Riesame aveva riqualificato il fatto nel meno grave reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore, stabilendo che la condotta integra il reato di truffa aggravata. Esisteva infatti una complessa messa in scena con artifici e raggiri idonei a indurre in errore l'amministrazione erogatrice, superando la semplice falsa dichiarazione. Di conseguenza, l'ordinanza di annullamento delle misure cautelari è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Bonus o contanti? Truffa aggravata per erogazioni pubbliche
Un commerciante e i suoi complici hanno ideato un sistema per monetizzare il bonus cultura "18app". Invece di vendere libri, convertivano i buoni in contanti trattenendo una percentuale, simulando poi le vendite con false fatture per ottenere i rimborsi dallo Stato per circa 2,8 milioni di euro. Il Tribunale del Riesame aveva qualificato il fatto come semplice illecito amministrativo di indebita percezione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore, stabilendo che la complessa messa in scena integra il reato di truffa aggravata per erogazioni pubbliche. La Cassazione ha annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo giudizio.
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Truffa aggravata: il finto bonus cultura costa il carcere
Due indagati avevano creato un'organizzazione per monetizzare illecitamente il bonus cultura riservato ai diciottenni. Reclutavano i giovani tramite intermediari, compravano le loro credenziali in cambio di contanti e simulavano vendite di libri mai avvenute attraverso una libreria compiacente, ottenendo i rimborsi dallo Stato. Il Tribunale del Riesame aveva qualificato il fatto come indebita percezione di erogazioni pubbliche. La Cassazione ha invece accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che la condotta integra il più grave reato di truffa aggravata. Esisteva infatti un sistema complesso di artifici e raggiri che ha indotto in errore l'amministrazione, superando la semplice falsa autocertificazione. La Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per una nuova decisione sulle misure cautelari.
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Firme false e truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche
L'Agricoltore è stato condannato per il reato di truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche. L'imputato aveva presentato domande per ottenere fondi europei allegando contratti d'affitto di terreni agricoli contenenti le firme false dei propri fratelli. La difesa ha impugnato la condanna sostenendo che le firme non fossero riconducibili alla grafia dell'imputato e contestando la parziale confisca dei beni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, anche se la firma apocrifa non è stata materialmente tracciata dall'imputato, egli era l'unico soggetto interessato a utilizzare il documento falso per incassare i contributi. La Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione e il pagamento delle spese processuali, oltre a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa aggravata e bonus cultura: scatta il sequestro dei beni
Il caso riguarda un'articolata frode sul bonus cultura. L'Indagato, d'accordo con diversi giovani, simulava l'acquisto di libri mai consegnati attraverso una piattaforma informatica, ottenendo rimborsi dallo Stato e spartendo il denaro. Il Tribunale del Riesame aveva annullato il sequestro dei beni dell'indagato, ritenendo il fatto un semplice illecito amministrativo. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che la complessa messa in scena con fatture false e finti acquisti integra il reato di truffa aggravata. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza di sblocco dei beni, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione.
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Sequestro nullo per indebita percezione di erogazioni pubbliche
L'Amministratore di una società era indagato per il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche, avendo ottenuto rimborsi statali per il bonus carta del docente tramite fatture falsificate per beni non consentiti. Il Tribunale di Cosenza aveva confermato il sequestro preventivo dei suoi beni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che il reato si consuma nel luogo in cui l'ente pubblico dispone l'accredito del denaro (in questo caso Roma, sede del Ministero) e non dove sono state emesse le fatture (Cosenza). Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio il sequestro per incompetenza territoriale del giudice che lo aveva emesso, ordinando la trasmissione degli atti al Tribunale di Roma per la prosecuzione del procedimento.
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Truffa per erogazioni pubbliche: condannati i finti lavoratori
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione per un datore di lavoro e una finta dipendente, accusati del reato di truffa per erogazioni pubbliche. I giudici di merito avevano accertato l'inesistenza del rapporto di lavoro tramite un'ispezione dell'Ispettorato del Lavoro e diverse testimonianze. Gli imputati hanno proposto ricorso contestando la valutazione delle prove e chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I primi motivi sono stati ritenuti generici poiché riproducevano semplicemente le difese dell'appello senza contestare la sentenza di secondo grado. Anche la richiesta di non punibilità è stata respinta per mancanza di prove sul risarcimento del danno e per la gravità della condotta già accertata dai giudici di merito.
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Sequestro preventivo per equivalente: no al blocco automatico
Il caso riguarda la richiesta di fondi europei per l'agricoltura da parte di un'impresa. Il Titolare e il Procuratore hanno omesso di dichiarare una condanna definitiva per associazione mafiosa del Titolare, circostanza che impediva l'accesso ai contributi. L'accusa ha quindi contestato la truffa aggravata, disponendo il sequestro dei conti del Procuratore e il sequestro preventivo per equivalente dei terreni del Titolare. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso del Titolare. I giudici hanno stabilito che, anche in caso di sequestro preventivo per equivalente finalizzato alla confisca obbligatoria, il giudice non può applicare la misura in modo automatico. È sempre necessaria una specifica motivazione sul periculum in mora, ossia sul pericolo concreto e attuale legato al ritardo nel sequestro dei beni. La misura sui terreni è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Associazione per delinquere: condanne confermate ma pene ridotte
Una complessa rete criminale, guidata da professionisti, creava fittizi rapporti di lavoro per consentire a falsi dipendenti di percepire indennità di disoccupazione dall'INPS e a cittadini extracomunitari di ottenere permessi di soggiorno. La Corte di Cassazione ha confermato la sussistenza del reato di associazione per delinquere per i promotori e i collaboratori della struttura. Tuttavia, i giudici hanno dichiarato l'estinzione per prescrizione di numerosi reati satellite (truffe e falsi). Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio le condanne relative a questi specifici reati per tutti gli imputati, rideterminando al ribasso le pene per i vertici dell'organizzazione e disponendo un nuovo giudizio d'appello solo per il ricalcolo della pena di due collaboratrici.
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Sequestro preventivo per equivalente: no a formule generiche
Un indagato per truffa aggravata finalizzata al conseguimento di contributi pubblici ha impugnato il provvedimento di sequestro preventivo per equivalente emesso sui suoi beni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, annullando l'ordinanza del Tribunale del riesame. I giudici di legittimità hanno rilevato che il Tribunale si è limitato a una motivazione generica e di stile sul pericolo di dispersione dei beni, omettendo di valutare le circostanze concrete, come la modesta entità delle somme e la presenza di un immobile sequestrato. La Cassazione ha stabilito che il pericolo nel ritardo deve essere concreto e reale, rinviando gli atti al Tribunale di Lecce per un nuovo esame che fornisca una motivazione adeguata e dettagliata.
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Sequestro preventivo: il tempo non cancella il blocco dei beni
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti di un soggetto indagato per truffa aggravata finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche. La difesa contestava l'integrazione della motivazione sul pericolo di dispersione dei beni da parte del Tribunale del riesame, ritenendola tardiva e astratta, specialmente a causa del tempo trascorso dal reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il pericolo di dispersione è insito nella natura stessa del denaro, bene altamente fungibile, e nella propensione dell'indagato a utilizzare raggiri per ottenere contributi indebiti. Di conseguenza, il provvedimento di sequestro preventivo è pienamente legittimo.
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Truffa per erogazioni pubbliche: confermata la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni di reclusione nei confronti di un soggetto accusato del reato di truffa per erogazioni pubbliche. La difesa sosteneva che la condotta dovesse essere riqualificata nel più lieve reato di indebita percezione di fondi pubblici e che il reato fosse prescritto. I giudici di legittimità hanno invece dichiarato inammissibile il ricorso. La Corte ha chiarito che la prescrizione era stata interrotta tempestivamente e che la truffa per erogazioni pubbliche si configura quando vi è un effettivo raggiro che trae in errore l'ente erogatore, non potendosi applicare la fattispecie minore basata sul semplice silenzio. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ne bis in idem cautelare: stop al doppio sequestro dei beni
Il Tribunale di Firenze confermava il sequestro preventivo di oltre 87.000 euro sui conti correnti de L'Indagato per il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. In precedenza, un analogo sequestro per gli stessi fatti (qualificati come truffa) era stato annullato. L'Indagato ricorre in Cassazione lamentando la violazione del principio del ne bis in idem cautelare. La Suprema Corte accoglie il ricorso, chiarendo che la semplice diversa qualificazione giuridica del reato o la tardiva allegazione del pericolo nel ritardo, senza nuovi elementi di fatto, non consentono di superare il divieto di reiterazione della misura cautelare. Di conseguenza, la Cassazione annulla senza rinvio il sequestro e dispone la restituzione delle somme.
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Sequestro preventivo: pagare le rate non salva i conti bloccati
Tre indagati hanno ottenuto un finanziamento bancario di 595.000 euro, garantito dallo Stato, per ristrutturare un albergo. I lavori non sono mai iniziati né programmati. La Procura ha quindi disposto il sequestro preventivo delle somme per truffa aggravata. Gli indagati hanno fatto ricorso sostenendo di stare rimborsando regolarmente il prestito e che i loro patrimoni personali offrissero garanzie sufficienti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il regolare pagamento delle rate non elimina il pericolo di perdita del denaro pubblico, poiché la società beneficiaria è fortemente indebitata e i fideiussori hanno redditi insufficienti. Vince lo Stato: il blocco dei conti correnti resta attivo e i ricorrenti devono pagare le spese processuali.
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Truffa aggravata: il bonus cultura non è un reato minore
Il caso riguarda un sistema di frode finalizzato alla monetizzazione illecita del bonus cultura per i diciottenni. Il Gestore di una libreria inseriva i codici dei beneficiari sulla piattaforma ministeriale, emettendo fatture false per vendite mai avvenute e consegnando contanti ai giovani trattenendo una percentuale. Il Tribunale del Riesame aveva riqualificato il fatto come indebita percezione di erogazioni pubbliche, escludendo la rilevanza penale per il mancato superamento delle soglie di legge. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che la condotta integra il reato di truffa aggravata. La presenza di artifici e raggiri complessi, come la fatturazione falsa, esclude l'applicazione della norma residuale e configura il reato più grave.
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Truffa aggravata sui bonus: la Cassazione ordina il sequestro
Un gruppo di soggetti ha ideato un sistema per monetizzare illecitamente il bonus cultura destinato ai diciottenni. Attraverso librerie compiacenti usate come schermo, simulavano l'acquisto di libri mai avvenuto, inserendo dati falsi sulla piattaforma ministeriale e spartendosi il denaro pubblico. Il Tribunale del Riesame aveva qualificato il fatto come semplice illecito amministrativo di indebita percezione, annullando il sequestro dei beni. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica, stabilendo che la complessa messinscena integra il reato di truffa aggravata. La Corte ha chiarito che l'assenza di controlli preventivi da parte dello Stato non esclude la gravità del reato se c'è un inganno elaborato. Di conseguenza, l'ordinanza di annullamento del sequestro è stata cancellata e il caso dovrà essere nuovamente esaminato.
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Bonus cultura in contanti: è truffa aggravata e non illecito
I titolari di una libreria hanno ideato un sistema illecito per convertire in denaro contante il bonus cultura dei diciottenni, simulando vendite mai avvenute per ottenere rimborsi statali. Il Tribunale del riesame aveva qualificato il fatto come semplice indebita percezione, escludendo il reato più grave per la mancanza di controlli preventivi dello Stato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica, stabilendo che la complessa messinscena costituisce una vera e propria truffa aggravata. La Suprema Corte ha chiarito che l'assenza di controlli preventivi da parte della Pubblica Amministrazione non esclude l'inganno, annullando l'ordinanza di revoca del sequestro dei beni e rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Bonus Cultura: la finta vendita di libri è truffa aggravata
Un'articolata frode ideata da un'azienda commerciale consisteva nel convertire il bonus cultura in denaro contante, reclutando migliaia di giovani. Attraverso la simulazione di vendite mai avvenute e l'inserimento di dati falsi sulla piattaforma informatica ministeriale, i complici incassavano i rimborsi dallo Stato. Il Tribunale aveva qualificato il fatto come semplice illecito amministrativo per mancanza di controlli preventivi della Pubblica Amministrazione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore, stabilendo che la complessa messa in scena integra il reato di truffa aggravata. La mancanza di controlli preventivi da parte dello Stato non esclude l'inganno, poiché l'intera operazione era preordinata a indurre in errore l'ente pubblico. Di conseguenza, l'ordinanza che revocava le misure cautelari è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: no alla truffa
Tre amministratori e tre società erano accusati di truffa aggravata per aver ottenuto indebitamente contributi statali destinati alla formazione professionale degli autotrasportatori. Gli imputati avevano rendicontato al Ministero costi superiori a quelli reali, grazie a un accordo interno che prevedeva la restituzione di parte delle somme tramite note di credito. La Corte di Cassazione ha riqualificato il fatto nel reato meno grave di indebita percezione di erogazioni pubbliche, poiché la condotta consisteva in una mera omissione informativa successiva e non in raggiri iniziali. Di conseguenza, il reato è stato dichiarato estinto per prescrizione. La Suprema Corte ha inoltre ridotto la confisca al solo profitto illecito effettivo (circa 38.000 euro) e ha annullato con rinvio la condanna delle società per carenza di motivazione sull'interesse o vantaggio dell'ente.
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Misure cautelari personali: perché il tempo non evita l’obbligo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'applicazione della misura dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. L'uomo, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, contestava la sussistenza delle esigenze cautelari, sostenendo che il tempo trascorso e la sua collaborazione avessero azzerato il rischio di reiterazione del reato. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione in materia di misure cautelari personali non può richiedere una nuova valutazione dei fatti, compito esclusivo dei giudici di merito. Inoltre, il mero decorso del tempo non cancella automaticamente le esigenze cautelari. Essendo stata applicata la misura più lieve prevista dall'ordinamento, la decisione del Tribunale del Riesame è stata confermata, con condanna dell'indagato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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