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Art. 62 Codice Penale — Anno 2026

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614 provvedimenti

Altri anni per Art. 62 Codice Penale

Tentato furto in abitazione: pena ridotta per errore sulla legge
L'Imputato è stato condannato per un tentato furto in abitazione commesso nel 2017, avendo cercato di forzare la porta di un appartamento con un cacciavite. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso dell'Imputato, annullando la sentenza d'appello limitatamente al calcolo della pena. I giudici di merito avevano infatti applicato la pena minima di quattro anni di reclusione, introdotta da una legge del 2019. Tuttavia, al momento del fatto, la legge prevedeva un minimo di tre anni. La Cassazione ha stabilito che applicare retroattivamente una pena minima più severa viola il principio di legalità. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per ricalcolare la pena partendo dal corretto minimo edittale, mentre sono stati rigettati gli altri motivi di ricorso relativi alla continuazione dei reati e alla speciale tenuità del danno.
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Rapina impropria: la violenza cancella lo sconto di pena
Il Ricorrente ha impugnato la condanna per il reato di rapina impropria, sostenendo che il fatto fosse solo tentato e contestando la mancata concessione delle attenuanti per il valore modesto del bene e la lieve entità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la rapina impropria si perfeziona con la sola sottrazione del bene, seguita da violenza, anche senza un possesso autonomo. Inoltre, la motivazione della sentenza d'appello può richiamare quella di primo grado (per relationem). Infine, la violenza fisica e le lesioni causate alla vittima impediscono il riconoscimento delle attenuanti di lieve entità e di danno patrimoniale di speciale tenuità. Il Ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Tentata rapina di lieve entità: la violenza esclude lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per tentata rapina. Il ricorrente contestava il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della tentata rapina di lieve entità, introdotta dalla Corte Costituzionale nel 2024. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sulla gravità del fatto spetta esclusivamente al giudice di merito. Nel caso specifico, i giudici d'appello avevano già escluso l'attenuante a causa della violenza gratuita esercitata sulla vittima, superiore a quella necessaria per la fuga. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha inflitto al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attenuante della provocazione negata a chi agisce per primo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino che richiedeva l'applicazione dell'attenuante della provocazione. L'imputato sosteneva di aver agito in preda all'ira causata da un comportamento ingiusto della vittima. I giudici hanno chiarito che l'attenuante della provocazione non può essere concessa se la condotta dell'agente precede il fatto ingiusto della vittima. Inoltre, il beneficio è escluso se la reazione della vittima è stata provocata da una precedente azione scorretta dello stesso imputato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Droga e profitto: no all’attenuante del danno di speciale tenuità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti e porto abusivo di oggetti atti a offendere. Il ricorrente contestava il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno di speciale tenuità. I giudici hanno chiarito che, per applicare questa circostanza, la speciale tenuità deve riguardare contemporaneamente sia il profitto economico sia la gravità del pericolo creato. Nel caso specifico, il guadagno previsto era di ben 2.150 euro, cifra non modesta, e la droga aveva un'elevata percentuale di principio attivo, rendendola molto pericolosa per la salute degli assuntori. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato e l'imputato è stato condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: confermata la pena minima senza dettagli
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per reati in materia di stupefacenti ed evasione. La difesa contestava il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, concesse in un precedente giudizio poi annullato, e la carenza di motivazione sull'aumento di pena per il reato continuato. I giudici di legittimità hanno chiarito che una sentenza annullata per vizi procedurali è priva di effetti giuridici, lasciando il nuovo giudice libero nella determinazione della pena. Inoltre, per il reato continuato, se l'incremento sanzionatorio per i reati satellite è di esigua entità, il giudice non ha l'obbligo di fornire una motivazione specifica e dettagliata, escludendo così ogni ipotesi di abuso di potere discrezionale. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
Due soggetti sono stati condannati per spaccio continuato di hashish e marijuana. I difensori hanno proposto ricorso in Cassazione contestando l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche e chiedendo la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione dei dialoghi intercettati spetta al giudice di merito se logica. Inoltre, la qualificazione di spaccio di lieve entità è stata esclusa a causa della fitta rete di clienti, della disponibilità di diverse droghe e della professionalità della condotta. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: fedina penale sporca nega lo sconto
L'Imputato, condannato per il reato di spaccio di lieve entità, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della non punibilità per particolare tenuità del fatto, il diniego delle attenuanti generiche e dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che l'abitualità della condotta e i numerosi precedenti penali specifici escludono sia la particolare tenuità del fatto sia le attenuanti generiche. Inoltre, la valutazione sulla gravità della condotta e sulla personalità del reo spetta al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità se adeguatamente motivata. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentato furto in abitazione: ricorso respinto in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per tentato furto in abitazione. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e della speciale tenuità del danno, oltre all'applicazione della recidiva. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi di ricorso non erano ammissibili poiché riproponevano le stesse contestazioni già esaminate e respinte dalla Corte d'Appello, senza muovere critiche specifiche alla sentenza impugnata. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentato furto in abitazione: no a sconti per danno lieve
L'Imputato è stato condannato per tentato furto in abitazione dopo essersi introdotto abusivamente in un immobile. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la qualificazione del reato, ritenendo che si trattasse di violazione di domicilio o danneggiamento, e lamentando il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che esiste un chiaro nesso tra l'ingresso abusivo e la volontà di rubare. Inoltre, l'attenuante del danno lieve può applicarsi al tentativo solo se si dimostra con certezza che, se il furto fosse riuscito, il danno economico sarebbe stato minimo. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Spaccio da 20 euro: sì al danno di speciale tenuità
Un uomo è stato condannato per aver venduto due piccolissime dosi di cocaina per un totale di venti euro. La Corte d'appello ha negato l'applicazione della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità, sostenendo che la droga fosse stata venduta a prezzo di mercato. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'imputato. I giudici di legittimità hanno chiarito che, per applicare questa attenuante nei reati commessi per lucro, occorre valutare congiuntamente la minima entità del guadagno e la scarsa gravità del pericolo creato. Nel caso specifico, un guadagno di soli venti euro e l'assenza di legami con la criminalità organizzata giustificano una nuova valutazione. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio.
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Rapina impropria: l’arma non si trova ma la condanna resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per i reati di rapina impropria aggravata dall'uso di un'arma e lesioni personali. L'Imputato contestava l'effettivo utilizzo di un'arma mai ritrovata, invocando la legittima difesa e l'attenuante della lieve entità. I giudici hanno stabilito che la ricostruzione dei fatti spetta ai giudici di merito e che la legittima difesa non è applicabile se l'aggressore colpisce per primo senza un pericolo attuale. Inoltre, l'attenuante della lieve entità è stata esclusa a causa della violenza dell'azione, avvenuta di notte. Di conseguenza, L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Estorsione e recupero crediti: quando farsi giustizia è reato
L'Imputato, agendo come intermediario per riscuotere un debito tra due soggetti, ha minacciato gravemente il debitore per farsi consegnare somme superiori al dovuto e ha poi preteso con violenza un compenso dal creditore originario. Condannato per estorsione, l'uomo ha fatto ricorso sostenendo che si trattasse di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e chiedendo l'attenuante del danno di speciale tenuità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Corte ha chiarito che non si può parlare di esercizio arbitrario se il soggetto è un terzo estraneo al rapporto di debito e non ha un diritto autonomo da far valere in giudizio. Inoltre, l'attenuante della speciale tenuità è stata negata poiché l'estorsione e recupero crediti con minacce gravi lede non solo il patrimonio ma anche la libertà personale della vittima. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e la multa.
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Rapina impropria: rubare un cellulare e aggredire per fuggire
Il caso riguarda un uomo condannato per rapina impropria, lesioni e resistenza. L'imputato aveva sottratto con mossa repentina un cellulare e, inseguito dal fidanzato della vittima che tentava di chiamare la polizia, aveva usato violenza contro di lui per assicurarsi la fuga. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto in furto e il riconoscimento dell'attenuante del risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che l'uso della violenza per impedire la chiamata alle forze dell'ordine configura pienamente il reato di rapina impropria. Inoltre, l'attenuante del risarcimento è stata negata poiché la quietanza, oltre a essere generica e priva dell'indicazione della somma versata, era stata firmata dopo l'ammissione al rito abbreviato, violando i tempi previsti dalla legge.
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Concorso nel reato: la presenza fisica che costa la condanna
Due fratelli sono stati condannati per spaccio di droga, rapina e tentata estorsione ai danni di un acquirente inadempiente. Uno dei fratelli ha contestato il proprio ruolo, escludendo il concorso nel reato per le condotte violente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la responsabilità di entrambi. I giudici hanno stabilito che la presenza attiva durante l'aggressione fisica ha agevolato l'azione criminosa, integrando il concorso nel reato. La Corte ha inoltre escluso la desistenza volontaria per l'estorsione, poiché l'azione si è interrotta solo per l'intervento dei carabinieri, e ha negato l'attenuante del danno lieve a causa del grave impatto psicologico subito dalla vittima.
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Giustizia riparativa e rapina: quando la pena è già al minimo
L'Imputato è stato condannato per rapina pluriaggravata e lesioni personali alla pena di quattro anni e un mese di reclusione. Il suo difensore ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento di alcune attenuanti, il mancato rilievo di un accordo di patteggiamento non andato a buon fine e l'omessa valutazione della richiesta di accesso ai programmi di giustizia riparativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accesso alla giustizia riparativa richiede un interesse concreto. Nel caso specifico, poiché la pena era già stata determinata nel minimo di legge grazie al bilanciamento favorevole delle attenuanti, non vi era alcuno spazio per un'ulteriore riduzione della sanzione, escludendo così qualsiasi utilità pratica nell'attivare il percorso riparativo.
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Estorsione cavallo di ritorno: riscatto o valore del bene?
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per associazione mafiosa ed estorsione. Tra questi, Il Ricorrente era accusato di estorsione cavallo di ritorno per aver chiesto trecento euro per restituire un ciclomotore rubato. La difesa chiedeva l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Cassazione ha stabilito che, nel reato di estorsione cavallo di ritorno, il danno deve essere valutato in base alla somma estorta e non al valore del bene rubato. Per questo motivo, la Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla valutazione di questa attenuante, rinviando il caso alla Corte d'Appello. Gli altri ricorsi sono stati rigettati o dichiarati inammissibili.
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Furto aggravato: l’allaccio abusivo non è stato di necessità
Un utente è stato condannato per il reato di furto aggravato a causa dell'allaccio abusivo alla rete di erogazione di un servizio pubblico, accertato dai tecnici dell'ente erogatore. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione invocando lo stato di necessità e la speciale tenuità del danno per evitare la condanna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la responsabilità penale del soggetto. I giudici hanno chiarito che le contestazioni erano generiche e che non sussistevano i presupposti per applicare lo stato di necessità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Attenuante del danno di particolare tenuità: la restituzione non basta
L'Imputato è stato condannato per furto in abitazione per aver sottratto una vettura parcheggiata in un'area di pertinenza domestica. Egli ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione dell'attenuante del danno di particolare tenuità, sostenendo che il veicolo era stato rapidamente restituito dalle forze dell'ordine. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'attenuante del danno di particolare tenuità deve essere valutata al momento della consumazione del reato. La restituzione della refurtiva rappresenta un mero comportamento successivo che non cancella la gravità iniziale del danno. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso ha precluso anche la rilevabilità della prescrizione del reato, confermando la condanna e disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto con strappo: il danno morale pesa più del valore del bene
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di furto con strappo, commesso strappando il cellulare dalle mani di una donna anziana. I giudici hanno confermato il diniego della particolare tenuità del fatto a causa dei precedenti penali del colpevole e della gravità dell'azione. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso l'attenuante del danno di speciale tenuità: per la sua concessione non rileva solo il valore economico del bene, ma anche il danno morale subito dalla vittima, aggredita improvvisamente. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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